L’amore e il suo doppio: gli esordi di Elena Ferrante

Elena Ferrante_L'amore molesto

Elena Ferrante_L’amore molesto

Elena Ferrante – L’amore molesto (Ed. e/o, 1992) : una recensione

Amalia e Delia sono due donne. O forse  una sola. Madre e figlia, legate da un rapporto cifrato dalla dipendenza reciproca, dall’immedesimazione fino all’unificazione psicologica, e di conseguenza, da anni, dal tentativo di emancipazione e di riappropriazione della propria individualità. Ma dopo la morte misteriosa di Amalia, Delia sarà costretta  ad addentrarsi  nuovamente nei meandri di questo malsano rapporto, nonostante la rimozione della memoria e la tentata ricostruzione  di sé all’ insegna dell’indipendenza parevano garantirle una parvenza di, seppur faticosamente raggiunta, libertà.

Il passato però, per indagare, da sola, della morte della madre, quella notte nel mare di Napoli, deve per forza tornare, così carico di incubi, menzogne, fantasmi che Delia sarà costretta ad affrontare, con cui dovrà dialogare, tornando bambina e riscoprendosi vittima e insieme complice di violenze inaudite tra le mura domestiche.

Una Napoli fangosa, umida, polverosa e soffocante, dalle tonalità grigie e dai rumori assordanti, sarà lo scenario in cui Delia, tornata nella città natale dopo anni di vita indipendente a Roma, dovrà confrontarsi con Amalia, un’ultima volta, per scoprire il perché di quella morte, apparentemente suicida, priva di senso, e sarà lo spettro costante della madre, in questo turbinio allucinato di ricordi, a guidarla verso una se stessa doppia e ambigua, una mistura di identità così terribile da offuscarle la vista ed annientarle la lucidità.

Delia vagherà per Napoli impropriamente abbigliata, in una sorta di grottesco confronto emulativo con Amalia, nell’immedesimazione fisica ed emotiva nella madre suicida, annegatasi il giorno del compleanno della figlia, e incontrerà figure di un passato inquietante che interrogherà durante la sua indagine, ma da cui dovrà scappare, perché in fondo, scoprirà,  la vera preda della morte della madre, per quanto volontaria sia stata, non era Amalia stessa, ma è proprio lei, Delia, fuggita e rimasta al riparo per troppo tempo dagli incubi del più feroce degli aggressori: la Verità.

Safet ZecLa scrittura di Elena Ferrante (denominazione, questa, fittizia, dietro la quale si nasconde una figura autoriale indefinita che non gradisce essere conosciuta dalla critica e dal pubblico) in questo romanzo d’esordio forse non casualmente dedicato alla madre, riesce a mantenere il lettore assurdamente sospeso tra due binari stilistici paralleli, di cui uno si compone di descrizioni analitiche, dettagliate, eventi elencati in maniera serrata e monocorde, mentre l’altro costruisce intorno a quegli stessi fatti crudamente esposti tra lo smarrimento urbano ed umano delle strade rumorose, degli autobus affollati e dei quartieri industriali deserti di Napoli, un’atmosfera spettrale, inquietante, fatta di allucinazioni, perversione e malessere, che ha il sapore dolciastro del sangue  e l’aspetto sudicio del fango.

La lettura che ne risulta, ingenuamente incapace di comprendere appieno, se non nelle ultimissime righe, la portata patologica del complesso narrativo, si fa per forza sempre più diffidente e guardinga, si sconvolge, a tratti si scandalizza, immobilizzata dalla pressione del racconto “detto”, facilmente definibile per gli apparenti cliché, un romanzo “giallo”, ma, molto più, affranta e commossa dalla passione e dalla comprensione dell’implicita e “non-detta”  tragedia umana, che lo fa invece avvicinare ad un romanzo “famigliare”, folle ed intimo dramma di memorie rubate ed interiorità violate.

 

Safet Zec_3Ora che era morta, qualcuno le aveva raschiato via i capelli e le aveva deformato il viso per ridurla al mio corpo. Accadeva dopo che negli anni, per odio, per paura, avevo desiderato di perdere ogni radice in lei, fino alle più profonde: i suoi gesti, le sue inflessioni di voce, il modo di prendere un bicchiere o bere da una tazza, come ci si infila un vestito, l’ordine degli oggetti in cucina, nei cassetti,… le repulsioni, gli entusiasmi… i ritmi del respiro. Tutto rifatto, per diventare io e staccarmi da lei. D’altro canto non avevo voluto o non ero  riuscita a radicare in me nessuno… Nessun essere umano si sarebbe staccato da me con l’angoscia con cui io mi ero staccata da mia madre soltanto perché non ero riuscita mai ad attaccarmi a lei definitivamente… Non ero alcun io. Ed ero perplessa: non sapevo se quello che andavo scoprendo e raccontandomi, da quando lei non esisteva e non poteva ribattere, mi facesse più orrore o più piacere.

Libri che parlano di… dialogo interiore. David Grossman e Franz Kafka: due analisti a confronto.

David Grossman – Che tu sia per me il coltello ( Einaudi, 1999)

Immagino una burrasca, un’esplosione vulcanica della mia coscienza e della tua. Qualcosa che travolge, scuote, rivela. Siamo avvolti da un’unica pelle (o meglio, siamo senza pelle).

David Grossman - Che tu sia per me il coltello

David Grossman – Che tu sia per me il coltello

Un romanzo epistolare, o forse un diario condiviso, che gli stessi scriventi si propongono di chiamare “nottario” dato che le confessioni che essi si scambiano avvengono per lo più nelle ore notturne, nei fugaci momenti rubati alla vita “diurna”, agli obblighi della quotidianità familiare e lavorativa, nato quasi per caso, per gioco, per sfidare se stessi e la propria capacità di perseverare nell’autodistruzione reciproca, interiore, intima, del corpo e della mente.

Yair e Myriam iniziano a scriversi lettere, dal nulla, senza conoscersi, programmando di non incontrarsi mai, di non rendere mai concreto il loro rapporto epistolare, di non abbassarlo mai agli aspetti della concretezza, alle abitudini, ai cliché e alle ipocrisie della fisicità, bensì rimanendo astratti, immateriali l’uno all’altro,  e proprio nella loro reciproca e condivisa impalpabilità arrivare a toccare più profondamente la propria intimità, scavando come “coltelli” l’uno per l’altra nelle loro stesse coscienze ed anime, rivelando aspetti di sé ancora sconosciuti, dissotterrati da una profondità talmente nascosta, impacciata e recondita  da non aver mai visto appieno la luce, da non aver mai conosciuto e meritato una dignità di esistere e di vivere.

Tra le righe delle lettere dei due, nelle confessioni più inaudite invece, il loro rapporto matura, giocando ad essere fratelli, amanti, bambini innocenti o saggi anziani,  e si fa sempre più intenso, intimo e seducente, lascia loro condividere aspetti scabrosi del loro pensiero, e della loro memoria, lati oscuri che senza remore né imbarazzi si intervallano  a racconti di estrema dolcezza e passione del rapporto coi loro figli, o dei loro reali partner, fino a sorridere di attimi quotidiani divertenti (seppur solo) nella condivisione, in un linguaggio “privato” fatto di allusioni, termini che perdono il loro significato abituale per acquisirne uno inedito, interno ad un codice intimo quanto inavvicinabile.

Non mancano rimproveri, accuse, malintesi nelle lettere di Yair e Myriam, due personaggi “auto inventatisi”  la cui intimità diventa talmente intensa, da superare quella, paradossalmente, di ogni rapporto “vero”, da toccare le punte più sensuali di ogni rapporto fisico, oltre che mentale, tanto da non poter più essere tollerata come sola corrispondenza tra anime, da non risultare più bastevole alla sete che l’uno dell’altra, nei mesi di scrittura, maturano sino a soffrirne come di una malattia incurabile.

Un tentato incontro avverrà, in effetti, ma come un presagio, un atto improprio, oscurerà la luce e intorbidirà l’onirica valenza di ciò che doveva restare una nitida immagine, un sogno perfetto solo in quanto potenziale e magico.

I riferimenti alla cultura ebraica, le immagini cabalistiche dal sogno premonitore alla parabola psicologica, rendono questo “nottario” un esperimento di introspezione di rara sensibilità, a volte feroce e spietata, che coinvolge intimamente il lettore mentre lo attanaglia e lo soffoca nei più occulti meandri interiori che il sé possa mai partorire, tale che la lettura risulta una sadicamente “piacevole” indagine, conturbante  e dolorosa come il tocco ghiacciato di una lama sottile.

Non può mancare, sin dal titolo dell’opera, il riferimento a Franz Kafka, che definiva la letteratura come il “martello destinato a scalfire il mare di ghiaccio che è chiuso in noi”, ed in particolare nelle sue lettere alla traduttrice Milena Jesenska-Polak (1920-1923, pubblicate da Einaudi nel 1988), che Grossman fa citare anche ai nostri autori, in qualche modo osservatori ispirati dai due amanti praghesi, per l’aspetto comune ai due rapporti epistolari, astratti ed intangibili, ma insieme diario ascetico, confessione proibita e  autoanalisi interiore.

 

Franz Kafka_ Lettere

Franz Kafka_ Lettere

” A causa della mia dignità, a causa del mio orgoglio…, posso evidentemente amare soltanto ciò che posso porre così in alto sopra da me da essere inattingibile”.

(Franz Kafka, Lettere a Milena, 1921)

Libri che parlano di… oggetti. La psicopatologia degli oggetti, il loro essere attraverso di noi nel sogno, nella memoria, nella poesia…

Libri che parlano di … Oggetti?!?!

Che cosa accomuna la testimonianza di sopravvivenza ad un Lager ucraino, un’autobiografia  narrata come una malsana filastrocca, e un racconto fotografico in una tranquilla cittadina tedesca?

Sono gli oggetti, che al momento del presente, del viverli quotidianamente in quanto scontati, lì per noi, traendone un mero ed immediato utilizzo, non ci comunicano nulla se non il nostro bisogno pratico ed immediato,  si affollano intorno a noi, e le sensazioni, corporee e psichiche, che inconsciamente “registriamo” ed accumuliamo nella nostra “dispensa emotiva”, che il presente non ci consente di elaborare, perché ci rende meri soggetti utilizzatori e orientati al consumo, al godimento, alla fruizione immediata, al possesso inconsapevole.

A distanza temporale e spesso fisica da essi, però, ci rendiamo conto di quanta memoria ci hanno potuto regalare, attraverso ricordi o sogni, sono gli oggetti che ci circondavano silenziosi in passato, fino a ieri, che oggi ci riportano indietro, ci permettono di essere stati là, e spesso non ci consentono di ritornare da là, perché è là che il nostro essere si è plasmato, formato e ci ha impresso l’essenza di ciò he siamo divenuti.

In questo senso le narrazioni  disparate di vicende storiche ed autobiografiche, spesso nascono con l’esigenza di ridonare una voce a quel silenzio, che diviene ossessione rumorosa di un incubo, o nenia cantata dolcemente in un ricordo. Gli oggetti, con o senza la nostra volontà, tornano così a parlare e la loro voce si fa alta e a pieno diritto si riappropriano del loro stesso essere, “in quanto tale”,  indipendente da noi, anzi sono loro ora a dominare e a sopravviverci attraverso la memoria, il sogno, l’incubo, la rielaborazione.

bassureSto pensando a narrazioni di esperienze traumatiche e impossibili da rimuovere, in cui gli oggetti attanagliano la memoria e ripristinano la nostra condizione mentale di un passato intramontabile, come avviene nelle pagine di altissimo livello emotivo, empatico, onirico e lirico (la poesia ha sempre un ruolo predominante nel “gioco” del  rivivere attraverso l’oggettistica), come quelle contenute in “L’altalena del respiro” di Herta Müller, o nella sua stessa autobiografia “Bassure”.

 

 

Herta Mueller - L'altalena del respiro - Feltrinelli 2009

Herta Mueller – L’altalena del respiro – Feltrinelli 2009

Sono gli oggetti che ritornano nella mente del protagonista de “L’altalena del respiro ad ossessionare Leopold per farlo tornare continuamente nel Lager della morte, della fame e della paura, tanto che nonostante egli sia sopravvissuto, resta orfano di quell’incubo e la sua nostalgia randagia la notte lo riconduce irrevocabilmente a quelle sensazioni e a quella fragilità corporea e mentale che i pettini, le brande, la pala, le scarpe, le uniformi… ben conoscono, ma che le calde coperte del letto di casa, ignare, vorrebbero nascondergli e invano tentano di proteggerlo da quel passato più forte del presente.

Sono gli oggetti che Herta Müller  descrive nella sua autobiografia Bassure (“Niederungen” 2009) rendendoli parti vive e musicali di una filastrocca madida di associazioni schizoidi e di sensazioni pittoriche che rasentano il livello più ebbro e graffiante della poesia allucinatoria e della visione mistica delle Correspondances di Charles Baudelaire o nelle Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke, in cui Natura, Uomo e Morte intesa come massima celebrazione della sacralità della Vita, si incontrano in una danza di comuni movenze, danze rituali, musiche mitiche.

“Su nella luna, dietro i miei capelli, abbaiano dimenticati i cani, e il guardiano notturno si appoggia alla lunga parete venata di calce del vecchio mulino e dorme…  Davanti al mio viso gira la finestra fatta del suo braccio e delle mie mani schiacciate… Tra le nostre finestre, tra le nostre mezze facce si insinua il viso spigoloso di mia madre con un fazzoletto di seta nera, gli occhi screziati e pungenti, aprono la terra e le cadono dentro…” (Bassure, p. 105)

“L’estate mi riversava addosso il suo pesante profumo di fiori dall’erba alta. I fiori di prato selvatici mi strisciavano sotto la pelle… Alti arbusti crescevano dalla mia pelle, ero un bel paesaggio acquitrinoso. Mi sdraiai nell’erba e mi lasciai colare nella terra, aspettavo che i grandi salici venissero da me attraverso il fiume, che affondassero in me i loro rami e disseminassero in me le loro foglie…” (Bassure p. 75).

Elke Naters - BugieAltro esempio di stampo però più urbano e contemporaneo di utilizzo degli oggetti per ricostruire il proprio vissuto quotidiano, fino a lasciare che essi si rendano protagonisti della narrazione convivendo fotograficamente con essa  –  ce lo fornisce la scrittrice, artista e fotografa Elke Naters (Monaco di Baviera, 1963) con il romanzo breve Bugie (“Lügen” 1999) e la breve autobiografia fotografia G.L.A.M (2001), in ognuno dei quali le sezioni e i capitoli prendono il titolo dal nome di oggetti protagonisti di un momento di vita quotidiana, una riflessione, un ricordo (Bugie, Salumi, Regali, Spiaggia, Madre, Urlo…).

Michel Foucault - Storia della follia nell'età classicaL’azione delle cose sul nostro vivere, e il successivo nostro divenire oggetti in balia di essi, attraverso le rielaborazioni mentali che avvengono nel ricordo e nel sogno fino all’ossessione patologica, vengono documentate anche a livello psichico nel bel saggio di Michel Foucault “Storia della follia nell’età classica” (1972) in cui una sezione è dedicata al flebile segmento di confine tra ossessione, incubo e follia, in termini psicanalitici e “clinici”. Foucault identifica il “carattere onirico della follia” quale tema costante dell’età classica, interrogandosi sulle “esperienze che si trovane nelle immediate vicinanze di questo linguaggio essenziale della follia, cioè il sogno e l’errore”.

“Ci sono dei “sogni naturali” che rappresentano ciò che, durante la veglia, è passato attraverso i sensi o l’intelletto, ma si trova alterato dal temperamento particolare dl soggetto… Nello stesso modo, c’è una malinconia che ha solo un’origine fisica nella complessione del malato, e modifica, col suo spirito, l’importanza, il valore, e come il colorito degli avvenimenti reali. Ma c’è anche una malinconia che consente di prevenire l’avvenire, di parlare in una lingua sconosciuta… Questa malinconia ha origine in un intervento soprannaturale, … non è più il sogno che prende in prestito dall’alienazione i suoi poteri inquietanti, è la follia che prende nel sogno la sua prima natura  e rivela in questa parentela che essa è una liberazione dell’immagine nella notte del reale”. (Foucault, Storia della follia nell’età classica).

Van Gogh - Un paio di scarpeUn’analisi filosofico estetica del rapporto soggetto-oggetto che dilaga fino ad inficiare la nostra stessa possibilità di conoscenza dell’oggetto in una condizione di scontata supremazia che la storia del pensiero a partire dal concetto di idea platonica e di cogito cartesiano, nell’esempio emblematico del rapporto con l’oggetto “soggiogato” nella rappresentazione artistica, ci viene fornita da Martin Heidegger nel trattato “L’origine dell’opera d’arte” ( Der Ursprung des Kunstwerkes, 1936) contenuto in “Sentieri interrotti” (Holzwege, 1936).

La poesia risulta, per concludere, strumento comune a queste tipologie svariate di narrazione (da quella storico letteraria a quella fotografico artistica), la sublimazione finale del nostro approccio rinnovato agli oggetti, in una dimensione, quella lirica, che attraverso quella “lingua sconosciuta” (la lingua “arcana” della Dichtung, la poesia) lontana da quella quotidiana delle asserzioni e delle certezze, lascia parlare le cose per concedere un’ultima possibilità, a noi uomini, di non essere meri fruitori e possessori asserenti, bensì silenziosi custodi e salvaguardanti il regno delle “cose”, ponendoci ancora domande, e non dispensando solo risposte assodate benché dalle fondamenta rimaste inindagate, all’insegna non più del dominio ma della domanda e dell’ ascolto, per lasciare che le cose, gli enti in quanto tali, possano ancora stupirci, dire l’Essenza, disvelare la Verità, illuminare a ritroso fino alla sua primigenia Origine il cammino che dall’Io riconduce al Noi ed all’Essere.

 

“Gli amanti potrebbero, ne fossero capaci, nell’aria della notte

parlare un’arcana lingua. Perché pare, che tutto ci resti

segreto. Guarda, gli alberi sono; le case,

che noi abitiamo, esistono ancora. Noi soli

scorriamo avanti a tutto, come aria che si rinnova.

E tutto è unanime, nel tenerci all’oscuro,

un poco forse come onta, e un poco come non dicibile speranza.”

(Rainer Maria Rilke – Le elegie duinesi – La seconda elegia)

 

 

Herta Müller – L’altalena del respiro (“Atemschaukel” – Feltrinelli, 2009)

Herta Mueller - L'altalena del respiro - Feltrinelli 2009

Herta Mueller – L’altalena del respiro – Feltrinelli 2009

La narrazione prende avvio dall’evento storico dell’ improvvisa (dopo anni di alleanza)  dichiarazione di guerra della Romania alla Germania, durante l‘ultimo anno della seconda guerra mondiale.

Seguendo una sorta di vendetta tra stirpi, il generale sovietico Vinogradov richiede al governo rumeno in nome di Stalin che tutti i tedeschi abitanti in Romania vengano impiegati nella ricostruzione dell’Unione Sovietica distrutta dalla guerra.

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1945 inizia la deportazione delle popolazioni rumeno-tedesche che hanno tra i 17 e i 45 anni per essere condotta in campi di lavoro sovietici, oltre la steppa, a centinaia di chilometri e decine di giorni di viaggio dalle loro abitazioni, case e famiglie, in un vagone merci.

Il nostro protagonista, un diciassettenne che appartiene ad una famiglia tedesca dell’Ucraina, fa parte della “lista dei russi” che elenca i nomi dei deportati di quella notte. Ne ha già avuto comunicazione ufficiale, tant’è che le prime pagine del libro sono dedicate alla preparazione della valigia, a cui tutti i famigliari in qualche modo collaborano, ognuno donando un oggetto o un capo di abbigliamento, tanto che insieme alle impressioni, ai ricordi, alle aspettative, di cambiamento e di evasione, del giovane e inconsapevole Leopold Auberg[1], accompagnano tutta la prima parte del romanzo, la preparazione, la disperazione, l’ansia, l’attesa, fino al saluto finale, alle tre della notte ai genitori e alla nonna che piangendo gli dice “So che ritornerai”.

Nel  vagone bestiame che contiene 500 persone costrette a coabitare nell’ ambito angusto dei pochi metri disponibili, il viaggio dura circa due settimane, con soste interminabili nei boschi innevati, finché non entra dalla terra rumena alla steppa russa.

Il passaggio alla steppa russa, nel cuore di una notte innevata e gelida e sotto la luce di una luna piena viene ricordato da Leopold con un racconto di carica lirica potentissima, in cui è percepibile, durante la sosta del treno, il terrore che fosse arrivato il momento della morte (ogni sosta del treno è per lui un potenziale compiersi del viaggio della sua stessa vita, sentire invece ancora muovere il treno e continuare a viaggiare rende lontana l’esecuzione finale poiché rende lontana la meta degli stessi carnefici).

Durante la convivenza nel vagone le persone si conoscono, prendono confidenza, i loro piccoli gesti di aprire e chiudere la valigia, andare in bagno dietro a due coperte, diventa il loro comune quotidiano, i loro racconti di come sono stati presi, di ciò che erano prima di essere dei deportati, diventano l’unica conversazione, insieme a qualche vecchia canzone che si imprime nella mente di Leopold e non lo abbandonerà mai nemmeno dopo il suo ritorno dal Lager. Seguiamo così , come fossero filastrocche create quasi per distrarre ed alleggerire la drammatica pesantezza dei fatti raccontati, essendo ad ognuno dei compagni di Leopold dedicato un capitolo, le storie di Bea Zakel, che racconta della sua vita a Praga e del conservatorio, della sua fuga dalle montagne slovacche, di Irma Pfeifer, morta davanti a tutti cadendo nella malta bollente mentre trasportava un sacco di cemento, gridando qualcosa di incomprensibile mentre affonda nel bollore della malta, tra aiutoaiuto e nonvogliopiu’, o del suonatore di fisarmonica Konrad Fonn, l’avvocato Paul Gast.

Gli oggetti personali, prima delle valigie che non delle persone – ad un certo punto non ci sono più proprietari e oggetti posseduti ma una accozzaglia informe di “cose” che include tutto – abbondano nel vagone bestiame, e popolano la mente e l’immaginario di Leopold, i pettini di alluminio e di bachelite per togliere i pidocchi, gli spazzolini… insieme agli oggetti del lavoro e del “vivere” quotidiano, come l’uniforme di ovatta, le scarpe di legno, le galosce, i cuscini senza bottoni, i resti della razione giornaliera di pane nascosti sotto le brande, i materassi colmi di cimici….

Leopold  ancora a sessantanni dal rientro a “casa” dal campo di lavoro ricorda ancora gli oggetti che gli popolano la mente, e lo tengono insonne quasi a volerlo riportare nel campo, lo ossessionano i materiali i nomi, i contenuti delle valigie di tutti.

Sono gli oggetti dei suoi sogni che si riaffacciano alla sua memoria, il fazzoletto di batista bianco che una madre al villaggio del campo gli aveva regalato, i piccoli topi che gli erano nati sotto al letto, le fette da 800 grammi di pane (era la razione giornaliera di cibo destinata a chi faceva lavori di fatica durante il giorno), i mattoni da trasportare a mani nude coperti di polvere rossa che sembra “dolce paprika rossa”, le scarpe di legno prive di destra e sinistra, i berretti di pufoaika, i materassi, l’odore delle feci collettive intorno a loro nella neve, i guanti da lavoro, le brande di ferro gremite di cimici, la pala a forma di cuore con cui spalava il carbone e a cui Leopold aveva dato un nome…  e con cui immagina di comporre, scavando, sinuose forme artistiche come in un numero di pattinaggio a due…

Anche la fame è un oggetto, anzi un soggetto, è “l’angelo della fame”, lo spettro che attanaglia tutti i deportati in ogni istante e come un’ombra nera li spia giorno e notte accecandone ogni energia ed ogni altro senso corporeo, insieme al freddo e al dolore osseo dato dal continuo sforzo fisico…

Quando nella notte gli oggetti mi perseguitano e mi bloccano l’aria nella gola, spalanco la finestra e butto fuori la testa. La luna in cielo è come un bicchiere di latte freddo, mi risciacqua gli occhi. Il respiro ritrova il suo ritmo. Inghiotto l’aria fredda fin quando non sono più nel Lager. Poi chiudo la finestra e mi distendo ancora. Le coperte non sanno nulla e riscaldano. L’aria nella stanza mi guarda e sa di farina bianca”.

Il mondo di Leopold resta segnato dagli oggetti, e dalle sensazioni che gli provocano, quasi dividendosi tra oggetti che sanno e che non sanno del Lager, che vogliono e che non vogliono riportarlo nel Lager.

La lucidità e la curiosità con cui Leopold vive l’esperienza della deportazione  a soli 17 anni, con una sorta di “ottimismo” e di incoscienza tipica della sua giovane età sono rese con una narrazione vivace e mai “patetica”, che mai si commisera o cerca pietà nel lettore, ma che si fa forza continua attraverso l’emergere dei ricordi, delle parole, degli oggetti, che lasciano viaggiare la mente dal passato al presente, attraverso l’immaginazione rendono quel momento un immenso “sogno” in cui perdersi come in un’allucinazione e da cui quindi poter trovare la certezza di uscire risvegliandosi. Questa sua freddezza lo fa sentire quasi un  “mostro” rispetto ai suoi compagni che invece piangono e disperano,  e anche anni dopo la sua elaborazione di questo tragico vissuto non avverrà mai “consciamente” ma all’insegna dell’auto repressione e dell’annientamento forzato di ogni sentimento e di ogni possibilità di sfogo e dunque di superamento del trauma.

Anche la lingua degli ufficiali russi, fatta di ordini e rimproveri urlati e incomprensibili, è la lingua degli “starnuti e dei colpi di tosse”, degli imperativi severi e indistinti, dei cartelli in cirillico, dello “stridere e del gracchiare fatto di ch, š, č, šč”.

Ci sono parole che fanno con me quello che vogliono. Non so più se la parola VOŠ’ voglia dire cimice o pidocchio. Per me VOŠ’ vuole dire sia cimice sia pidocchio. Forse la parola non conosce affatto i suoi animali. Io sì.” (p. 200).

Dopo il suo ritorno “a casa” (anche se Leopold non riuscirà mai più a sentirsi “a casa” nemmeno con la sua stessa famiglia di cui egli sostiene di aver “guastato il lutto”), Leopold  – la cui attenzione è allenata a immobilizzare immagini, suoni, oggetti e voci, dettagli cristallizzati del quotidiano –  ora, lontano dal campo di lavoro e dalla sua pala a cuore, sente tutta la sua nullità, non essendo più impiegabile per spalare carbone o per costruire mattoni, le sue giornate non sono scandite dai turni di lavoro, dagli ordini urlati in russo, l’angelo della morte non ne scruta più i passi, non si sente più prudere dappertutto, ma  ogni situazione “normale”, fuori dalla reclusione, è vissuta con quella avidità e quella “nostalgia randagia” di chi è sopravvissuto, sì, ma è rimasto orfano della paura, della morte e della fame.

L’ultimissima felicità e fortuna è ungocciodifelicitàditroppo….  Sgomberando i morti si vedeva il loro sollievo quando il nido impietrito della mente, l’altalenare vertiginoso nel respiro, la pompa nel petto con il suo ritmo implacabile, la sala d’attesa vuota nella pancia danno infine pace”.

La felicità pura della mente non c’era mai, perché nelle bocche di tutti c’era la fame.  Anche sessantanni dopo il Lager, mangiare per me significa una grande eccitazione, mangio con tutti i pori. Quando mangio insieme ad altri divento sgradevole. Mangio con prepotenza. Gli altri non conoscono la felicità della bocca, sono socievoli e cortesi nel mangiare. Ma proprio mentre mangio mi attraversa la mente ungocciodifelicitàditroppo, il pensiero che a un certo punto raggiungerà ciascuno di quelli che ora siedono insieme e che si dovrà restituire il nido nella mente, l’altalena nel respiro, la pompa nel petto, la sala d’attesa nella pancia. Mangio con tanto gusto così che non mi venga voglia di morire, perché allora non potrò più mangiare. Da sessantanni so che il mio ritorno a casa non ha potuto ammansire la felicità del Lager. Ancora oggi con la sua fame stacca a morsi il centro di ogni altro sentimento. In centro a me c’è il vuoto”.

Al termine di questa “testimonianza collettiva” (ricordiamo che il ricordo del poeta testimone e della madre di Herta Müller si è unito in L’altalena del respiro alla voce della dell’immaginazione dell’autrice stessa), Leopold si ritrova a considerare le  sue nuove priorità, la saggezza acquisita nel campo di lavoro, che ora, in una società di bambini grassi e viziati, pare non servirgli, metterlo anzi a disagio, facendolo sentire un inutile e noioso profugo dal passato ma pur sempre intrappolato in esso.

So nel frattempo che sui miei tesori c’è scritto LA’ RESTO. Che il Lager mi ha lasciato tornare a casa per stabilire la distanza di cui ha bisogno per ingrandirsi nella mente.  Dal mio ritorno, sui miei tesori  non c’è più scritto QUI IO SONO ma neppure LA’ ERO. Sui miei tesori c’è scritto DI LA’ NON VENGO VIA. Sempre più il Lager si estende dal lobo temporale sinistro a quello destro. Perciò devo parlare del mio intero teschio come di un territorio, del territorio di un Lager.

lager ucraini

 

 

 

Il mio ritorno a casa è una felicità storpiata.

 



[1] Dietro alla figura fittizia di Leopold Auberg sta il poeta Oskar Pastior che visse realmente la deportazione, e che aveva iniziato a scrivere con Müller il libro  a quattro mani, tuttavia mancò improvvisamente nel 2006 e la Müller continuò la stesura del testo con la memoria delle testimonianza di Pastior e di altri ex deportati del suo villaggio, nel 2001, nonché della madre stessa dell’autrice, che aveva a sua volta trascorso 5 anni in un campo di lavoro.

Amanti orfani ed eroi fuggiaschi: Nina Berberova e la scrittura “romantica” dell’esilio.

 

 

Nina Berberova

Nina Nikolaevna Berberova (San Pietroburgo 1901-Filadelfia 1993)

Sono uomini esiliati, fuggiti dalle capitali delle rivoluzioni russe degli anni ’20,  i protagonisti delle storie di Nina Berberova, che ne sa cogliere la disperazione, la mancanza di appoggio, la ricerca di una stabilità impossibile. Si tratta di ospiti fuggiaschi in casa d’altri, che abbandonano in fretta le loro abitazioni di Mosca e San Pietroburgo, per fuggire alle violenze della rivoluzione bolscevica, alla morte e alla povertà, cercando rifugio nelle residenze delle campagne limitrofe e venendo in contatto con realtà agresti e bucoliche. (Le signore di Pietroburgo)

Le signore di Pietroburgo, Guanda 1996

Le signore di Pietroburgo, Guanda 1996

Gli ospitati convivono con i padroni di casa, che costruiscono con i loro ospiti rapporti inediti, nuove complicità, quasi come a voler simulare nuove famiglie,  frammiste, tra i “nuovi ricchi”, i contadini e i proprietari terrieri, ora curiosi e  invidiosi, e le ricche e decadute donne “di città” che ancora ignare e patetiche, si imbellettano e si preparano per scendere a tavola…

Può trattarsi anche di soggetti isolati e nascosti nelle proprie case cittadine, arroccati alle proprie mura domestiche, terrorizzati all’idea di uscire e di respirare il terribile cambiamento che li invade, oppure di fuggitivi che abbandonano la famiglia e la vita quotidiana approfittando della destabilizzazione umana conseguente a quella socio-politica generale, per costruirsi una nuova identità, tentando la fortuna nella vita dello spettacolo, del teatro e della musica. (Il male nero)

Il male nero, Guanda 2003

Il male nero, Guanda 2003

Il mondo degli artisti e della musica è infatti costante  sottofondo alle miserie e alle paure della vita domestica e cittadina, rappresenta uno sfogo, che tanti personaggi vivono come speranza di cambiamento e di evasione, insieme all’idea di partire, scappare in Europa o in America, abbandonando la cupa assenza di speranze della loro identità “reale”. (Felicità)

Anche la natura ha un ruolo predominante, sempre fonte di ispirazione anelante un rinnovamento interiore, attraverso le descrizioni romantiche e poetiche della Berberova che lascia in questi momenti emergere una “melanconia”  dal sapore tutto “francese”, data in parte dal suo lungo esilio (1925-1950) a Parigi.

Felicità, Guanda 1995

Felicità, Guanda 1995

Nei suoi  romanzi  Berberova  adagia,  sulla polifonia e l’introspezione  “mistica” dei tanti personaggi tormentati e sempre alla ricerca di se stessi, esuli russi vaganti per le strade parigine, con leggiadria e sensualità, un  velo di poesia costante nello stile narrativo, sognante e prezioso, dalle sfumature quasi “dannunziane”.

I romanzi di Berberova in tal senso fanno assaporare al lettore un raro “mélange” di esistenzialismo psicologico tipico del grande romanzo russo, tormento interiore dell’isolamento e della solitudine delle grigie strade di una S. Pietroburgo abbandonata e orfana (di cui sono testimoni le pagine del diario segreto di Berberova, Il quaderno nero), frammisto ad un gusto tutto femminile per i vezzi pittorici e artistici della natura e dell’evasione, un’enfasi che sa di pizzo e di belletta, profuma di magnolie al tramonto, primi incontri ed emozioni dolciastre. (Dove non si parla d’amore, Adelphi 1997).

 

“Nell’oscurità della notte di luglio che colmava da ore il finestrino del treno, si delineò senza preavviso un orizzonte di una vastità infinita, una linea diritta, netta e interminabile, che non aveva più niente di europeo. Julija si addormentò e quando riaprì gli occhi vide i fili del telegrafo volare e ricadere in un cielo bianco e denso, la cadenza delle ruote sui binari era quella di una poesia russa, ma lei non ricordava quale.”

(Elegia di Crimea)

Autori allo specchio: Joyce Carol Oates, Sylvia Plath, Herta Müller. Un trittico femminile che sa di memoria e crudeltà

Tre artiste dalla genialità prorompente, tanto da essere quasi dolorosa, che sembrano guardarsi tra loro ed ammiccare dai tre angoli di una stessa stanza.

Una parentela interiore curiosa e sublime quella che risulta tangibile tra queste tre “anime belle” e le loro opere di cui nell’ultimo periodo ho potuto apprezzare i livello letterario e poetico inestimabile.

Si tratta di Joyce Carol Oates, (Lockport, 1938),una delle maggiori esponenti della attuale letteratura americana, critica letteraria, docente universitaria, vincitrice di numerosi premi letterari internazionali, di cui ho letto di recente La ragazza tatuata (2003, ed. Mondadori 2013),

Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates

J.C.Oates_La ragazza tatuata

J.C.Oates_La ragazza tatuata

che racconta di un rapporto a due, vissuto in un solo ambiente,  lo studio di un professore-scrittore, che si trasforma in un teatro impervio di confronti psicologici, sfide caratteriali e ricordi ossessionanti.

In questo romanzo dedicato a Philip Roth, che si potrebbe collocare tra il thriller psicologico e il giallo sentimentale, Alma, la ragazza goffa e sensuale dagli strani e assurdi schizzi abbozzati sul viso e sul corpo, che non paiono appartenere né ad una scelta estetica né ad una patologia epidermica, proviene dai sobborghi della città, ha un passato fatto di abbandoni, miseria e violenze, e proprio per la sua totale estraneità rispetto all’ istruzione ed al mondo accademico, quindi per la sua mancanza di arrivismo e presunzione, viene scelta come assistente dal ricco e colto professor Siegl, di origine ebraica, affetto da un disturbo neurologico sconosciuto.

Quanto questo esperimento di commistione forzata tra opposti possa risultare innaturale e pericoloso, viene raccontato attraverso un’indagine magistrale che  la Oates compie nella interiorità psicologica  e sentimentale dei due, nel loro immaginario reciproco, facendo assumere con abilità mimetica alla sua penna i punti di vista della apparentemente fragile ed inconsapevole Alma quanto del misantropo diffidente Seigl, in un gioco di false verità e di certezze apparenti che rende la lettura tesa e insidiosa fino allo sconvolgente finale.

J. C. Oates_Bestie

J. C. Oates_Bestie

Sempre ambientato nei meandri psico-patologici del mondo artistico ed accademico un altro romanzo della Oates, di poco precedente, Bestie (Mondadori, 2002), che racconta con altrettanta tensione ossessiva le dinamiche interpersonali che possono costituirsi in modo solo apparentemente “romantico” (sarebbe una scelta troppo banale per la nostra “crudele” autrice),  tra una studentessa, Gillian, e l’idolatrato professor Harrow, assunto dall’intero collegio femminile in cui si ambienta i romanzo a figura “mitica”, insieme alla moglie, la misogina Dorcas, scultrice di  scabrosi e giganteschi totem in legno, dall’ aspetto insieme umano e bestiale. La componente animalesca frammista a quella umana dei protagonisti e, di sottofondo, dell’umanità tutta, è tema ricorrente nel romanzo, emergente dai comportamenti dei protagonisti sempre all’ insegna della perversione e della ossessione, a partire dallo sconosciuto piromane che di notte appicca misteriosi incendi nella cittadina del collegio, e permea tutta la narrazione come le lezioni di letteratura di Harrow dalle Metamorfosi di Ovidio alle poesie erotiche di Lawrence.

“Siamo bestie, e questo ci consola”  ripete Gillian a se stessa, come a cifrare le azioni di cui si ritrova vittima e complice durante l’intera vicenda.

Le capacità di indagine psichica della Oates, che mette in queste due opere, come mi piace pensare, tanto di sé, (lei stessa dirige una rivista letteraria di ambito accademico con il marito, The Ontario Review), come se un po’ di Alma e un po’ di Dorcas convivessero in lei insieme al professor Siegl e al professor Harrow,  si possono apprezzare anche nella sua analisi dell’opera di Sylvia Plath nella sua introduzione all’ opera omnia della scrittrice-poetessa  L’agonia del romanticismo. La poesia di Sylvia Plath”,(in: I capolavori di Sylvia Plath, Oscar Mondadori 2004),

Syvia Plath

Syvia Plath

in cui la Oates indaga l’ “io-lirico” della Plath e ne delinea, in un quadro generale della vita dell’artista americana morta suicida nel 1963, l’unicità e l’egoità lacerante che caratterizza il “narcisismo” delirante del poeta che emerge col proprio io dai componimenti, al contrario dell’io del romanziere che invece tende ad annullare il proprio sé per mimetizzarsi nei personaggi della narrazione, che ne rappresentano la “controparte”, nel trasporre la sensibilità e l’analiticità dell’indagine interiore dal sé all’ immaginario altro da sé che il genere narrativo impone.

 

 

H. Mueller_Bassure

H. Mueller_Bassure

Ultimo sprazzo di esuberanza visiva ed immaginifica al femminile lo regala Herta Müller (Romania 1953)  premio Nobel per la Letteratura nel 2009, autrice del testo che si potrebbe collocare tra l’autobiografico e il poetico Bassure (Carl Hanser Verlag 2009), una raccolta di 19 racconti che, da L’orazione funebre a Giorno feriale, ripercorrono la sua vita dall’infanzia all’età adulta, in una sorta di roulette di immagini schizzate ed oniriche, cariche di ironia e dal sapore grottesco e infantile, che solo involontariamente rivelano il dolore e le sofferenze del forzato esilio in Germania e la perdita degli affetti (dopo essersi rifiutata nel 1987 di collaborare con la polizia segreta), tra un disegno e l’altro, tra un ricordo dipinto ed una sensazione esasperata dal sogno all’ incubo.

 

Herta Mueller

Herta Mueller

La letteratura grottesca est europea con le sue magie e malìe, il fascino onirico delle strutture tradizionali della realtà, che si invertono impertinenti e sorridono al nostro strabiliare davanti ad esse, per coprire gli orrori della storia dei conflitti europei, dell’abbandono familiare e del disagio sociale, così come emerge dalle pagine della Müller, non ci risulteranno temi sconosciuti se abbiamo apprezzato autori come Ágota Kristóf, Franz Kafka, Magda Szabò, Gustav Meyrink, che conservano il sapore forte delle fiabe ungheresi,  gli enigmi della Qabbalah ebraica, le seduzioni estetiche della follia visiva, le ferite della memoria storica.

Baba_Yaga

Baba_Yaga

La sposa svolazzante è la vicina di casa. Fa un cenno con l’indice. Mi taglia una costola di torta e con un sorriso avvilito mi mette in mano i piccioni d cera bianca. Chiudo la mano. I piccioni diventano caldi come la mia pelle e sudano. Metto i piccioni di cera bianca in una polpetta di carme e nel pane che addento. Inghiotto il pane e sento il tango soffocante.

(da “Tango soffocante”, in: “Bassure”, Herta Muller . p. 102)

Libri che parlano di… peccato: cinque autori-creatori di perversione, vizio e passione. Perché la perdizione è “solo” una forma di umanità nascosta.

José Saramago - Caino

José Saramago – Caino

Una sorta di esperimento “sadico” quello di accomunare  i 5 titoli seguenti, poiché tutti trattano in qualche modo delle più tradizionalmente concepite come malsane e additate forme di “occultata umanità”, ossia il vizio, la perdizione  e la perversione. Uno spettro completo di quello che ogni anima ed ogni inconscio cela, specie a se stesso, faticando ad ammettere la propria vera, naturale, atavica essenza di “peccatore”.

Invece in queste opere si svela apertamente tutta la “colpa” antica dell’essere uomini, a partire dalla prima “strana coppia”, Adamo ed Eva, che si abbandonano al peccato con l‘innocenza e la spontaneità secolare che solo l’ironia di José Saramago nel suo Caino  può trasmettere, che è in fondo la stessa perdizione che il Kafka de Il Castello ci dipinge nella descrizione dell’oste e della sua amante, mentre si avvinghiano  viscidamente nel fango, in un atto sessuale “sudicio” compiuto sotto al bancone dell’osteria.

Kafka_Il castello

Franz Kafka_Il castello

Quel sudiciume che del resto si continua ad avvertire in ogni meandro del romanzo di Kafka, a partire dalla stanza dei burocrati, con le pile di carta ammuffita a intridere la scena della loro maleodorante e umida presenza.

Dostoevskij_delitto-e-castigo

Dostoevskij_delitto-e-castigo

La colpa e l’ossessione per il proprio peccato in un percorso dilaniante che va dalla espiazione alla redenzione è quella che vive anche Raskòlnikov, il protagonista di Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, che, colpevole di omicidio, conoscerà in questo romanzo polifonico in grado di collezionare le più estreme sfaccettature dell’animo e della psiche, il bisogno della punizione umana, auto inflitta e non imposta, come fine ultimo della propria esistenza, lacerata dal male, in costante equilibrio tra tematiche terrene e celesti, tra la deviazione sociale e la purificazione interiore.

KRISTOF-A_trilogia

KRISTOF-A_trilogia

Non manca all’appello Agota Kristoff che dà vita con la Trilogia della città di K. ad un mondo parallelo e scostante, anche architettonicamente assimilabile ad una grande latrina fatta di ambienti e vicoli oscuri e malati, in cui i protagonisti, bambini orfani e vittime del male assoluto della guerra sopravvivono in condizioni di malsano degrado psico-fisico e circondati dalla lascivia e dalla perversione come uniche modalità di relazionarsi conoscibili.

Cucchi_Il male è nelle cose

Cucchi_Il male è nelle cose

Una perversione che sfocia in incontenibile crudeltà invece è quella che si fa strada tra le righe di Maurizio Cucchi, in cui Pietro, il protagonista di Il male è nelle cose, nascosto dietro un velo di celata normalità e cortesia sociale, è in realtà dominato in ogni suo gesto da un auto-compiacentesi sadismo,  da una costante eccitazione nel provocare dolore, fisico come psicologico, al prossimo, per puro divertimento, per assecondare quel male che è già presente, perché è nelle cose, negli uomini tutti, che, seppur non lo mostrano e non ne fanno ragione di esilarante follia domestica come Pietro, ne restano impotenti schiavi.

ie Suende - Franz von Stuck (1899)
Die Sünde – Franz von Stuck (1899)

Only one day is left
only one day
we are leaving the others
we’re going away
Today we all steal
animals we are
possession is lost
Our souls are from the wild
and wings to reach the sky
let the sun fall into the ocean,
let the earth erupt in flame

Laibach – “B-Maschine”, da WAT (2003)

José Saramago: quando è Dio ad essere il colpevole

Recensione di:  José Saramago, Caino (Feltrinelli, 2010)

José Saramago - Caino

José Saramago – Caino

Questo romanzo “biblico” dello scrittore portoghese José Saramago scritto nel 2009 e pubblicato nel 2010 fa in qualche modo parte di un unico percorso insieme all’opera  “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”  in cui Saramago riscrive la storia del Nuovo Testamento, proprio in quanto in “Caino” avviene la riscrittura dell’Antico Testamento.

Il testo “Caino” in particolare si occupa della narrazione biblica a partire dalla cacciata dal giardino dell’Eden di Adamo ed Eva, racconta l’assassinio di Abele da parte del fratello Caino, la sua condanna a vivere da eremita peregrinando senza meta, condizione questa che lo rende osservatore forzato del sacrificio di Isacco, delle piaghe inflitte a Giobbe, fino alla vicenda dell’arca di Noè.

Nei giorni natalizi appena trascorsi mi ha interessato molto leggere un testo che rimaneggiasse luoghi sacri, certo non sospettavo che la ritrattazione di essi avvenisse in chiave così satirica ed umana, passionale e impertinente da risultare quasi, viste le ambiziose tematiche, “blasfema”.

Nessuna iniziale maiuscola per i nomi dei nostri personaggi biblici allora, a partire da adamo ed eva, nessun segno di interpunzione a segnalarci i discorsi diretti e distinguerli dal resto del testo, che rimane un flusso unico di narrazioni e descrizioni, che mai si sofferma sull’interiorità dei protagonisti o su loro caratteristiche individuali proprio perché essi devono restare neutri e impersonali involucri in grado di contenere tutto il genere umano, tutte le sfaccettature possibili di noi uomini che da quelle pagine e da quelle storie in qualche modo abbiamo avuto origine.

Il tono narrante resta ironico, spavaldo, ricco di immagini della nostra quotidianità moderna, tanto da farci sorridere pensando a quel “signore”, che, “noto anche come Dio”, quando “si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, … in un accesso d’ira … corse dalla coppia e, uno dopo l’altro, senza riflessioni  e senza mezze misure, gli cacciò in gola la lingua” per poi ripresentarsi davanti alla coppia all’improvviso una notte a cogliere l’errore fatale dei due mangiatori del frutto del peccato, e condannarli:

“…Benissimo, disse il signore, così l’avete voluto e così l’avrete, d’ora in poi è finita per voi la bella vita, tu, eva, non solo soffrirai tutti i malesseri della gravidanza, comprese le nausee, ma partorirai con dolore, e ciononostante sentirai attrazione per il tuo uomo, e lui comanderà su di te…”

E Caino anziché essere la personificazione del male sulla terra non è altro che un uomo, frustrato dall’abbandono e dalla non considerazione che il padre gli destina, preferendo ai suoi sacrifici quelli del fratello Abele fino a farglielo uccidere dalla gelosia. E’ solo un uomo come noi Caino,un uomo che ama e odia, condannato dal suo Dio a vagare senza tempo né spazio tra le vicende della storia umana, assistendo ad esse con i nostri occhi e la nostra mente, chiedendo a sé e agli angeli “dove sia mai nata quest’idea peregrina che dio, solo perché è dio, debba governare la vita intima dei suoi credenti, stabilendo regole, proibizioni, interdizioni e altre baggianate dello stesso calibro…”.

Una narrazione rilassata, quella di Saramago, considerando le tematiche imponenti che affronta, tagliente quanto essenziale, che ci permette di dedicare uno sguardo tutto personale e per una volta irriverente al mondo della religione e dei testi sacri, della storia biblica dell’umanità, e ci permette di “avvicinarlo” pericolosamente perché lo abbassa alla nostra esperienza e ne sdrammatizza la consueta irraggiungibilità, da parte nostra, tale da farci riflettere sulle nostre debolezze e i nostri errori, su quelle “colpe” secolari che ci rendono protagonisti di una storia che fin dalle origini del tempo e del mondo, terreno come celeste, ci riconsegna, seppur a distanza temporale, culturale e spirituale  di millenni, a noi stessi.

moreno-bondi_iguzzini

Ho vissuto ciò avevo da vivere, uccidere mio fratello  e dormire con te nello stesso letto,

sono tutti effetti della stessa causa, quale, che siamo nelle mani di dio, o del destino,

 che è l’altro suo nome.

 

 

 

 

Dal giogo dell’idea alla festa del pensiero : i sentieri della ἀλήθεια nel saggio “L’origine dell’opera d’arte” di Martin Heidegger. In libreria.

Dal giogo dell'idea alla festa del pensiero - Copertina

 

E’ in libreria e in distribuzione online  il mio primo saggio, edito per Mimesis Edizioni.

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Ecco qualche pillola del volume scaricabile in PDF:

Indice, Presentazione, Premessa:

Dal giogo dell’idea alla festa del pensiero

Libri che parlano di… Relazioni: Franz Kafka e il “Mestiere” dello Scrittore

Samuel BeckettOsservava Samuel Beckett durante una rara intervista al New York Times nel Maggio 1956: “I’ve only read Kafka in German – serious reading – except for a few things in French and English – only The Castle in German. I must say it was difficult to get to the end. The Kafka hero has a coherence of purpose. He’s lost but he’s not spiritually precarious, he’s not falling to bits…”

Non si tratta “solo” dell’opinione di Beckett: chi si cimenta nella lettura di Kafka non potrà negare, con tutta la buona volontà, quanto “ostico” risulti l’incedere, quanto algida e strutturata sia la scrittura, che mai cede al minimo respiro, mai si rilassa e anzi si fa sempre, seppur con parole semplici e frasi breve, e qui sta il vero enigma, più intricata e incomprensibile.

Eppure quelle parole semplici, quelle trame così misere di eventi salienti, si articolano in proposizioni perfettamente costruite, dalla coerenza dettagliata e perfetta di una mente lucidamente “folle”, in cui ogni schizzo onirico è al tempo stesso una parabola universale, ogni immagine apparentemente univoca apre infinite possibili simbologie….

Franz KafkaCosa sorregge il  “palazzo di vetro” della scrittura di Franz Kafka? Come si è conservata così inamovibile questa costruzione, solida come l’acciaio e insieme sfuggente come seta tra le dita, questa creatura così innocua  e insieme così mostruosa, attraente ma inesperibile, dalla precisione sadicamente innocente?

Per entrare nella scrittura kafkiana come tra gli artigli affilati di una splendida ed ammaliante creatura che eccita ed uccide l’occhio e la mano, si dovrebbe, a mio avviso, avvalersi di un testo dimenticato della produzione del nostro Autore, un testo che non ha alcuna finalità letteraria, un testo che nemmeno fu concepito come “letterario” (anche se, mi chiedo, quale delle sue opere Franz Kafka abbia mai destinato scientemente alla produzione letteraria tradizionalmente intesa….) un testo che nasce invero in modo “forzato” e mai per ispirazione artistica. Sto pensando alla raccolta delle “Relazioni” composte da Franz Kafka durante la sua attività lavorativa,  edita per Einaudi nel 1988, a cura di Michael Müller, nella traduzione di Andraeina Lavagetto.

relazioni

Dal 1908 al 1917 Franz Kafka è impiegato presso l’istituto di Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro per il Regno di Boemia con sede a Praga. Durante la sua attività Kafka deve effettuare delle ispezioni nelle sedi industriali boeme per effettuare quelli che oggi si chiamerebbero controlli sulla “sicurezza e sulla qualità aziendali”…. e stilare delle relazioni in merito, che hanno comprensibile carattere tecnico e “burocratico”. Ma lo stile affilato del dettaglio, della cura e della minuzia serrata e glaciale proprio in queste righe trova paradossalmente la più elevata possibilità espressiva, in questi contesti che non richiedono alcuna trama o situazione narrativa immaginata, ma che vivono di vita propria tra macchinari industriali, libri paga, registri d’impresa.

Una volta appurata questa vena burocratica, questa anima impiegatizia, e stupendosi della ricchezza espressiva che questo mondo tecnico e asettico può comportare nell’immaginario kafkiano, proprio perché richiede l’osservazione in primis, la descrizione “ossessiva”, e non si aspetta la macchinazione bensì la sola macchina come voce della realtà descritta, diventa quasi d’obbligo e insieme sadicamente divertente ritrovare in questi testi e momenti del Kafka “impiegato minuzioso” e divertito, la fonte e il contesto originario dei grandi momenti letterari più propriamente intesi dell’impiegato Franz Kafka, scrittore notturno e nascosto, dal Processo al Castello, dalla Metamorfosi a Nella colonia penale o Relazione per un’accademia.