Le affinità matematiche: Paolo Giordano ed i “soli” che si “inseguono”

Paolo Giordano –La solitudine dei numeri primi – Ed. Oscar Mondadori (2008)

La  solitudine dei numeri primiLa meccanica quantistica è la parte della fisica che studia i sistemi atomici e subatomici (molecole, atomi, nuclei, particelle ecc.), le cui dimensioni sono dell’ordine di 10-10 m o inferiori e per i quali non valgono le leggi della meccanica classica, in grado di descrivere il moto di sistemi macroscopici.

Nel nostrano “caso letterario” La solitudine dei numeri primi il giovanissimo fisico teorico Paolo Giordano ci descrive, come in un trattato di meccanica quantistica, le vicende salienti, spesso dal sapore di memoria autobiografica, che dall’ infanzia conducono all’ età adulta di alcuni compagni di scuola, in una città del Nord Italia contemporaneo, concentrandosi per lo più sulla “coppia di irregolari” di Alice e Mattia, due sparute “particelle atomiche”, che dai loro piccoli difetti fisici ma soprattutto dalle loro grandi fobie psichiche hanno costruito una barriera verso il resto del mondo, facendone cifra della loro personalità, nonché filo conduttore invisibile nella perdizione dell’isolamento cui la Società della misurazione standardizzata “classica” li ha dalla nascita destinati.

Entrambi affetti da una serie di comportamenti autistici frammisti a perversioni psicotiche, (anoressia, autolesionismo, masochismo) i due ragazzi devono destreggiarsi con il loro “peso specifico” invisibile, tra i costrutti “macroscopici” ed imponenti della scuola, della famiglia, delle relazioni sociali ed amorose, tentando di adattare le loro diversità ed il loro disagio di vivere,  chiuso in un narcisismo egoistico e imbarazzato, alla omogeneità massificata e per questo autorizzata alla Serenità ed alla Accettazione, dei loro coetanei, subendone il bullismo, la superiorità fisica, la spontaneità verbale, il successo sociale.

Tra di loro però, tra le loro anime sparute e sensibili, terrorizzate, inavvicinabili, proprio come i numeri primi, frutto di una sequenza algebrica irregolare e non prevedibile, con-divisibili solo con se stessi, si crea una complicità muta ed immobile, una comprensione che scaturisce dal silenzio, dalla somiglianza, dall’ incapacità delusa della non-integrazione, l’impossibilità di far collimare l’ingranaggio della loro interiorità con quello, ben più mastodontico, oliato e rassicurante, della normalità. I loro ingranaggi così sbagliati e sofferenti marciano invece all’unisono, ma pur sempre a distanza, non uscendo dal guscio patologico delle loro ossessioni e compulsioni, che rasentano il ferimento fisico, la deprivazione, il rifiuto di sé.

La realtà di Alice, il cui difetto fisico ad una gamba è cifra dell’incapacità di muoversi agevolmente nel mondo, da un corpo che tenta di essere sempre più magro ed inospitale, è ritratta dal suo obiettivo fotografico, algido parametro che ne sostituisce  lo sguardo ed il giudizio insicuro. Mattia invece, genio matematico, scompone ogni aspetto del suo universo fisico ed emotivo in frammenti immaginari perfettamente simmetrici e divisibili, calcolabili  e frazionabili, come i piccoli tagli che è costretto a recarsi sul corpo quando la sofferenza o il mal di vivere lo pervadono fino a farlo soccombere. La vita normale per i due si rivelerà un miraggio, il contatto con gli altri una sfida, da vincere attraverso un immane sforzo di autonomia e di rassicurazione fatta di cedimenti continui della loro caparbietà di essere, seppur inappropriati, esseri. 

La forza di Giordano, nel ritrarre queste anime “colpevoli”, è, nel partorirle, la profonda scomposizione nei loro “minimi termini”, conferendo loro voci autonome e ben distinte, dignità di essere unici prima che diversi, nella loro fragilità crudele e grottesca. Senza dedicare loro compassione  o banale osservazione medica, psicologica, o tantomeno sociale, Giordano ne disegna le paure, gli imbarazzi, le sensazioni goffe e le reazioni bizzarre, con immagini di rara poesia e insieme graffiante realismo, rendendo il lettore in grado di entrare in un mondo tanto sensibile quanto feroce, tanto chiuso e schivo quanto bisognoso d’amore ed insieme pronto a rifiutarlo.

La prosa è delicata e asettica, attenta ad ogni sfaccettatura psicologica, ogni sensazione che Alice e Mattia producano, ogni “reazione chimica” davanti alla massa apparentemente informe dei dettagli  insignificanti del loro quotidiano, in cui ogni gesto, ogni parola che il mondo lancia loro distrattamente rappresenta invero una profonda ferita che non fa che inspessire il filo rosso invisibile tra i due e ne connette in un sorta di algebra alchemica gli istinti, le intelligenze, le volizioni.

Anche le famiglie dei protagonisti, nel loro habitat sicuro e benestante, vengono  ritratte sottolineandone la spesso cieca ipocrisia, in cui la sicurezza economica nasconde i fallimenti interiori, l’incapacità di ascolto, l’imbarazzo e l’incomprensione verso quei figli “diversi” che vagano per casa come muti ed estranei fantasmi.

La divisione del nostro “romanzo – diario” in capitoli, ad ognuno dei quali è dedicato uno specifico anno della vita dei protagonisti, dalla prima infanzia nel 1983 alla vita adulta nel 2007, rispecchia la volontà dell’autore di identificare e portare in parole il comune denominatore  tra delicatissimo lirismo e rigore scientifico, basti pensare alla capacità evocativa della convivenza di titoli come “L’angelo della neve” e “Sulla pelle e appena dietro” con “Il Principio di Archimede” e “Messa a fuoco”.

Un percorso psicologico accidentato,  un’esperienza poetica ma dolorosa, è ciò che ci propone La solitudine dei numeri primi, in cui l’autore, laureato in fisica teoretica, imprime costantemente la sua impostazione scientifica alla metodica narrativa ed all’indagine umana, mettendo a dura prova l’assodatezza delle convenzioni, del concetto sicuro e ipocrita di Normalità e di Felicità, costruito saldamente dalla società contemporanea del Benessere esteriore e sociale, mentre dà voce al silenzio impacciato della timidezza, al diritto di essere dell’inadeguatezza, al “mal di vivere” di quelle anime sotterranee che, dietro le rumorose apparenze, ci circondano e illustrano un sottosuolo  tinto di colori inediti e di pensieri commoventi, se solo fossimo disposti ad ascoltarle, o prima ancora, a vederle.

“Mattia aveva ragione: i giorni, uno dietro l’altro, erano scivolati sulla pelle come un solvente, portandosi via ognuno un sottilissimo strato di pigmento dal tatuaggio di Alice e dai ricordi di tutti e due. I contorni, così come le circostanze, erano ancora lì, neri e ben delineati, ma i colori si erano mescolati l’uno con l’altro, fino a sbiadire in una tonalità smorta e uniforme, in una neutrale assenza di significato… Poi con il tempo, la ferita dell’adolescenza si era rimarginata. I lembi di pelle si erano avvicinati, con movimenti impercettibili ma continui…”

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