L’ardire di amare: cercando il sole tra il noir ed il rosa di Giorgio Scerbanenco

Recensione di: Giorgio Scerbanenco –Dove il sole non sorge mai” –

(Milano, Garzanti Editore, 2000)

Ancora la penombra maleolente dei corridoietti sghembi dei grandi atri a colonnati coi neri, grandi quadri appesi alle pareti, che forse nessuno sapeva cosa rappresentassero, di quegli ambulacri dove il sole non sorgeva mai, e mai era sorto, e mai più, forse, sarebbe sorto.

Emanuela Sinistalqui è una piccola contessa di Milano, ha sedici anni, e intraprende il suo disperato e utopico viaggio verso Roma, fuggita dalla casa della nonna materna dopo essere rimasta orfana, per raggiungere il suo fidanzato, Tonio Karr, anch’egli di nobili origini, figlio di un famoso editore.
L’impresa però non la condurrà da Tonio, bensì al riformatorio e poi all’Istituto rieducativo per Minori milanese, in quanto i suoi accompagnatori si riveleranno giovani criminali, tentando una rapina ad una banca, durante il tragitto, ed utilizzando una ragazza bionda ed esile come copertura, che all’apparenza sembra proprio essere la contessina Sinistalqui, in viaggio con loro.
Tonio Karr, alla notizia del reato, ufficialmente attribuito alla giovane fidanzata, per timore di far cadere quest’onta sulla sua nobile famiglia (amara è l’ironia con cui il padre di Tonio, il prussiano editore Karr, viene dipinto come una sorta di caricaturale Oblomov, che nell’ampia vestaglia gialla, cosparso da libri, carte e nuovi progetti editoriali, getta boccate di whisky e Gauloises sul suo tumore al pancreas, in verità per nulla interessato alla vergogna che il figlio teme di arrecargli…), la disconosce, spaventato.
Io non voglio più sapere neanche chi tu sei”, le dice.

Così la piccola Emanuela, innocente, sola, con queste parole di rifiuto che le rimbalzano nell’animo, si ritrova inserita in un percorso di avvocati, psichiatri, educatori sociali, che la invitano a confessare la sua colpa e collaborare per salvare  vita e libertà. Ma a lei non importa più, non risponde alle domande, alle minacce, alle accuse, si lascia insultare, definire, interpretare, e si conforma alla rigida vita dell’isolamento rieducativo e psichiatrico, solo il suono della voce di Tonio la chiama e la riscalda, quella voce che, come un ricordo così lontano ed insieme così vivido, ora non la riconosce più, non le crede, non vuole ascoltarla.
Tra i grigi corridoi dell’intransigenza di una Milano umida e implacabile, illuminata solo dalle luci gialle dei refettori e dalle braci di sigaretta dei lunghi interrogatori di dottoresse saccenti e invidiose della candida purezza di Emanuela, ella si lascerà precipitare nel più ostinato mutismo, non ha ragioni né spiegazioni da dare ad alcuno, se non sarà il suo Tonio a volerle sentire. Attenendosi alle rigide regole dell’istituto, alle punizioni immeritate, mentre svolge le mansioni destinate alle più pericolose criminali ed accetta le insolenze delle operatrici acide e volgari, la sua maschera di rigidità emotiva ed apparente arroganza diviene granitica nel suo quotidiano trattenere il pianto, nel suo sempre più profondo abbandono, nell’unico pensiero a tenerla in vita, ossia l’oramai divenuta ossessione per Tonio e per quel suo immutabile giudizio.
L’amore immacolato ed infantile della giovane si carica di rabbia e frustrazione, fino a farla scappare dall’istituto, usando la violenza e l’inganno, per rifuggire a Roma da Tonio, rivederlo, guardarlo negli occhi e giurargli di essere innocente, cercare il suo perdono e il suo abbraccio, anche solo un’ultima volta, prima di essere rinchiusa definitivamente in carcere. Anche Tonio, d’altronde, non trova pace senza Emanuela, e quando la paura e la colpa verso la sua famiglia scemano, si lancia a sua volta alla ricerca della ragazza, rasentando l’illegalità e rischiando la vita, in una corsa folle e cieca verso l’agognato chiarimento e la supplica del perdono della sua piccola amata. Sarà un viaggio sentimentale, in cui il noir si tingerà di rosa, (vivissimo il ricordo, qui, degli esordi di Scerbanenco con la scrittura di racconti d’amore pubblicati su riviste femminili, raccolti per la prima volta in “Uccidere per amore. Racconti 1948-1952”, da Sellerio Editore), in cui l’innocenza e la passione, il senso di coerenza ostinata tipici dell’adolescenza, cercheranno di ignorare, e in questo sta tutta la struggente tenerezza della vicenda, anche il più primordiale istinto di sopravvivenza, per rispettare l’unica legge, e forse la più antica malattia, per cui osare sentirsi vivi: quella del cuore.

I personaggi di Scerbanenco si lasciano tratteggiare dalle impressioni che suscitano nei loro interlocutori, come in Dove il sole non sorge mai li viviamo e conosciamo attraverso gli occhi celesti e spaventati di Emanuela, dai loro atteggiamenti, sguardi, dal loro vizio di fumare, dai commenti sprezzanti o dai tentativi di dialogo materno, delle psicologhe, dalle carezze e dalla stima del vecchio autista Pinin, dalle attenzioni impulsive e concitate della minuta insegnante di francese. Le ambientazioni, in cui restano protagoniste indiscusse, sottofondi silenziosi ma sempre presenti, i paesaggi urbani e le luci di Milano e Roma, sono descritte attraverso dettagli sensoriali prima che tradizionalmente tecnici.
Tutto il mondo del romanzo di Scerbanenco risulta lo sfuggente frutto di una grande impressione, che colpisce ed attira le attenzioni e le interpretazioni più svariate di ogni lettore, a ciascuno per la propria singola e diversa sensibilità, rendendo la lettura indirizzata a percezioni individuali, soggettive, sottratte ad ogni tentativo di omogeneo o corale giudizio, ma colpisce all’unisono la profonda sensibilità e ricerca di umanità di ogni situazione, che sembra voler sempre prevalere su ogni possibile disamina della trama divenuta quasi irreale pretesto per far emergere una conoscenza profonda dell’esistere umano, dalla sua più cruenta tendenza ad esercitare il pregiudizio e la violenza fino alla sua più dolce ed empatica necessità di perdonare, alleviare, amare.

Delle città importanti, io ricordo, di Milano… livida e sprofondata  per sua stessa mano

(I treni a vapore – I. Fossati)

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