Dai fondali dell’anima. Quel sè che non si può cambiare.

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Sono abitata da un grido.

Di notte esce svolazzando

in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura

che dorme in me;

tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,

la malignità.

( da “Olmo” –  Sylvia Plath)

Inge Schilperoord – Nuvole di fango  (Fazi Editore, 2017). Una recensione.

Se si osserva un classico piano cartesiano, composto dalla intersezione delle due rette ortogonali, quella delle ascisse e quella delle ordinate, ognuna delle quali ha un orientamento corrispondente ad una progressione numerica infinita, si potrà localizzare qualsiasi punto dello spazio dall’incontro del valore dell’ascissa con quello dell’ordinata, comprendere cioè come ogni punto rappresenti una corrispondenza, una intersecazione dal valore prefissato, individuabile, obbligato.

E’ un piccolo piano cartesiano questo romanzo di esordio di Inge Schilperoord, che traccia da subito i ben pochi elementi di cui si compone la vicenda, li localizza sulle assi di riferimento, fino a farli progressivamente incontrare in un punto preciso, che è il culmine degli eventi, il risultato algebrico ed inesorabile del loro intersecarsi.

Jonathan sta per uscire di prigione, per un crimine che ci rimarrà per gran parte della lettura ignoto, di cui le prove insufficienti gli concedono una temporanea e provvisoria libertà. Sin dalle ultime ore in cella di Jonathan il lettore inizia a comprendere la natura riflessiva e solitaria del ragazzo, che orienta le proprie giornate sulla base della luce del sole, della sua intensità ed angolazione attraverso la fessura delle tende, il dispiegarsi delle loro ombre sul pavimento della cella, assapora lo scorrere del tempo e del silenzio nel suo isolamento, attende l’aprirsi di quella porta che lo riporterà con la prima corsa dell’autobus, a casa.

A casa c’è la madre, affaticata, anziana, stesa sul divano a sonnecchiare davanti alla televisione, sospesa nel silenzio immobile della loro casa, ad attenderlo pregando per lui con il rosario stretto tra le mani ansiose.

Poi c’è Milk, il vecchio cane, che lo accoglie scodinzolando per essere portato a spasso. Fino ad ora, in sua assenza, se ne è occupata Elke, la bambina dei vicini, una ragazzina che vive con la madre sempre impegnata al lavoro al bar, che non ha tempo per lei, e la nasconde da un marito  lontano e violento. Jonathan vuole ricominciare da lì, dalla vita in casa con la madre, dal lavoro alla pescheria, dalle passeggiate con Milk al canneto rovente prima del lago, appena fuori dal paese. E dai suoi esercizi, sul quaderno che gli ha lasciato il  terapeuta della prigione, che lo aiutano a riflettere, a respirare, ad osservare le sue reazioni ad ogni evento, lo controllano e lo proteggono per evitargli di tornare a sbagliare, per accorgersi in tempo, questa volta, di qualsiasi debolezza, e riprendano immediatamente le fila dei suoi pensieri al loro primo vacillare.

Attraverso il suo programma maniacale Jonathan organizza le proprie giornate come in carcere, con i pochi elementi di cui dispone. Lavorerà, porterà fuori Milk, preparerà la cena alla madre e guarderà i quiz televisivi con lei la sera, pulirà l’acquario, farà i suoi esercizi quotidiani. Diventerà una persona migliore, sarà tutto diverso, questa volta.

La narrazione scorre lenta, assorta, tra i conteggi, i dettagli che Jonathan osserva e registra in silenzio, le pieghe di un abito, la posizione di una sedia, l‘angolazione del sole, la contrazione dei suoi muscoli, l’incedere dei suoi pensieri.

Nelle acque stagnanti del canneto Jonathan osserva i grossi pesci, le tinche, simili a carpe, che si nascondono sotto il fondale fangoso quando percepiscono un rumore, poi muovendosi scatenano l’alzarsi scomposto della terra e il crearsi di grosse macchie, come nuvole scure, nell’acqua. In particolare, tra le tinche, Jonathan ne noterà una, ferita, che deciderà di curare nel suo acquario in camera, nutrendola e ristabilendone la forza fisica, controllandone assiduamente la temperatura, il peso, il respiro.

In quella casa non si aggiunge solo una tinca ferita, ma è sempre più presente Elke, la ragazzina trasandata e curiosa che vuole stare con lui e Milk, giocare con loro al canneto, mostrargli i suoi disegni, dare le chioccioline al pesce malato nell’acquario.  L’ennesimo essere solo, innocente, ferito, che si avvicina insistentemente a lui, e di cui Jonathan vorrebbe occuparsi, nella sua cameretta, per quanto ne conosca il pericolo e cerchi inizialmente di rifuggire quell’attrazione imperfetta e patologica, che lo abbaglia ripetendogli che tanto questa volta ci sono gli esercizi, questa volta sarà tutto diverso.

Ma nel silenzio secco di quell’estate torrida e deserta dovranno unirsi i punti sul piano, è questione di tempo. La natura procede nel suo corso, lenta e inesorabile, attraverso il corpo del grosso pesce ferito, e quello di Elke, che Jonathan osserva sempre di più, ossessivamente, cercando di reprimersi respirando, negando, con il dolore frustrato, la colpa del crimine che sembra ora riaffiorare seducente nella sua memoria, facendosi realtà ogni giorno più presente e bruciante, fino a soffocarlo, annebbiarlo ed annullarlo.  E quando i punti arrivano a congiungersi, è tardi, tutto è deciso, il libro degli esercizi, il canneto rovente, le nuvole di fango nel lago, tutto si connetterà nella mente di Jonathan, in una intersezione delirante e rassegnata, nell’accettazione che la natura si può forse rallentare ed ostacolare, ma mai cambiare.

                                              “Come pure tutto quello che non capiva di sè. Non aveva più le forze per pensare. Il senso di sconfitta aveva ceduto il passo alla profonda quiete che era calata dentro di lui”

 

L’ardire di amare: cercando il sole tra il noir ed il rosa di Giorgio Scerbanenco

Recensione di: Giorgio Scerbanenco –Dove il sole non sorge mai” –

(Milano, Garzanti Editore, 2000)

Ancora la penombra maleolente dei corridoietti sghembi dei grandi atri a colonnati coi neri, grandi quadri appesi alle pareti, che forse nessuno sapeva cosa rappresentassero, di quegli ambulacri dove il sole non sorgeva mai, e mai era sorto, e mai più, forse, sarebbe sorto.

Emanuela Sinistalqui è una piccola contessa di Milano, ha sedici anni, e intraprende il suo disperato e utopico viaggio verso Roma, fuggita dalla casa della nonna materna dopo essere rimasta orfana, per raggiungere il suo fidanzato, Tonio Karr, anch’egli di nobili origini, figlio di un famoso editore.
L’impresa però non la condurrà da Tonio, bensì al riformatorio e poi all’Istituto rieducativo per Minori milanese, in quanto i suoi accompagnatori si riveleranno giovani criminali, tentando una rapina ad una banca, durante il tragitto, ed utilizzando una ragazza bionda ed esile come copertura, che all’apparenza sembra proprio essere la contessina Sinistalqui, in viaggio con loro.
Tonio Karr, alla notizia del reato, ufficialmente attribuito alla giovane fidanzata, per timore di far cadere quest’onta sulla sua nobile famiglia (amara è l’ironia con cui il padre di Tonio, il prussiano editore Karr, viene dipinto come una sorta di caricaturale Oblomov, che nell’ampia vestaglia gialla, cosparso da libri, carte e nuovi progetti editoriali, getta boccate di whisky e Gauloises sul suo tumore al pancreas, in verità per nulla interessato alla vergogna che il figlio teme di arrecargli…), la disconosce, spaventato.
Io non voglio più sapere neanche chi tu sei”, le dice.

Così la piccola Emanuela, innocente, sola, con queste parole di rifiuto che le rimbalzano nell’animo, si ritrova inserita in un percorso di avvocati, psichiatri, educatori sociali, che la invitano a confessare la sua colpa e collaborare per salvare  vita e libertà. Ma a lei non importa più, non risponde alle domande, alle minacce, alle accuse, si lascia insultare, definire, interpretare, e si conforma alla rigida vita dell’isolamento rieducativo e psichiatrico, solo il suono della voce di Tonio la chiama e la riscalda, quella voce che, come un ricordo così lontano ed insieme così vivido, ora non la riconosce più, non le crede, non vuole ascoltarla.
Tra i grigi corridoi dell’intransigenza di una Milano umida e implacabile, illuminata solo dalle luci gialle dei refettori e dalle braci di sigaretta dei lunghi interrogatori di dottoresse saccenti e invidiose della candida purezza di Emanuela, ella si lascerà precipitare nel più ostinato mutismo, non ha ragioni né spiegazioni da dare ad alcuno, se non sarà il suo Tonio a volerle sentire. Attenendosi alle rigide regole dell’istituto, alle punizioni immeritate, mentre svolge le mansioni destinate alle più pericolose criminali ed accetta le insolenze delle operatrici acide e volgari, la sua maschera di rigidità emotiva ed apparente arroganza diviene granitica nel suo quotidiano trattenere il pianto, nel suo sempre più profondo abbandono, nell’unico pensiero a tenerla in vita, ossia l’oramai divenuta ossessione per Tonio e per quel suo immutabile giudizio.
L’amore immacolato ed infantile della giovane si carica di rabbia e frustrazione, fino a farla scappare dall’istituto, usando la violenza e l’inganno, per rifuggire a Roma da Tonio, rivederlo, guardarlo negli occhi e giurargli di essere innocente, cercare il suo perdono e il suo abbraccio, anche solo un’ultima volta, prima di essere rinchiusa definitivamente in carcere. Anche Tonio, d’altronde, non trova pace senza Emanuela, e quando la paura e la colpa verso la sua famiglia scemano, si lancia a sua volta alla ricerca della ragazza, rasentando l’illegalità e rischiando la vita, in una corsa folle e cieca verso l’agognato chiarimento e la supplica del perdono della sua piccola amata. Sarà un viaggio sentimentale, in cui il noir si tingerà di rosa, (vivissimo il ricordo, qui, degli esordi di Scerbanenco con la scrittura di racconti d’amore pubblicati su riviste femminili, raccolti per la prima volta in “Uccidere per amore. Racconti 1948-1952”, da Sellerio Editore), in cui l’innocenza e la passione, il senso di coerenza ostinata tipici dell’adolescenza, cercheranno di ignorare, e in questo sta tutta la struggente tenerezza della vicenda, anche il più primordiale istinto di sopravvivenza, per rispettare l’unica legge, e forse la più antica malattia, per cui osare sentirsi vivi: quella del cuore.

I personaggi di Scerbanenco si lasciano tratteggiare dalle impressioni che suscitano nei loro interlocutori, come in Dove il sole non sorge mai li viviamo e conosciamo attraverso gli occhi celesti e spaventati di Emanuela, dai loro atteggiamenti, sguardi, dal loro vizio di fumare, dai commenti sprezzanti o dai tentativi di dialogo materno, delle psicologhe, dalle carezze e dalla stima del vecchio autista Pinin, dalle attenzioni impulsive e concitate della minuta insegnante di francese. Le ambientazioni, in cui restano protagoniste indiscusse, sottofondi silenziosi ma sempre presenti, i paesaggi urbani e le luci di Milano e Roma, sono descritte attraverso dettagli sensoriali prima che tradizionalmente tecnici.
Tutto il mondo del romanzo di Scerbanenco risulta lo sfuggente frutto di una grande impressione, che colpisce ed attira le attenzioni e le interpretazioni più svariate di ogni lettore, a ciascuno per la propria singola e diversa sensibilità, rendendo la lettura indirizzata a percezioni individuali, soggettive, sottratte ad ogni tentativo di omogeneo o corale giudizio, ma colpisce all’unisono la profonda sensibilità e ricerca di umanità di ogni situazione, che sembra voler sempre prevalere su ogni possibile disamina della trama divenuta quasi irreale pretesto per far emergere una conoscenza profonda dell’esistere umano, dalla sua più cruenta tendenza ad esercitare il pregiudizio e la violenza fino alla sua più dolce ed empatica necessità di perdonare, alleviare, amare.

Delle città importanti, io ricordo, di Milano… livida e sprofondata  per sua stessa mano

(I treni a vapore – I. Fossati)

Le affinità matematiche: Paolo Giordano ed i “soli” che si “inseguono”

Paolo Giordano –La solitudine dei numeri primi – Ed. Oscar Mondadori (2008)

La  solitudine dei numeri primiLa meccanica quantistica è la parte della fisica che studia i sistemi atomici e subatomici (molecole, atomi, nuclei, particelle ecc.), le cui dimensioni sono dell’ordine di 10-10 m o inferiori e per i quali non valgono le leggi della meccanica classica, in grado di descrivere il moto di sistemi macroscopici.

Nel nostrano “caso letterario” La solitudine dei numeri primi il giovanissimo fisico teorico Paolo Giordano ci descrive, come in un trattato di meccanica quantistica, le vicende salienti, spesso dal sapore di memoria autobiografica, che dall’ infanzia conducono all’ età adulta di alcuni compagni di scuola, in una città del Nord Italia contemporaneo, concentrandosi per lo più sulla “coppia di irregolari” di Alice e Mattia, due sparute “particelle atomiche”, che dai loro piccoli difetti fisici ma soprattutto dalle loro grandi fobie psichiche hanno costruito una barriera verso il resto del mondo, facendone cifra della loro personalità, nonché filo conduttore invisibile nella perdizione dell’isolamento cui la Società della misurazione standardizzata “classica” li ha dalla nascita destinati.

Entrambi affetti da una serie di comportamenti autistici frammisti a perversioni psicotiche, (anoressia, autolesionismo, masochismo) i due ragazzi devono destreggiarsi con il loro “peso specifico” invisibile, tra i costrutti “macroscopici” ed imponenti della scuola, della famiglia, delle relazioni sociali ed amorose, tentando di adattare le loro diversità ed il loro disagio di vivere,  chiuso in un narcisismo egoistico e imbarazzato, alla omogeneità massificata e per questo autorizzata alla Serenità ed alla Accettazione, dei loro coetanei, subendone il bullismo, la superiorità fisica, la spontaneità verbale, il successo sociale.

Tra di loro però, tra le loro anime sparute e sensibili, terrorizzate, inavvicinabili, proprio come i numeri primi, frutto di una sequenza algebrica irregolare e non prevedibile, con-divisibili solo con se stessi, si crea una complicità muta ed immobile, una comprensione che scaturisce dal silenzio, dalla somiglianza, dall’ incapacità delusa della non-integrazione, l’impossibilità di far collimare l’ingranaggio della loro interiorità con quello, ben più mastodontico, oliato e rassicurante, della normalità. I loro ingranaggi così sbagliati e sofferenti marciano invece all’unisono, ma pur sempre a distanza, non uscendo dal guscio patologico delle loro ossessioni e compulsioni, che rasentano il ferimento fisico, la deprivazione, il rifiuto di sé.

La realtà di Alice, il cui difetto fisico ad una gamba è cifra dell’incapacità di muoversi agevolmente nel mondo, da un corpo che tenta di essere sempre più magro ed inospitale, è ritratta dal suo obiettivo fotografico, algido parametro che ne sostituisce  lo sguardo ed il giudizio insicuro. Mattia invece, genio matematico, scompone ogni aspetto del suo universo fisico ed emotivo in frammenti immaginari perfettamente simmetrici e divisibili, calcolabili  e frazionabili, come i piccoli tagli che è costretto a recarsi sul corpo quando la sofferenza o il mal di vivere lo pervadono fino a farlo soccombere. La vita normale per i due si rivelerà un miraggio, il contatto con gli altri una sfida, da vincere attraverso un immane sforzo di autonomia e di rassicurazione fatta di cedimenti continui della loro caparbietà di essere, seppur inappropriati, esseri. 

La forza di Giordano, nel ritrarre queste anime “colpevoli”, è, nel partorirle, la profonda scomposizione nei loro “minimi termini”, conferendo loro voci autonome e ben distinte, dignità di essere unici prima che diversi, nella loro fragilità crudele e grottesca. Senza dedicare loro compassione  o banale osservazione medica, psicologica, o tantomeno sociale, Giordano ne disegna le paure, gli imbarazzi, le sensazioni goffe e le reazioni bizzarre, con immagini di rara poesia e insieme graffiante realismo, rendendo il lettore in grado di entrare in un mondo tanto sensibile quanto feroce, tanto chiuso e schivo quanto bisognoso d’amore ed insieme pronto a rifiutarlo.

La prosa è delicata e asettica, attenta ad ogni sfaccettatura psicologica, ogni sensazione che Alice e Mattia producano, ogni “reazione chimica” davanti alla massa apparentemente informe dei dettagli  insignificanti del loro quotidiano, in cui ogni gesto, ogni parola che il mondo lancia loro distrattamente rappresenta invero una profonda ferita che non fa che inspessire il filo rosso invisibile tra i due e ne connette in un sorta di algebra alchemica gli istinti, le intelligenze, le volizioni.

Anche le famiglie dei protagonisti, nel loro habitat sicuro e benestante, vengono  ritratte sottolineandone la spesso cieca ipocrisia, in cui la sicurezza economica nasconde i fallimenti interiori, l’incapacità di ascolto, l’imbarazzo e l’incomprensione verso quei figli “diversi” che vagano per casa come muti ed estranei fantasmi.

La divisione del nostro “romanzo – diario” in capitoli, ad ognuno dei quali è dedicato uno specifico anno della vita dei protagonisti, dalla prima infanzia nel 1983 alla vita adulta nel 2007, rispecchia la volontà dell’autore di identificare e portare in parole il comune denominatore  tra delicatissimo lirismo e rigore scientifico, basti pensare alla capacità evocativa della convivenza di titoli come “L’angelo della neve” e “Sulla pelle e appena dietro” con “Il Principio di Archimede” e “Messa a fuoco”.

Un percorso psicologico accidentato,  un’esperienza poetica ma dolorosa, è ciò che ci propone La solitudine dei numeri primi, in cui l’autore, laureato in fisica teoretica, imprime costantemente la sua impostazione scientifica alla metodica narrativa ed all’indagine umana, mettendo a dura prova l’assodatezza delle convenzioni, del concetto sicuro e ipocrita di Normalità e di Felicità, costruito saldamente dalla società contemporanea del Benessere esteriore e sociale, mentre dà voce al silenzio impacciato della timidezza, al diritto di essere dell’inadeguatezza, al “mal di vivere” di quelle anime sotterranee che, dietro le rumorose apparenze, ci circondano e illustrano un sottosuolo  tinto di colori inediti e di pensieri commoventi, se solo fossimo disposti ad ascoltarle, o prima ancora, a vederle.

“Mattia aveva ragione: i giorni, uno dietro l’altro, erano scivolati sulla pelle come un solvente, portandosi via ognuno un sottilissimo strato di pigmento dal tatuaggio di Alice e dai ricordi di tutti e due. I contorni, così come le circostanze, erano ancora lì, neri e ben delineati, ma i colori si erano mescolati l’uno con l’altro, fino a sbiadire in una tonalità smorta e uniforme, in una neutrale assenza di significato… Poi con il tempo, la ferita dell’adolescenza si era rimarginata. I lembi di pelle si erano avvicinati, con movimenti impercettibili ma continui…”

La “meglio gioventù” si racconta: il mal di vivere e il disagio della modernità. La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano e “Sofia si veste sempre di nero” di Paolo Cognetti

Un nuovo confronto fra due romanzi, “La solitudine dei numeri primi” (Paolo Giordano, Mondadori 2008) e “Sofia si veste sempre di nero” (Paolo Cognetti, Minimum fax 2012), entrambi scritti da giovanissimi autori, in modo diverso due promesse letterarie italiane, uno più conclamato , già approdato al cinema, e l’altro più “underground”, che affrontano tematiche comuni, indagando con delicata eleganza una fase dell’età, quella dell’adolescenza, estremamente complessa, affrontare la quale è rischioso, in quanto si possono commettere errori, cadere nella banalità, avere atteggiamenti saccenti, da psicologi, sociologi o addirittura medici.

Per questi due autori però sarebbe anche difficile commettere questo errore di caduta nella banalità, di pretesa saccenza … Semplicemente perché Giordano e Cognetti sono essi stessi appartenenti alla generazione che descrivono, nei loro romanzi c’è tanta autoanalisi, memoria, esperienza di vita. L’interiorizzazione nelle loro opere non è finzione letteraria, diventa racconto di sé, di un’adolescenza fatta di conflitti tra generazioni, di letture, di musica, di idoli, imbarazzi e prime esperienze, alla luce di sensibilità estreme, troppo vivide e per questo esposte ai traumi della “normalità” assodata e imponente, dalle rigide regole di spigliatezza sociale, bellezza esteriore, sicurezza economica.

Se Paolo Cognetti, classe 1978, si racconta in quanto autore “sceneggiatore” attraverso il “personaggio” Sofia, la ragazza ironica e schizoide che ascolta musica punk e sfugge alla vita e alla depressione famigliare inventandosi mille vite da interpretare nella carriera teatrale, Paolo Giordano, fisico teorico nato nel 1982, affronta il mondo dell’adolescenza autistica, dell’impaccio e del disagio di Alice e Mattia, i due atomi sparuti ed irregolari che cercano di far collimare il loro silenzio e la loro diversità, con gli ingranaggi ufficiali e rumorosi del resto del mondo “normale”, concetto di cui Giordano con strumenti narrativi di altissimo livello lirico e di rara sensibilità mette in rilievo tutta la relatività e la ambiguità alla luce delle ipocrisie e dei fallimenti della opulenta società contemporanea.

Sofia si veste sempre di neroLa Sofia che “si veste sempre di nero” di Cognetti infatti è un risultato di personalità discordanti ed in contrasto tra loro, a partire dai genitori, alle cui frustrazioni personali sono dedicati interi capitoli, intere storie indipendenti, quasi a discapito di approfondimenti narrativi dedicati a Sofia stessa, fino all’ombra di un fratellino mai nato, o della zia Rossana, impegnata nelle lotte politiche e sindacali degli anni ’70, o alle compagne della scuola di recitazione a Roma, e gli amanti ed amici a Brooklyn nel quartiere degli artisti. Sofia se ne resta così quasi in disparte rispetto alla costellazione di satelliti i cui scontri astrali hanno sì condotto le loro direzioni fino a lei, ma che ora da lontano la osservano, la illuminano senza mai scaldarla, né scalfire o tentare di comprendere la sua corazza fragile e diffidente, i suoi modi aggressivi e nostalgici.

La  solitudine dei numeri primiPer Giordano invece i “numeri primi” Alice e Mattia, che come Sofia sono unici nei loro lievissimi difetti fisici, nelle loro forme di autismo e fobie psichiche che li pervadono fino a condurli a disturbi alimentari e forme di auto danneggiamento fisico, sono “molecole diverse”, sequenze irregolari ed inaspettate, le cui anime sono connesse nel silenzio e nella distanza costruita tra le apparenze rumorose del mondo, attraverso una complicità fatta di comuni imbarazzi, inadeguatezza e disarmante intelligenza. Sono i protagonisti indiscussi della delicata e sensibilissima narrazione, le loro famiglie avvolte nella sicurezza fragile del benessere e dell’ipocrisia, sono solo comparse imbarazzate, presenze poco presenti ed aridamente estranee alle deboli voci dei loro figli “diversi”.

L’età adulta riproporrà ai nostri protagonisti le stesse difficoltà dell’adolescenza, con sfumature diverse, i  traumi si riproporranno come finalmente affrontabili per Sofia, nascosta tra le righe di un copione, riproposti invece con moltiplicata intensità per Mattia ed Alice.

C’è inoltre una grande differenza stilistica certamente tra i due autori. Mentre Giordano, è delicato, impalpabile, sensibile fino a toccare la poesia, nel disegnare con tinte pastello le anime silenziose dei suoi “numeri primi”, Cognetti è diretto, contemporaneo, quasi aggressivo nella sua scrittura “rock and roll” e graffiante. Per entrambi grande originalità nella strutturazione dei capitoli, epiloghi tra l’assurdo ed il geniale, citazioni letterarie e musicali freschissime da cui emerge quanto i nostri autori stessi provengano dalle stanze piene di poster musicali e di libri di Sofia (da Sylvia Plath a Virginia Woolf, da Elvis a Damien Rice), di manuali di fisica ed ingegneria di Mattia, dal conflitto generazionale, dal disagio della diversità, che tanto bene hanno saputo ridisegnare per noi, giovani e meno giovani, lettori.

Video recensione su YOUTUBE

Elena Ferrante e “I giorni dell’abbandono”

Ecco la mia recensione de “I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante,

redatta per il sito

http://www.unacasasullalbero.com

Perché leggere e scrivere sia insieme  condividere, collaborare, partecipare.

giorni abbandono

Il crollo dell’IO e del NOI in letteratura. Elena Ferrante vs. Catherine Dunne.

Nell’epoca delle diversità che convivono, delle alternative che sostituiscono, delle guide che disorientano, ecco una proposta di due romanzi a confronto, che trattano la stessa tematica, la crisi individuale e coniugale, il crollo del proprio IO in  seguito alla sua perdita di adesione ad una superficie che fino a poco prima rappresentava un indistruttibile NOI ma che all’improvviso si rivela un vuoto oscuro e malfermo.

Dall’orlo cieco di questo lembo, dal precipizio che sporgendosi appena lascia intravedere il nulla ci giungono le voci di giorni abbandonoElena Ferrante (I giorni dell’abbandono, ed. e/o 2002) e Catherine Dunne (La metà di niente, ed. Guanda 1997).

la metà di nienteLa vertigine ed il panico dell’instabilità delle proprie fondamenta si affrontano in queste due opere in modi disarmonici tra loro, per “aiutare”?, attraverso le loro differenti possibilità di riemergere e ricostruire un’identità e conferire un senso alla propria esistenza, due tipologie di lettori altrettanto opposte.

 

 

In questo video cercherò di illustrarne le ragioni. Buona lettura e buona visione.

This or That? #unatramaduelibri

Giovani artisti si raccontano: l’arte onirica di Elisa Bertaglia


In occasione della inaugurazione di Three, la mostra di arte contemporanea che vede esposte le opere dei tre giovani artisti Elisa Bertaglia, Gabriele Grones ed Elisa Rossi, aperta dal 5 al 17 agosto 2014 presso Villa Ca’ Tiepolo (Isola di Albarella, Rovigo) e curata da Stefano Suozzi, ho avuto il piacere di tradurre dal tedesco la presentazione redatta da Carmen Roll dedicata in particolare alle opere di Elisa Bertaglia.

Elisa Bertaglia, Dipinti – Gallerie MZ, Augsburg (D) – 20 marzo – 17 aprile 2014

DSC_0507I lavori di Bertaglia sono spesso incorniciati, l’uno di fianco all’altro, organizzati per gruppi. Sebbene utilizzi la carta come veicolo d’immagini, l’artista definisce “quadri” le sue opere poiché. risultano più determinate e condotte fino al termine rispetto a disegni, che in arte sono spesso solamente iniziati, restano anelanti e mai realmente completati.

 

 

DSC_0226Infatti, è la tecnica complessa nel passare uno strato di carboncino, di matita, di olio di lino, di olio di papavero, stemperato con la trementina, a fare la differenza, a condurre alla spessa costruzione della composizione, insieme alle tematiche, in cui Elisa identifica il pieno realizzarsi dei suoi quadri.


 

34Se si lascia il tempo necessario agli occhi perché l’opera possa dare il suo effetto, alla mente perviene una rielaborazione di grazia, sensibilità, interiorità. I dipinti risultano accomunati dalla ridotta scelta cromatica, data solo da lievi gradazioni di grigio, che risuona dalle superfici bianco-latte alle diverse sotto-note di grigio. La paletta cromatica dei grigi si fa più scura tendendo al grigio-nero senza mai tuttavia divenire opaca. Raramente, ecco esplodere scintillii di colori all’orizzonte attraverso spesse pennellate di blu, verde, rosso.

Come una nebbia che sale, il colore avvolge i protagonisti esaltandone i contorni, in un modo tale che li rende isolati, fragili, non connessi, in nessun luogo. Per Elisa tutto ciò ha un significato preciso poiché vi conferisce quella stessa atmosfera del paesaggio in cui è vissuta, dove d’inverno una fitta nebbia predomina sulle cose materiali livellandone le differenze. Allo stesso modo il paesaggio diviene simbolico, decorato da volti mitologici. Simbolismo e sogno si uniscono a formare una nuova mitologia, resa chiaramente anche attraverso un “sotto”, o meglio, un “contro”- mondo, quello dell’inconscio, che simboleggia l’inversione del paesaggio, inscenata da un cielo “capovolto”.

1Si osservi ora ciò che questa nebbia livellante contiene e si resterà in qualche modo sorpresi: continua a riapparire sempre lo stesso prototipo di ragazza, in costume da nuoto, immobile, ora siede, ora è rannicchiata o distesa. A volte la testa coperta da una cuffietta da nuoto oppure manca del tutto. In un caso la ragazza indossa addirittura una mascherina.

Spesso invece il capo è coperto o completamente sostituito da una bestia dalla forma di serpente. La rigida immobilità, con le braccia tese in alto preganti, a volte aderisce strettamente alla terra, altre volte manca completamente un contatto col suolo, ma senza per questo volare. I movimenti non sono ampi, i piedi restano vicini uno all’ altro, le braccia serrate sulla schiena.

 

37Compare inoltre una seconda tipologia di ragazza: una giovane ragazza il cui corpo si tramuta in donna. Bertaglia ha messo in relazione ad una sorta di “metamorfosi” la serie di opere nate nel 2013, con ciò intendendo la loro tematica come il passaggio dall’infanzia all’età adulta, lo scambio da un’epoca all’altra della vita. La metamorfosi ci lascia vedere come un’innocente ragazza diventi una donna, in modo irreversibile, definitivo, e soprattutto senza nessuna azione volontaria da parte sua. L’ispirazione di questo principio del passaggio proviene dalle celebri Metamorfosi di Ovidio, che ha trattato il tema in svariate maniere. Eppure, diversamente da Ovidio, la nostra autrice non sviluppa una narrazione, un racconto o un percorso di lettura del quadro. Non vuole imporsi all’osservatore dettandogli l’interpretazione dell’opera, come lei stessa esprime. Lo scopo non è né interpretazione né significazione, bensì suscitare un’atmosfera estetica enigmatica, aperta a molteplici letture interpretative.

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A ciò corrisponde la funzione del paesaggio, spiegata attraverso il suo carattere onirico e simbolico, i cui componenti non vengono descritti concretamente, non devono e non possono venire definiti. Ciò permette all’artista di costruire un mondo mistico, ricco di significati nascosti.

La testa è la parte più importante del corpo, senza di essa non è possibile alcuna vita. Noi identifichiamo e distinguiamo una persona per lo più dal viso e dall’aspetto. Letteralmente essere senza testa per Elisa Bertaglia equivale ad una mancanza nella propria identità, uno stato di crisi, che provoca confusione e disorientamento, e allo stesso tempo impone la necessità di raggiungere la consapevolezza e la reale percezione della propria personalità. Il passaggio da un’epoca all’altra della vita non si può né fermare né superare o governare. Esso arriva e noi non sappiamo cosa succederà, per questo motivo l’artista evita una localizzazione spazio temporale attraverso il suo paesaggio mitologico esteriormente non collegabile ad alcuna forma reale, tale che nei suoi quadri si possa rispecchiare questo stato intermedio che destabilizza profondamente lo spettatore.

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17Un ulteriore importante aspetto è costituito dalla costante presenza degli animali che si possono ritrovare ovunque: aironi, lupi, serpenti. Alcuni provengono dai luoghi in cui l’artista vive, tra i territori e le rive del fiume Po, altri provengono invece dalla sua immaginazione. In tutti loro Elisa vede una sorta di alter-ego, che impersona gli aspetti istintivi e intimi della nostra personalità, dei quali non vogliamo parlare e che cerchiamo anzi di nascondere. Così intesi gli animali non sono affatto antagonisti degli uomini, ma piuttosto una loro forzata emanazione.

A volte, ci dice l’artista, hanno la funzione di proteggere la parte interiore della nostra personalità, così che possano sopravvivere i nostri sentimenti istintivi. Ed è così, ad esempio, anche nel caso di un serpente o una vipera avvolta alla testa della ragazza. L’artista mette in chiaro di riferirsi a un tratto originario della cultura cristiana, ossia Adamo ed Eva e la perdita del paradiso, che appare così da subito davanti ai nostri occhi. Il serpente però non rappresenta il peccato, ma un istinto primordiale non ancora abbattuto, come nel bambino, di cui anzi inizia ad impossessarsi.

DSC_0463Elisa Bertaglia lavora in serie, anche in formati molto grandi, a volte parte anche dipingendo direttamente su pareti, che riempie di visioni e fantasie con la meticolosità con cui lavora su formati più ridotti. La sua poetica muove da un dialogo privilegiato con la letteratura classica, evidente già a partire dai titoli dati alle opere: Populus, Alma Venus, Venatrix Diana, Profunde, Milky Way. Populus III è stato esposto nel Padiglione Accademie alla 53° Biennale di Venezia del 2011.

 

DSC_0460A fianco dei dipinti si può vedere anche un video, per il quale l’amico compositore Riccardo Vaglini ha realizzato appositamente la musica. Come avviene nei quadri silenziosi, anche il video ci conduce in un cosmo fantastico e immaginario, che noi non leggiamo, ma di cui possiamo seguire le tracce. Il film è stato presentato per la prima volta nel 2010 a Venezia.

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Elisa Bertaglia dice dei suoi lavori che lei vorrebbe dimostrassero come tra le superfici del mondo ve ne sia uno sotterraneo, fatto di inconscio interiore ed immaterialità.

Dr. Carmen Roll

 

Quando il sole sorge. Racconto autobiografico sul dolore di una perdita.

Mon_Impressione_Levar_SoleIl primo del mese mi hai lasciata abbandonata ora sono orfana di madre e insieme ho perso mia figlia la mia bambina piccola che riempivo di baci la sera e che alla domanda sei la mia bimba mi faceva di sì con la testina ricurva e il collo quasi spezzato tanto si chinava in avanti contro ogni natura. La manina magra e tenera me la passavo sulla guancia e sui capelli per farti sentire che ero lì come si fa coi ciechi, un poco vedevi ancora, ma volevo che mi sentissi, volevo che il concavo della mano combaciasse con il pieno della guancia, come fanno i gatti quando si accoccolano nell’angolo delle gambe piegate. E quelle gambone gonfie e bianche, quella pelle liscia e rilassata nel lettone umido di tutto quel liquido che ti usciva dai fori e dalle ferite tutte fasciate piene di creme e disinfettanti e garze sempre pronte da cambiare da rifare da sollevare con enormi cuscini e pezzuole bianche da ospedale. Era tutto bianco le tue magliettine di cotone i tuoi pannoloni le creme idratanti per la pelle rotta tutto bianco e ovattato per quei giorni di dolore di delirio di urla e poesie nella notte quando il sole sorge mi dicevi e cantavi per me chiedendomene scusa mentre tutta la mia pazienza non bastava ad aiutarti a salvarti, la mia mano sotto la tua al riparo da te da quelle grida non serviva a calmare quell’ansia e quel tremore che ti invadevano nel buio aiutato solo dalla lampada di Dresda sul comodino, accesa per tre anni per te nell’ oscurità. Quanto sei lontana adesso che ho tanto tempo per dormire tanto buio e tanto silenzio, ora che non so che cosa farmene di tutto questo tempo e questo buio, ora che posso riposarmi nel silenzio della notte, dove sono le tue poesie le tue memorie confuse da assecondare e da amare? Quando facevi ancora piccoli passi in sala, ti sedevi a tavola con noi e ti vedevo mangiare pian piano ti spezzettavo tutto in piccole parti tritavo  condivo i cibi stracotti per te, quanto mi riempivi gli occhi di lacrime con i tuoi maglioncini colorati rosso e celeste, comprati solo per le visite negli anni della malattia, con fiori e brillantini, fiocchetti, decori allegri che nulla sapevano del tuo destino malato, come nulla sapevi tu, e sembravano illuderti, farti credere di essere destinati non a te, ma a  chi può indossare fiocchi e fiori e ridere a tavola e mangiare spensierato a grandi boccate. Le foto con gli occhi lucidi in tutte le festività possibili a tavola, davanti a torte colorate e regalini, i tuoi sorrisi e la tua voglia di essere lì con noi per sempre. Poi quei colori sono diventati tutti un grande bianco vuoto, solo la fede che hai tenuto al dito fino alla fine era gialla d’oro, anche la mascherina e i tubi e i cerotti sul collo erano bianchi quella notte, le sedie in ospedale e i muri e il comodino tutto bianco, e ancora nel bianco ho tenuto quella manina stretta nella mia e ho accarezzato quella fede d’oro finché non mi è rimasta solo quella in mano. Ce l’ha consegnata l’infermiere che ti ha svestita rifasciata quasi imbalsamata avvolta la testa di un turbante che ti reggesse il collo, e ti ha donata ad un nuovo bianco, che non respira più con fatica e rantoli, non delira più non mi canta quando il sole sorge, non mi fa dormire sul materasso umido, ma mi lascia senza fiato, mi  dilania mi terrorizza mi impedisce di urlare mi lascia ammirare in silenzio il silenzio che il tuo viso ora ammette. Come un rito una messa un culto tutti intorno a quel bozzo bianco immobile che fa subito orrore ma poi si lascia accarezzare e baciare e quieta  le lacrime e le asciuga e infine le conforta. Poi i tuoi vestiti più belli e il profumo come avevi chiesto, ti hanno anche tagliato i capelli ben in ordine le calze e le scarpe e le caviglie unite da un elastico che nessuno vedrà, alla cerimonia ufficiale nessuno saprà quanto hai sofferto, sembrerai una distinta signora che riposa dorme dopo una giornata in ufficio, con quel completo blu un po’ maschile, come se il male e la notte e l’incubo di anni sulla poltrona a decadere ogni giorno non ti conoscessero, come se avessi lavorato fino a ieri, come se far convivere la tua angoscia con noi con le nostre vite e le nostre inutili frasi e domande  e le medicine agli orari che scandivano le ore che correvano apprensive intorno alle sponde lucide del tuo letto non fosse il più duro lavoro, e poi quel costringersi su una sedia a rotelle per trenta minuti di normalità al giorno, fuori da quel letto bagnato, per poter essere ancora come noi, per lasciarsi imboccare una colazione tiepida e molliccia, lasciarsi trascinare per i corridoi stretti della casa riempiendosi le braccia di nuove ferite, tendersi a stento verso l’alto per raggiungere l’acqua del lavandino per sentirne ancora il gettito e il sapone di cui ti spalmavo le manine e il viso, col collo così piegato da non poter vedere nulla, come se tutto questo folle incubo non fosse un lavoro, una pena che ora pare sacra, e mi svela quanto hai patito per abituarci, per tranquillizzarci per abbandonarci con lenta gradualità finché il respiro non è diventato un digrignato rantolo, e poi una bianca larva umida e poi una signora distinta e poi un’anfora di ceneri come tu desideri. E ora ti vedo, bianca e piegata, senza quasi senno ma sento la tua vera voce ancora forte che mi chiama e mi porta a te e a come devo ricordarti, scacciando via il dolore e baciando la tua fede gialla d’oro, mettendo la mia mano sulla mia guancia e sapendo che lì è la tua manina che mi stringeva quella notte, tornando agli stretti abbracci agli scherzi alle gite alla cucina al giradischi per terra ai giochi al ritorno da scuola ai giri in centro alle confidenze, a quando io ero la tua bimba ed eri tu quella grande,  per sentirmi solo orfana e non sentire più il dolore di una madre rimasta sola perché quello sì mi uccide.

 

La cena è servita: cannibali in livrea nel romanzo gotico da Patrick McGrath a Thomas Harris

Patrick McGrath_Grottesco

Patrick McGrath_Grottesco

Patrick Mc.Grath – Grottesco (Adelphi, 2000). Una recensione.

La campagna londinese della tenuta di Crook, in cui vive la famiglia composta da Sir Hugo, la moglie Harriet e la figlia Cleo con il fidanzato Sidney,  è lo scenario in cui si svolgono gli avvenimenti misteriosi e mostruosi narrati, o meglio “tratteggiati” , – tale che ne possiamo intravvedere l’entità con il terrore dell’immaginazione ma senza mai doverla fronteggiare pienamente, –  da Patrick McGrath in questo romanzo gotico che si traveste a tratti da mistery inglese, senza disdegnare intense sfumature horror. Sir Hugo, il nostro protagonista, è un paleontologo, studia carcasse  e ritrovamenti di ossa, per stilare teorie sullo sviluppo genetico e sulle abitudini riproduttive delle più svariate specie animali. Il suo compagno di studio, il rospo Herbert, “siede” a tavola con la famiglia abitualmente e pasteggia con piatti di larve appositamente selezionate per lui. Il suo laboratorio è un inquietante collage di resti ossei, insetti decomposti, liquidi organici in vitro destinati ad analisi dettagliate per redigere articoli scientifici e tenere conferenze accademiche.

La natura in ogni sua forma dunque, di sviluppo e di decomposizione, in ogni forma di “infezione e sozzura” è il “rifugio” di Hugo, uno scienziato che ha fatto della analiticità e della scoperta la sua cifra di approccio all’esistenza, tanto da non vedere alcuna differenza tra l’uomo e la bestia, l’insetto e la pianta, in quanto tutti facenti parte con eguale dignità dello spettacolo variegato e meraviglioso della vita.

Nella “tranquillità grottesca” della vita di Hugo incombe però all’improvviso la coppia di servitori assunti da Harriet a sua insaputa, i coniugi Fledge e Doris, dal passato oscuro e dall’aspetto impeccabile, per occuparsi della tenuta e della famiglia. Dall’arrivo dei due infidi figuri inizieranno ad accadere avvenimenti sinistri a Crook, Hugo cadrà nel mirino della follia nascosta di Fledge, fino all’accadere di una tragedia che porterà il nostro scienziato a terminare i suoi giorni su una sedia a rotelle,  immobilizzato da una paralisi psico-fisica totale, decretato dai medici “ontologicamente morto” senza possibilità di ripresa, costretto a pose, versi e secrezioni involontari indotti dalla paralisi che lo avvicinano ad una bestia. Seppur nel mutismo forzato e nell’immobilità corporea, sempre conscio, lucido, egli però vede e comprende tutto, anche se nessuno può sentire la sua voce interiore, che grida e combatte invano l’incombere di Fledge su di lui, e anche quando dai suoi occhi vitrei scendono lacrime di rabbia e dolore, lo si attribuisce ad un’esigenza fisiologica, più animalesca che umana, di necessaria pulizia dei bulbi oculari… La scienza, di cui egli stesso aveva fatto il vessillo della propria esistenza, lo condanna così allo stato patologico del “grottesco”, si beffa di lui, insieme ai suoi cari, con l’ufficialità della medicina fino alla pietà della religione, nella patetica attesa che quel corpo inerme esali l’ultimo fastidioso, umido respiro.

Grant_DeVolson_Wood_-_American_Gothic

Grant_DeVolson_Wood_American_Gothic

Intanto il morboso e diabolico Fledge con le sue lunghe unghie coperte dai guanti bianchi, si approprierà della sua vita, della sua famiglia, della sua casa, perfino dei suoi vestiti, in maniera subdola e strisciante, lenta e graduale tanto da risultare ai più invisibile. Solo Hugo lo vede, ne vede la bestialità interiore, vede in lui il vero grottesco, il diabolico dell’anima, ma può raccontarlo, urlando con l’urgenza e la gravità di chi vede soccombere se stesso e la propria famiglia senza poter fare nulla per evitarlo, – solo a noi lettori che assistiamo passivamente agli eventi, costretti come Hugo alla stessa immobilità, allo stesso terrorizzato mutismo.

Lo sdoppiamento delle due personalità di Fledge e Hugo, il loro essere insieme uomini e bestie, l’uno per le fattezze fisiche, l’altro per la crudeltà interiore, riporta la narrazione, –  sempre tesa sulla corda del mistero ben condito dai rassicuranti cliché del giallo inglese à la Agata Christie fino agli orrori ed agli incubi di Stephen King, – verso una profondità psicologica ed una analisi introspettiva del rapporto malsano dei due “opposti”, frammisto di odio, invidia ed identificazione reciproca.

Osservando Fledge,  Hugo si chiede dove sia veramente il “grottesco”, se esso si collochi cioè in ciò che noi umani vediamo ed intendiamo tradizionalmente come tale, ossia nelle carcasse, nelle ossa decomposte e negli uccelli impagliati che affollano il suo amato laboratorio, ricordandogli in fondo da dove provenga la nostra stessa esistenza e dove sia destinata e  sfociare per riemergere a nuova vita attraverso naturali processi di morte e putrefazione, nei quali è insita addirittura una sorta di “moralità”, oppure si collochi, come di fatto avviene, piuttosto nella bestialità interiore, invisibile, camuffata dall’impeccabilità fisica, e dalla ipocrita gentilezza con cui il mostro Fledge, col suo fare da “Mr. Hyde”, sta ingannando insieme alla moglie Doris, rivelatasi (sempre ai  soli occhi inermi di Hugo) una perversa alcolista, l’intero villaggio di Crook.

“Io sono il suo sosia grottesco, in me Fledge vede esternata la sua corruzione, io sono l’esteriorizzazione, la manifestazione, la rappresentazione in carne ed ossa della sua vera, intima natura, che è una roba deforme e vizza… Lui se ne rende conto e questo fatto questo vedere la sua anima he gli sorride feroe da un angolo della stanza, lo affascina… Ed è per questo che penso a me stesso come alla sua coscienza avvizzita: io sono il ricordo atrofizzato del bene… io che, essere grottesco, riesco ancora a intravedere il bene… io… costretto a fungere da gargouille in questa anticattedrale, in questa demoniaca dimora che Fledge ha fatto di Crook. E’ Fledge l’essere grottesco.. non io!”

 Hannibal -la serie tvLa doppiezza, la perdizione che anela alla salvezza, all’ insegna di rituali sadici ma dall’altissima levatura estetica, (tale che non possiamo, se “cultori della materia” non ricordare, leggendo McGrath, le immagini della serie tv Hannibaltratta dal romanzo omonimo  di Thomas Harris e sequel de “Il silenzio degli innocenti”),  il tutto ben condito con cannibalismo, automutilazione e devianza quanto basta, narrato con la maestria raffinata ed inappuntabile come  un servizio di cristallo ben disposto su di un centrotavola in macramè color avorio… l’incubo malsano e sudaticcio di creature mostruose che affollano paludi salmastre, sempre inserite in una scientifica ed insieme etica commistione naturale quanto biologica: … queste le atmosfere frammiste di ambiguità e aberrazione ma anche di buon gusto e valori (paradossalmente…) umani che riesce a farci vivere con il suo “Grottesco” Patrick McGrath, scrittore inglese sfuggito (o forse no…?) ad una carriera di analista mentale, regista algido e sapiente, sì, di mostri e cannibali, ma pur sempre “in smoking”.