Dai fondali dell’anima. Quel sè che non si può cambiare.

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Sono abitata da un grido.

Di notte esce svolazzando

in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura

che dorme in me;

tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,

la malignità.

( da “Olmo” –  Sylvia Plath)

Inge Schilperoord – Nuvole di fango  (Fazi Editore, 2017). Una recensione.

Se si osserva un classico piano cartesiano, composto dalla intersezione delle due rette ortogonali, quella delle ascisse e quella delle ordinate, ognuna delle quali ha un orientamento corrispondente ad una progressione numerica infinita, si potrà localizzare qualsiasi punto dello spazio dall’incontro del valore dell’ascissa con quello dell’ordinata, comprendere cioè come ogni punto rappresenti una corrispondenza, una intersecazione dal valore prefissato, individuabile, obbligato.

E’ un piccolo piano cartesiano questo romanzo di esordio di Inge Schilperoord, che traccia da subito i ben pochi elementi di cui si compone la vicenda, li localizza sulle assi di riferimento, fino a farli progressivamente incontrare in un punto preciso, che è il culmine degli eventi, il risultato algebrico ed inesorabile del loro intersecarsi.

Jonathan sta per uscire di prigione, per un crimine che ci rimarrà per gran parte della lettura ignoto, di cui le prove insufficienti gli concedono una temporanea e provvisoria libertà. Sin dalle ultime ore in cella di Jonathan il lettore inizia a comprendere la natura riflessiva e solitaria del ragazzo, che orienta le proprie giornate sulla base della luce del sole, della sua intensità ed angolazione attraverso la fessura delle tende, il dispiegarsi delle loro ombre sul pavimento della cella, assapora lo scorrere del tempo e del silenzio nel suo isolamento, attende l’aprirsi di quella porta che lo riporterà con la prima corsa dell’autobus, a casa.

A casa c’è la madre, affaticata, anziana, stesa sul divano a sonnecchiare davanti alla televisione, sospesa nel silenzio immobile della loro casa, ad attenderlo pregando per lui con il rosario stretto tra le mani ansiose.

Poi c’è Milk, il vecchio cane, che lo accoglie scodinzolando per essere portato a spasso. Fino ad ora, in sua assenza, se ne è occupata Elke, la bambina dei vicini, una ragazzina che vive con la madre sempre impegnata al lavoro al bar, che non ha tempo per lei, e la nasconde da un marito  lontano e violento. Jonathan vuole ricominciare da lì, dalla vita in casa con la madre, dal lavoro alla pescheria, dalle passeggiate con Milk al canneto rovente prima del lago, appena fuori dal paese. E dai suoi esercizi, sul quaderno che gli ha lasciato il  terapeuta della prigione, che lo aiutano a riflettere, a respirare, ad osservare le sue reazioni ad ogni evento, lo controllano e lo proteggono per evitargli di tornare a sbagliare, per accorgersi in tempo, questa volta, di qualsiasi debolezza, e riprendano immediatamente le fila dei suoi pensieri al loro primo vacillare.

Attraverso il suo programma maniacale Jonathan organizza le proprie giornate come in carcere, con i pochi elementi di cui dispone. Lavorerà, porterà fuori Milk, preparerà la cena alla madre e guarderà i quiz televisivi con lei la sera, pulirà l’acquario, farà i suoi esercizi quotidiani. Diventerà una persona migliore, sarà tutto diverso, questa volta.

La narrazione scorre lenta, assorta, tra i conteggi, i dettagli che Jonathan osserva e registra in silenzio, le pieghe di un abito, la posizione di una sedia, l‘angolazione del sole, la contrazione dei suoi muscoli, l’incedere dei suoi pensieri.

Nelle acque stagnanti del canneto Jonathan osserva i grossi pesci, le tinche, simili a carpe, che si nascondono sotto il fondale fangoso quando percepiscono un rumore, poi muovendosi scatenano l’alzarsi scomposto della terra e il crearsi di grosse macchie, come nuvole scure, nell’acqua. In particolare, tra le tinche, Jonathan ne noterà una, ferita, che deciderà di curare nel suo acquario in camera, nutrendola e ristabilendone la forza fisica, controllandone assiduamente la temperatura, il peso, il respiro.

In quella casa non si aggiunge solo una tinca ferita, ma è sempre più presente Elke, la ragazzina trasandata e curiosa che vuole stare con lui e Milk, giocare con loro al canneto, mostrargli i suoi disegni, dare le chioccioline al pesce malato nell’acquario.  L’ennesimo essere solo, innocente, ferito, che si avvicina insistentemente a lui, e di cui Jonathan vorrebbe occuparsi, nella sua cameretta, per quanto ne conosca il pericolo e cerchi inizialmente di rifuggire quell’attrazione imperfetta e patologica, che lo abbaglia ripetendogli che tanto questa volta ci sono gli esercizi, questa volta sarà tutto diverso.

Ma nel silenzio secco di quell’estate torrida e deserta dovranno unirsi i punti sul piano, è questione di tempo. La natura procede nel suo corso, lenta e inesorabile, attraverso il corpo del grosso pesce ferito, e quello di Elke, che Jonathan osserva sempre di più, ossessivamente, cercando di reprimersi respirando, negando, con il dolore frustrato, la colpa del crimine che sembra ora riaffiorare seducente nella sua memoria, facendosi realtà ogni giorno più presente e bruciante, fino a soffocarlo, annebbiarlo ed annullarlo.  E quando i punti arrivano a congiungersi, è tardi, tutto è deciso, il libro degli esercizi, il canneto rovente, le nuvole di fango nel lago, tutto si connetterà nella mente di Jonathan, in una intersezione delirante e rassegnata, nell’accettazione che la natura si può forse rallentare ed ostacolare, ma mai cambiare.

                                              “Come pure tutto quello che non capiva di sè. Non aveva più le forze per pensare. Il senso di sconfitta aveva ceduto il passo alla profonda quiete che era calata dentro di lui”

 

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