SEMINARIO PERMANENTE: MARTIN HEIDEGGER E IL PENSIERO DELL’ORIGINE

42 Giorgione - I tre filosofi part

 

Analisi del testo – “Der Spruch des Anaximander /La locuzione di Anassimandro” di Martin Heidegger, contenuto in “Holzwege/Sentieri Interrotti”.

Versioni utilizzate:

  1. Martin HEIDEGGER, Holzwege, Kosterman, Frankfurt a.M, 1950;
  2. Martin HEIDEGGER, Sentieri erranti nella selva, trad. it di Vincenzo Cicero, Bompiani, Milano 2002.

I LEZIONE: INTRODUZIONE AL TESTO E PROBLEMI METODOLOGICI

– Heidegger inizia la sua analisi della locuzione di Anassimandro citando il testo integralmente dal greco:

..εξ ών δέ η γένεσίς εστι τοίς 
ούσι, καί τήν φθοράν εις ταύτα γίνεσθαι κατά τό
χρεών: διδόναι γάρ αυτά δίκην καί τίσιν αλλήλοις τής
αδικίας κατά τήν τού χρόνου τάξιν.

Questa locuzione è considerata come la più antica del pensiero occidentale, elaborata da Anassimandro, identificato come vissuto nell’ isola di Samo, dalla fine del settimo secolo alla metà del sesto a. C.

Prima parte: analisi e confronto delle prime due traduzioni realizzate:

FRIEDRICH NIETZSCHE (1873)

“Là donde le cose hanno la loro nascita, ivi devono anche andare in rovina, secondo la necessità; infatti esse devono scontare ammenda e venire giudicate per le loro ingiustizie, in conformità all’ordine del tempo”.[1]

–         Inserimento di Anassimandro nei preplatonici,

HERMANN DIELS (1903)

“Ma là da cui le cose hanno il nascere, ivi va anche il loro perire secondo la necessità; infatti esse scontano l’un l’altra pena e ammenda per la loro malvagità secondo il tempo fissato”. [2]

–         Inserimento di Anassimandro nei presocratici

Valutazione della “fedeltà” delle traduzioni: laddove quella di Diels è più (wörtlich) letterale, più fedele alla “lettera”, non significa che essa sia anche ( wortgetreu) “più vicina alla parola”: nel senso di “parole che parlano a partire dal parlare della Cosa” (die Sprache der Sache), e questa specifica muove da una evidente volontà didattica che Heidegger non rinuncia a mantenere nei suoi testi.

Per quanto riguarda il modo di concepire Anassimandro, ritenuto ora più importante della concordanza delle traduzioni, si osserva che Anassimandro è ritenuto “Vorplatoniker” da Nietzsche e “Vorsokratiker” da Diels.

Differenziazione tra termini “preplatonico” e “presocratico” usati rispettivamente da Nietzsche e da Diels. La differenza è solo terminologica poiché concettualmente si dà in entrambe le definizioni allo stesso modo il senso del confine temporale segnato da Platone e Aristotele nel pensiero filosofico tutto, che può benissimo dividersi tra precedente e posteriore rispetto a questi due filosofi greci, laddove si voglia indagare il pensiero dei pensatori primigeni, nel suo carattere arcaico, e ciò in base ad una “visione consolidatasi attraverso la teologia del cristianesimo, diventando una convinzione universale e fino a oggi inconcussa”.

Subito da notare l’atteggiamento velatamente “critico” di H. nel considerare la convinzione universale ed inconcussa, caratteristiche queste da cui H. stesso tendenzialmente si mantiene ben lontano nelle sue riflessioni la cui costante è invece l’Auseinandersetzung rispetto agli assunti tradizionalmente incontestabili.

Questa “visione”, continua Heidegger, si verifica laddove si voglia tentare di “cogliere il carattere arcaico del pensiero primigenio” (das Archaische im frühen Denken zu treffen).

A noi interessa indagare “che ne è della Cosa” nel momento in cui avviene di essa un passaggio da una lingua all’altra a livello di traduzione, specie se pensiamo che qui la Cosa è “la Cosa del pensiero” (die Sache des Denkens). Per aiutarci nella difficoltà di traduzione e comprensione della Cosa del Pensiero relativamente alla locuzione di questo pensatore primigenio, dovremmo chiedere aiuto ai pensatori, ma “ se ci guardiamo intorno” alla ricerca di un aiuto di questo tipo, cerchiamo “invano”. (wir suchen allerdings vergeblich).

Tornando alla traduzione di Nietzsche, gli si riconosce di aver ricostruito un rapporto vivo con la personalità dei filosofi preplatonici, tuttavia le sue interpretazioni restano tradizionali, quando non superficiali.

Seconda parte : i pensatori primigeni e l’origine del pensiero

Il confronto avviene immediatamente con l’esperienza pensante del pensiero Occidentale compiuta invece unicamente da Hegel.

Per Hegel, e qui comincia una disamina a riguardo, a partire dalla definizione dello stesso da parte di Heidegger come “l’unico pensatore dell’Occidente che ha fatto l’esperienza pensante della storia de pensiero”, – presocratici e preplatonici esprimono lo stesso comune concetto, ossia quello di “Pre-aristotelici”.

Hegel porta infatti come fonte più ricca nell’approcciarsi alle fonti del pensiero primigenio, la Metafisica di Aristotele, in cui vengono affrontati i “filosofi più antichi”. (Aristoteles ist die reichhaltigste Quelle). Aristotele tratta i pensatori primigeni, che trattano delle cose della natura: cielo, terra, pianta e animale e in un certo modo anche l’uomo. Nella sua Fisica, inoltre, Aristotele differenzia, nelle trattazioni ontologiche, (che ineriscono l’essere degli enti) gli enti che sorgono da sé e quelli che invece vengono prodotti dal rappresentare e produrre dell’uomo.

Il grande merito di Aristotele rispetto ai pensatori primigeni è l’essere approdato ad una conoscenza della natura (che possiamo definire “scientifica” degli enti) dispiegata nella scuola di Platone e Aristotele, molto più profonda di quella superficialmente raggiunta dai pensatori precedenti, primigeni, che ha poi costituito la base della posteriore tradizione dossografica della filosofia sulla base dei manuali di Teofrasto.

Fu Simplicio nel suo commentario alla Fisica di Aristotele, a citare e tramandare la locuzione di Anassimandro, traghettandola fino al pensiero e alla tradizione occidentale, un millennio dopo la sua prima “registrazione” di cui non si conosce peraltro nulla. Se si pensa che un altro millennio e mezzo è trascorso da Simplicio a noi Heidegger si chiede quale ruolo e quale possibilità di comprensione abbiamo noi, così temporalmente distanti da quelle antiche parole, considerate le più antiche del pensiero Occidentale tramandateci, il che comunque non significa che si tratti anche della parola più primigenia di esso. Quale Autorità ha la sua parola solo alla luce del fatto che essa è la più antica tramandataci?

(der alteste Spruch des abendlandischen Denkens vs. der fruheste Spruch des Wesens des abendlandischen Denkens)

Che la parola più antica sia anche la parola più “primigenia” lo possiamo solo presumere, penando alla essenza dell’occidente come a ciò di cui la parola primigenia parla. A questo punto Cicero arricchisce l’espressione “das Wesen des Abendlandes” con – Terra – dell’Occaso, Landa – della – Sera rifacendosi alla traduzione letterale di Abend+Land = Sera+Terra.

Terza parte: quale ruolo riveste l’uomo della modernità rispetto al pensiero primigenio?

Questo ci porta a comprendere meglio la nozione di Occidente come di Tramonto, da occidens , in latino, “sole al tramonto”, e occidere “cadere, finire, tramontare”, sempre dal latino.

Noi che ci troviamo come ultimi ultimogeniti (die spätesten Spätlinge der Philosopie) nel pieno occidens come tramontare, della “sera della filosofia”, come possiamo trarre vantaggio, conferire diritto di parola ad una parole che si trova all’albore del mattino, del pensiero primigenio? Come ultimogeniti, dobbiamo osservare la storia del pensiero che va verso la propria rapida fine, o potremmo forse ravvisare nella lontananza cronologica e storiografica una vicinanza storico-destinale, tale che quella parola in realtà avesse dal suo sorgere un destinatario futuro, attraverso un messaggio inespresso, un non detto che “parla solo indirizzandosi a ciò che è venturo?”

Die chronologisch- historische Entfernung vs. die geschichtliche Nahe des Spruches, dessen Ungesprochenes, in das Kommende hinausspricht.

La nostra posizione potrebbe allora essere ad un tempo, nel tramonto ma anche nella pre-sera del pensiero stesso (im Vorabend) nel senso di una vigilia inaugurale di un destino successivo, ma ad un tempo “più principiale”? (eine anfängliche Geschichte)?

In tal senso Heidegger si domanda quale posizione e ruolo rivestiamo noi lettori, che ci approssimiamo alla locuzione di Anassimandro, noi che apparteniamo ad un pensiero che rispetto all’alba dell’origine di Anassimandro, appartiene invece all’ultimo tratto del tramonto della sera, o se forse questo tramonto non potrebbe preludere, anziché concludere, a quella stessa alba che forse non è antecedente ma bensì successiva al nostro stesso “tramonto” .

La nostra collocazione temporale rispetto a questo testo solleva a sua volta problemi legati alla storiografia, alla storia della filosofia, alla traduzione e all’interpretazione, nonché all’Essere del pensiero stesso.

L’essere in essenza dell’Essere, ossia il pensare come poetare, sono per ora collegamenti di sottofondo, non detti, ma da mantenere metodologicamente alla base dell’intera analisi, poichè verranno in seguito esplicati ed approfonditi.

L’ “atteggiamento didattico” resta costante, Heidegger cerca di sradicare la tradizione e l’assoluto-indubbio dal pensiero (originario essenziale), cui si richiede di mettere in discussione le appurate dinamiche legate alla traduzione, alla cronologia  ed all’organizzazione storica del pensiero, proprio per affrontare quel luogo originario ed essenziale del pensare e dell’essere in cui non possono (ancora) valere gli a-priori e le istanze “assodate” di tradizione, traduzione, metodologia storiografico-scientifica, teologia.

Ora Heidegger riprende il testo di Anassimandro e si appresta ad una sua analisi sistematica.

[1] da: Nietzsche, F. – La filosofia nell’epoca tragica dei Greci: saggio che sarebbe stato pubblicato solo dopo la morte di Nietzsche, nel 1903. Il saggio si basa su un corso che Nietzsche tenne a Basilea sui filosofi preplatonici.

[2] Diels-Kranz:I presocratici : prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti.

I diari di viaggio di Kafka – Una traduzione

reisetagebuecherUNA  TRADUZIONE DEI DIARI DI VIAGGIO IN ITALIA DI FRANZ KAFKA INSIEME ALL’AMICO MAX BROD, DAL LINGUAGGIO RIVISITATO IN CHIAVE MODERNA, SENZA MAI TOGLIERE LA VIVACITA’ ALLE IMMAGINI, O IL COLORE AI RICORDI, CHE QUEST’OPERA DAL SUPREMO IMPATTO VISIVO RISERVA.

 

 

 

Viaggio di Friedland / Gennaio 1911

Febbre di Reichenberg

 

Dovrei passare la notte a scrivere, per quante cose mi sovrastano, ma è tutto un gran caos. Che razza di potere ha acquisito tutto questo su di me, se prima per quanto ricordi con una scrollata, una piccola scrollata, che già di per sé mi rendeva ancora sereno, ero in grado di sbarazzarmene!

Nel vagone, l’ebreo di Reichenberg si fa sentire per primo con battutine sui cosiddetti treni rapidi, che lo sono, a suo parere, solo per il prezzo del viaggio. Intanto un viaggiatore ben più magro mangia quello che viene chiamato bignè alla panna, divora in fretta prosciutto, pane e due Wuestel, di cui gratta via la pellicina in rilievo con un coltello, tutti i resti e le carte finiscono poi sotto il ripiano dietro al tubo del radiatore. Durante il pasto si è letto sino all’ultima pagina due giornali della sera, rivolti verso di me, in quell’ inutile e mal simulata “fretta e furia” che mi risulta pur sempre in qualche modo simpatica.

Orecchie a sventola. Naso solo proporzionalmente largo. Pulisce capelli e viso con le grasse mani, senza sporcarsi, cosa anche questa per me impossibile. L’apparentemente notevole membro forma nei pantaloni una grossa protuberanza.

Di fronte a me signore dalla voce sottile e dall’ udito debole, con barba a punta e baffi, che deride in un modo beffardo, ma dapprima piano senza smascherarsi, l’ebreo di Reichenberg, cosa a cui io, pur sempre con una certa riluttanza, ma per un qualche rispetto verso la comunicazione tramite sguardi, mi rendo partecipe. Solo più tardi di quest’uomo che legge il quotidiano, mangiucchia, compra vino ad una stazione, e lo sorseggia proprio alla mia stessa maniera, si potrà concludere, non è degno del minimo interesse.

Dalla parte del viaggiatore magro se ne inserisce uno pettoruto, che si siede accanto a me ed è troppo serio e pieno di sé, perché possa farsi notare col suo sorridere tutt’altro che rumoroso (inoltre mai beffardo) ed una parola di quando in quando.

 

Poi ancora un giovane dalle guance arrossate, che pare avere tanto da leggere nel suo interessante giornale, da come lo gestisce bruscamente coi palmi delle mani, per poi, tuttavia, con quella meticolosità “annoiata” che tanto invidio, trattandolo come fosse un fazzoletto di seta, con molteplici ripiegamenti, pressioni degli angoli, fissaggi e colpetti, finalmente ricomporlo, e infine così gonfio com’è, ricacciarlo nel taschino interno della giacca. Dunque lo leggerà ancora a casa. Non saprei nemmeno dire dove sia sceso.

 

L’Hotel a Friedland. L’ampio ingresso. Mi ricordo di un Cristo sulla Croce, che forse non c’era affatto.

Niente gabinetto, la tempesta di neve arrivava su dal basso. Per un certo tempo rimasi io l’unico ospite. La maggiorparte dei matrimoni dei dintorni vengono festeggiati nell’Hotel. Ho un ricordo molto vago  e frammentato di quel salone, la mattina, dopo un festeggiamento nuziale. Era ovunque molto freddo. La mia stanza era proprio sopra l’ingresso della casa, realizzai da subito che era questo il motivo per cui sentivo il gelo arrivarmi in modo così diretto. Davanti alla mia stanza c’era una specie di vano lateralmente al disimpegno; su un tavolo stavano lì da un matrimonio due vasi di fiori, dimenticati.

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Libri che parlano di.. Legami

Una nuova video recensione di alcune letture di mezza estate, in cui emergono tematiche scottanti e scomode ma sempre attuali, affrontate con l’occhio ironico e umile di un semplice “lettore”e mai con ambizioni o giudizi da “sociologo”… Buona Visione!

 

https://www.youtube.com/watch?v=x_XYaAuWWTkle ultime recensioni
Libri citati:
Pier Vittorio Tondelli – Camere separate
Philip Roth – Everyman
Paolo di Orazio – Primi Delitti
Sophie Kinsella – I love shopping

Contestualizzare un testo per comprenderlo meglio: le radici nascoste dell’ interpretazione.

ANALISI PROPEDEUTICA DEI TESTI E DEI CONTESTI DA CUI TRARRE LE CONSIDERAZIONI DI WOLFRAM HOGREBE SULL’ “UOMO IMPLICITO.

 

Salvador Dalì - L'enigma senza fine

Salvador Dalì – L’enigma senza fine

 

Dimostrazione che le osservazioni di Hogrebe sull’ “uomo implicito” si riconnettono alla dottrina delle idee e alla protologia platoniche, alla teoria delle monadi di Leibniz, ed alla loro comune concezione della conoscenza scientifica.

Mentre leggevo “Der implizite Mensch” di Wolfram Hogrebe, per produrne una recensione da proporre per la pubblicazione alla rivista Aisthesis on line, mi sono resa conto che tante riflessioni dell’autore richiedevano un approfondimento, un ausilio “esterno” rispetto al testo stesso, grazie al quale avrei potuto interpretare e contestualizzare meglio i significati e le teorie di Hogrebe. In particolare mi sono servita di testi che approfondiscono la teoria delle idee e dei principi primi (protologia) di Platone, la teoria delle monadi di Leibniz, la concezione della conoscenza scientifica dei due pensatori, che differenziano un piano intelligibile, originario, invisibile e normativo, rispetto ad uno sensibile, dei fenomeni manifesti, da cogliere e conoscere con i sensi e la sensibilità “organica”, ad un livello metempirico, solo successivo e conseguente rispetto a quello metafisico, afferrabile con l’intelletto e la sua custode, l’anima.

A partire dalla constatazione di un ordine universale, si osserva sin dalle prime righe del testo di Hogrebe il rapporto tra il carattere globale, universale dell’anima e del mondo e le sue parti singole, riprendendo ad esempio la filosofia della monade leibniziana, che è componente individuale, singola ed indipendente ma ad un tempo si relaziona con l’universo e si ricongiunge ad esso.

L’analisi delle sfaccettature dell’uomo implicito a partire dalla realtà sotterranea, inconscia della sua anima, e delle strutture del suo conoscere che ad essa soggiacciono viene effettuata a partire da esempi fondativi della filosofia, che hanno costruito le basi del nostro conoscere e comprendere noi stessi e il mondo, sempre a partire da un rapporto monadico tra noi “entità singole” e l’universo che ci fonda e ci riconnette ad esso, unificandoci, in una connessione organica tra unità e molteplicità.

1)       La MONADE leibniziana  ———— LOGICITA’ MANTICA

2)       L’IDEA platonica ——————— ESPRESSIVITA’ MANTICA

LOGOMANTIK+PSYCHOMANTIK=PRONOMINALMETAPHYSIK

Attraverso questi esempi di Liebniz e Platone viene delineata la struttura logomantica dell’anima/uomo e del mondo, e poi utilizzata a fondamento delle strutture “esplicite” che da essa si dipartono: scientifica, sociologica, politica, economica culturale….

La trattazione del problema dell’UNO E DEI MOLTI platonica può definire il “pretesto speculativo” della concezione e della fruizione dell’Implizite Mensch?

Il libro della Metafisica di Aristotele ci riferisce della concezione platonica del rapporto tra unità e molteplicità, in cui l’uno è principio e causa formale , essenza, dei numeri, delle idee e delle realtà sensibili, ma anche sostanza separata, trascendente rispetto a ciò di cui è causa. La doppia valenza dell’Uno come principio e causa del molteplice ed insieme come istanza separata è intesa col termine usato da Aristotele di ousìa, che significa che l’uno è sia essenza degli enti, sia sostanza a sé stante, ma in questa confusione sta una critica che Aristotele muove a Platone, perché l’Uno si inserisce ad un tempo sia in un contesto matematico (uno come principio e causa dei numeri), sia in uno dialettico (l’uno come predicato di tutte le cose), (che è quello che a noi interessa in questa sede analizzare in rapporto alla monade leibniziana). La motivazione della critica aristotelica ai Platonici è data dalla confusione tra filosofia e matematica, quando invece la matematica dovrebbe essere solo una scienza propedeutica rispetto alla filosofia. Se l’Uno deve essere unità di misura, infatti, presuppone che ci sia qualcosa da numerare, ma se i Platonici vogliono anche ipostatizzarlo in una sostanza unica, e trascendente, deve rappresentare un genere unico, non il principio e il riferimento di una serie, successione da numerare. In realtà secondo Aristotele il principio e causa materiale di numeri, idee e realtà sensibili non dovrebbe essere l’uno bensì la Diade, il grande-piccolo, ossia il Molteplice, principio opposto rispetto all’ Uno. La Diade non è però una sostanza bensì una relazione, e in questo è ancora in disaccordo con Platone che vuole concepire anche la Diade come sostanza separata. Aristotele sviluppa nella sua Metafisica una concezione personale del rapporto Uno-Molti, nel libro Alfa, dopo aver sviluppato una serie di aporie che mostrerebbero l’erroneità nel voler far coincidere da parte dei Platonici, l’uno e l’essere, nella loro concezione univoca di sostanze.

Aristotele si confronta con il problema dell’uno e dei molti, dunque, per concludere che la molteplicità non esclude l’unità, anzi l’unità, e questo ci interessa per ricollegarci ad Hogrebe, è condizione indispensabile affinché dell’essere si possa avere scienza: “in quanto esiste alcunché di uno ed identico, ed in quanto esiste alcunché di universale, in virtù di questo conosciamo tutte le cose.

A noi interessa mostrare come il rapporto tra uno e molti, unità e molteplicità, analogie e relazioni, siano oggetto di interesse sin dai primi pensatori della nostra civiltà, perché la loro costituzione è essenziale per la scienza stessa dell’essere, per la conoscenza, lo studio delle specie, le forme e le proprietà dell’essere, ossia l’identico, il simile, l’uguale, ed i loro opposti, cioè il diverso, il dissimile, il disuguale, ma anche altre proprietà come l’anteriore e il posteriore, il tutto e la parte, il genere e la specie. Insomma uno e molti si rivelano oggetto di un’unica scienza, la scienza dell’essere, l’ontologia, che studia unità e molteplicità, la sostanza e le sue categorie, le forme dell’uno e dell’essere

Secondo la protologia platonica, l’essere è proprio una sintesi, un prodotto di due principi originari, unità e molteplicità, in cui l’unità è il determinato, che conferisce una delimitazione, una definizione, una egualizzazione, sul molteplice, che è indeterminato, illimitato, diseguale. Attraverso l’ordinamento dell’essere, oggetto della scienza dell’essere, si costituisce, dall’azione dell’uno sul molteplice, ogni cosa, che non è qualcosa ma un qualcosa, in tal senso possiamo dire che l’essere è generato dalla delimitazione di un principio formale, che agisce, appunto delimita e formalizza, un principio materiale, da questa normalizzazione in unità del molteplice possiamo trarre la base della concezione ontologica di fondo di Platone, che vuole l’unità (l’uno) in quanto principio regolatore e costitutivo dell’essere, al di sopra dell’essere stesso, in quanto anteriore ad esso, e per lo stesso ragionamento, la molteplicità, il principio materiale indeterminato, è al di sotto dell’essere, come non-essere, o oseremmo dire, non-ancora-essere.  Laddove la Diade, il molteplice, è disordine, indefinito, instabile, informe non-essere, l’Uno, come “melius ente”, conferisce al molteplice unità, delimitazione, ordine, e da questa azione deriva l’essere degli enti. Lo status metafisico dell’uno al di sopra dell’essere (in quanto principio che va a fondare e costituire l’essere), viene successivamente investito di carica anche etica, laddove lo si fa nella Repubblica, coincidere col Bene (il figlio del Sole), e si può sostenere che “il Bene è al di sopra dell’essere” (epekeina tes ousias).

1)      L’idea platonica

Secondo il paradigma delle dottrine non scritte di Platone (scuola di Tubinga e poi di Milano)  che si oppone al paradigma tradizionale (XIX sec. Scuola di Schleiermacher), la dottrina delle idee è successiva e conseguente rispetto a quella dei Principi supremi, si cui abbiamo sopra accennato, tanto che a partire dai Principi Platone avrebbe sviluppato la teoria delle idee.

Cosa certa è che la dottrina delle idee e quella dei principi devono restare in costante dialogo, come emerge anche dalla Repubblica e dal Parmenide, in cui si fanno derivare risposte ultimative per la concezione delle Idee solo a partire dall’esposizione e l’impatto diretto con la teoria dei principi, come se essi rappresentassero una sorta di radici storiche e concettuali, e un costante rimando nonché riferimento, rispetto alle Idee.

A partire dalla distinzione dei due piani, o meglio due luoghi o regioni, dell’intelligibile e del sensibile, si definisce con Platone (nella Repubblica), per la prima volta nella storia del pensiero occidentale, la distinzione tra del piano della realtà fisico e di quello metafisico, il piano corporeo da quello “incorporeo”, che trascende e precede l’ambito fisico e materiale conoscibile appunto dai sensi, e basato, quello invece intelligibile, sull’intelligenza. Nel Politico Platone si riferisce alle “cose incorporee, che sono le più belle e le più grandi, si manifestano chiaramente solo con il ragionamento, e in nessun altro modo”. L’uso del termine incorporeo è inedito nel senso inteso da Platone, poiché utilizzato sì da pensatori precedentemente ad esso, ma nel senso “scientifico” dello studio della natura e dei suoi fenomeni incorporei (ad es. l’aria per Anassimene, o per corpi privi di una forma determinata per i Presocratici, preplatonici, ossia, per ciò che è privo di materialità, delimitazione e confini, quindi paradossalmente sarebbe da avvicinarsi al disordine attribuito da Platone alla Diade!). Per Platone per primo invece l’incorporeo acquisisce un senso rinnovato, che trascende i corpi fisici e le loro caratteristiche, e ne diviene causa non-fisica, inaugurando il piano della metafisica.  L’incorporeo platonicamente inteso diviene una forma intelligibile, coglibile cioè con il ragionamento e l’intelletto, un essere determinato che agisce da causa determinante, ossia la causa vera e reale.

Da questo piano dell’incorporeo si sviluppa la struttura metafisica delle Idee, cioè del vero essere, in sé, in senso pieno, stabile ed eterno, che si pone su un piano totalmente diverso dal sensibile. Rispetto alla molteplicità delle cose belle che partecipano al mutamento, nascendo e perendo, esiste una forma di essere che non conosce mutamento, che è sempre identica e nelle medesime condizioni e che si coglie col solo raziocinio e intelletto, si tratta delle idee, che localizziamo nell’ambito dell’invisibile (dell’implicito, diremmo oggi con Hogrebe), che possiede l’assolutezza ontologica dell’essere in sé. Le idee come “uno che è oltre ai molti” in costante dialogo quindi con la dottrina dei principi, ad un tempo trascendono la realtà sensibile perché sono oltre e prima di essa, ma anche ne fondano le strutture ontologiche immanenti, ragion per cui possiamo riconoscere nelle idee la caratteristiche duplice della trascendenza e della immanenza ontologica. (si vedano le quattro tipologie di trascendenza in Hogrebe).

Il rapporto delle idee con la realtà sensibile è poi chiarito nella seconda navigazione esplicata nel Fedone, laddove il piano nuovo e superiore della realtà empiricamente conoscibile, il piano delle idee si mostra imprescindibile per conoscere la molteplicità del sensibile stesso, e costruisce una serie di dicotomie che si motivano a vicenda dialetticamente: intelligibile/sensibile, essere/divenire, incorporeo/corporeo, immobile/mobile, assoluto/relativo, unità/molteplicità. (cfr. metafora della passeggiata al mare di Hogrebe, in cui rispetto al suono complessivo del mare si inseriscono impercettibili i vari rumori singoli delle onde, in un rapporto dialettico di connessioni ed interazioni tra unità e molteplicità ).

Il piano delle idee non va visto, si ricorda, come fisicamente separato dal piano delle cose sensibili ma come causa metempirica e metafisica di esse, causa soprasensibile che ci permette di accedere conoscitivamente alla molteplicità sensibile, dato che il sensibile medesimo, si ritiene, non può essere ritenuto, essendo soggetto al mutamento, al divenire, al perire, all’opinione e all’errore, quindi data la sua inevitabile auto-contraddittorietà, una globale ragion d’essere di se medesimo.

Il luogo metafisico, il luogo delle Idee, sopra il cielo, laddove il cielo è il piano del visibile, è l’Iperuranio, in cui idealmente si collocano le Idee, in ambito quindi invisibile, tale che le idee si definiscono nell’intelligibile, nell’invisibile, essendo senza colore, invisibili, senza forma senza figura, e sono quindi non coglibili con la vista, ma con “quella parte che ha il governo dell’anima, cioè solamente con l’intelligenza”. (al di sopra del visibile). In tal senso Platone delinea il rapporto tra i due livelli, non come binari separati, bensì come possibilità di conoscerli per noi stessi, possibilità di accedere al piano empirico, sensibile solo attraverso il piano metafisico, soprasensibile, metempirico, dell’ “Iperuranio”, dell’Anima, dell’Intelletto, delle Idee. (si veda l’importanza che Hogrebe conferisce all’anima nella sua analisi dell’uomo implicito, intendendo l’Anima non in senso di sfera dell’emotività, ma in senso platonico, ossia di culla dell’Intelletto).

La distinzione, il discernimento, la scienza dialettica, l’unificazione… sono tutte procedimenti che l’intelletto compie grazie all’astrazione che dalla realtà molteplice e informe, inuguale, può permettergli di raggiungere quella immobile, eterna, ordinata delle idee. La conoscenza scientifica è possibile grazie a questi procedimenti e ragionamenti in quanto il sensibile è mimesi dell’intelligibile, lo imita, vi partecipa, e in questo senso è conoscibile, in quanto nell’intelligibile trova causa e fondamento, condizione e ragione d’essere, principio regolatore e definitorio. In particolare se la prima navigazione data nel Fedone dava una prima fondazione metafisica della realtà sensibile attraverso le Idee, la seconda navigazione vuole fondare elevandosi a livello superiore e normativo delle idee stesse, al piano ulteriore, al secondo livello di fondazione metafisica, del molteplice delle idee stesse, tale che necessariamente dall’ambito delle Idee dobbiamo salire a quello dei Principi. Dai Principi prim’dell’Uno e della Diade scaturiscono le Idee, la loro stessa fondazione ultimativa, tale che dai principi primi (protologia platonica) scaturisce attraverso le idee, la possibilità di spiegazione della totalità delle cose che sono.

2)      La monade leibniziana

Il termine monade deriva dalla scuola pitagorica per indicare l’unità originaria da cui deriva la serie dei numeri, (dal greco manas, unità). Anche Platone usa il termine per definire le idee, per evidenziarne l’essenzialità e la lontananza dalla realtà empirica. La connotazione di “irriducibile” della monade, “principio di limitazione intelligibile”, ritorna, passando per l’avvicinamento a Dio come unità “ultima ed essenziale” nei neoplatonici cristiani, e da Cusano, in quanto ogni cosa è un microcosmo, un’unità in piccolo, uno “specchio del tutto”, e infine da Giordano Bruno, che sviluppa il concetto facendone la base della sua matematica magica, in cui le monadi sono le componenti minime dei corpi, si arriva all’ interpretazione di Leibniz (1646-1716) per cui le monadi sono sostanze o principi attivi che, ognuna a suo modo, rispecchiano il tutto in un armonioso concatenamento di percezioni. Esse rappresentano delle unità singole anche dal punto di vista spirituale, di coscienza, dei microcosmi nella globalità cui partecipano, dell’universo.  Le monadi leibniziane sono create da Dio e indistruttibili, la loro attività è pensata da Leibniz in relazione all’ attività umana, esse sono rappresentative, in forma di singola unità, dell’intero creato, agiscono in modo conscio e inconscio (appercezioni), come nell’ uomo stesso, quale stadio più elevato delle monadi (distinte in monadi prive di coscienza, animali e spiriti dotati di volontà e razionalità, ossia gli uomini appunto).Ogni monade è un mondo in sé concluso e completo, la stessa anima è concepibile come una monade dei “corpi organici”, e tra loro le monadi si trovano in rapporto di percezioni reciproche che le connettono a loro volta nel creato, senza che nessuna agisca sulle altre in quanto si tratta di unità metafisiche, “senza porte né finestre”.

3)      La conoscenza scientifica in Platone e Leibniz

Per entrambi i fautori della monade e della realtà intelligibile a fondamento e principio/causa di quella sensibile, la conoscenza empirica non trova nessun fondamento reale nei fenomeni manifesti, bensì occorre trarre i basamenti ed i riferimenti da un piano superiore metempirico: molte conoscenze sono innate in noi, nella nostra monade-anima si custodisce un sapere essenziale ed originario, senza il quale nessun fenomeno esteriore e coglibile coi soi sensi risulterebbe dimostrabile, come sostiene l’innatismo virtuale fondato sulla anamnesi di Platone e dallo stesso Leibniz, tale che possiamo riconoscere nell’uomo implicito di Hogrebe quello sfondo della conoscenza a priori, che solo con l’attività della mente (l’intelletto platonico)può pervenire alla nostra consapevolezza. L’esperienza sensibile, è quindi solo uno stimolo, un’occasione, e questo rapporto sotterraneo tra un piano intelligibile ed uno successivo e conseguente, sensibile, su cui Hogrebe sviluppa poi il suo intero trattato, è da tener sempre presente, nel progresso dell’uomo, che conosciamo nei fenomeni manifesti ed esteriori (piano fisiologico, culturale, socio-economico, politico…) che devono essere e rimanere solo un aspetto, quello “meramente sensibile”della globalità della “monade-uomo”. Su questo piano riflessivo si sviluppano la logomantica e la psicomantica di derivazioni platonica e aristotelica, proprio perché sono quei sottosuoli che rappresentano il principio primo e la causa originaria, l’unità ordinante e normativa, sempre nascosta/invisibile/implicita, dei piani della conoscenza fenomenica, empirica, del disordinato e indeterminato molteplice.

Bibliografia di riferimento:

1- Enciclopedia Garzanti di filosofia, Garzanti, Milano 1993;

2- Reale, G. – Per una nuova interpretazione di Platone, Vita & Pensiero, Milano 2003;

3- Berti, E. – Aristotele. Dalla dialettica alla filosofia prima con saggi introduttivi, Bompiani, Milano 2004.

Libri che parlano di… Anima: una videorecensione

Un viaggio nell’interiorità della scrittura diaristica, dell’aforisma, del diario e del dialogo interiore attraverso la lettura di Thomas Bernhard, Peter Handke, e un’osservazione filosofico-antropologica” dell’uomo implicito nella lettura del pensatore contemporaneo tedesco Wolfram Hogrebe.

http://www.youtube.com/watch?v=IHEb5wZjOSE

 

Peter Handke e gli aforismi dell’Inconscio

Recensione di coppia

Una recensione di coppia di due testi “diaristici” di Peter Handke.

Non è certo nuovo agli esperimenti linguistici questo autore, considerato uno dei massimi rappresentanti della letteratura austriaca contemporanea, tanto che quando si apre un suo libro, si è sempre curiosi di scoprire di quale dei suoi mondi, e modi, espressivi egli abbia deciso di renderci partecipi…

I due testi di cui ha un senso fare una “recensione di coppia”, per le loro caratteristiche strutturali e concettuali comuni, Il peso del mondo e Un anno parlato dalla notte, rientrano in particolare in una sorta di letteratura “onirica” fatta di schizzi, appunti, frasi indipendenti di poche righe, che restano tra l’aforisma, il ricordo, il frangente di sogno…

A volte, leggendo questi preziosi ed intimi frammenti d’inconscio, pare di ritrovare qualche vago indizio proveniente da altri romanzi di Handke, o semplicemente un sentore famigliare rispetto ad altre sue ambientazioni, ma tutto resta ideale, volatile, supposto, non ci sono conferme, intenzioni o dichiarazioni di alcun tipo da parte dell’autore, che quasi scompare nell’elenco dei suoi stessi schizzi, di cui sovente sembra solo riportare gli esiti, subito sottraendosi da essi, e lasciando dileguare la propria intenzionalità nel Vacuo e nel Vuoto, anche grafico, della pagina.

Da "Un anno parlato dalla notte"

Da “Un anno parlato dalla notte”

In Un anno parlato dalla notte ogni pagina è infatti divisa in due sezioni, nella prima parte si possono leggere due, al massimo tre, pensieri, mentre in basso, a distanza di qualche centimetro di emblematico puro bianco, le stesse frasi sono riportate in lingua originale, tale che il lettore possa godere in modo duplice delle finezze linguistiche  e delle sfumature che, ahimè, spesso anche la migliore traduzione italiana non può restituirci. Anche questo tema, quello della traduzione, della possibilità espressiva altra che il traduttore conferisce al proprio autore, lo abbiamo ritrovato affrontato come dilemma, come piaga interiore insanabile, Nel Pomeriggio di uno scrittore, dove lo “scrittore che aveva perso il linguaggio” incontrava il proprio traduttore e gli affidava le proprie carte, come a promettere loro un nuovo inizio, un inedito spiraglio di possibilità espressiva, cosa che lo scrittore stesso, con la sua stessa scrittura, non era più in grado di fare…

Ardita, non convenzionale, rischiosa questa scelta di Handke di battere le strade impervie del genere “onirico”  e frammentario, delle “memorie” e delle “immagini” spezzate e inconsce, tutte buttate là, sparute, senza pretese né ambizioni, collezionate come voci di un dizionario, ma di una lingua inafferrabile, il cui significato spesso risulta perduto, o quantomeno sta rovinando verso luoghi anonimi, senza tempo né spazio, e richiede al lettore di poterne raccogliere i frammenti, ridare loro un senso, un nuovo senso, tutto interiore e personale, rinnovato e mai ripetuto.

Come potremmo leggere allora questi pensieri? Come aforismi, estratti di un diario, appunti preparatori per altre opere, reminiscenze di esperienze vissute o sognate…? Comunque decideremo di intendere  questi momenti, cosa essenziale rimane ricordare di amarli per il loro essere in primis fini a se stessi, nonché, ed in questo Handke ci sfida, nel saper conferire non una trama, bensì un assetto interiore, per quanto flebile, una struttura intima a quegli attimi di confidata intimità, concedendo un tempo, un luogo, uno spazio immateriale a questi “meri” sprazzi di dissotterrato Ich.

Sorridendo alla morte: Thomas Bernhard e la dissacrazione della Filosofia

 

goethe muore

Bernard, Thomas, Goethe muore, Adelphi, Milano 2013, pp. 109.

Ironia teatrale, drammi interiori tra genitori e figli, patologie e ossessioni, odio verso la società della sua Austria: sono le tematiche “classiche” che Thomas Bernhard con la sua scrittura “bulimica”, vertiginosa, logorroica e “indisponente”, astiosa e divertita di sempre ci ripropone in questa raccolta edita di recente da Adelphi, col titolo, tratto dal primo dei quattro racconti contenuti, Goethe muore.[1]

Sembra quasi di vederli i servitori di Goethe, i segretari Riemer e Kräuter  che si sgambettano battibeccandosi, si contraddicono a vicenda per detenere l’onore di aver ben capito, ben eseguito, ben inteso le parole e gli ordini del Genio sul suo letto di morte, che dispensa ultimi desideri, riflessioni filosofiche, rivelazioni definitive (quando si è fortunati…). Il problema è che la più grande e sacra ossessione di Goethe è incontrare, nella sua stessa dimora, l’unico pensatore vivente che egli ritiene al suo stesso livello tale da poter ereditare gli esiti del suo pensiero, addirittura eclissandolo!… Si tratta di Ludwig Wittgenstein, l’autore del Tractatus logico-philosophicus, sui cui temi Goethe deve assolutamente, improrogabilmente, ottenere un ultimo confronto, un chiarimento esiziale, una conferma solenne di essere davanti, per l’ultima volta, al suo unico erede spirituale.

L’unico inghippo però è che anche Wittgenstein è sul punto di morte, anzi muore proprio nel giorno in cui Goethe avrebbe voluto averlo al suo capezzale, e la nuova ossessione di Riemer e Kräuter cui si aggiunge il “messo” Eckermann, è evitare con tutte le loro forze che il Genio, per i pochi giorni di vita che gli restano, apprenda della disgrazia, anche a costo di risultare durante i suoi deliri urlanti, traditori, inetti depredatori del loro stesso Maestro…

Con la sua solita ironia Bernhard tratteggia una sorta di commedia dal sapore teatrale e settecentesco, all’insegna dell’equivoco e dell’amara concidenza, ma restando leggera e frivola pur trattando di menti eccelse, pensatori esemplari nel frangente storico della loro estinzione solenne, questioni di vita e di morte.

Molto più pungenti dal punto di vista emotivo, i tre racconti a seguire, sempre enigmatici e mai del tutto chiari nei loro scenari, volutamente criptici. Montaigne , un racconto e Incontro hanno in comune la tematica del disagio famigliare, della sofferenza del figlio, incompreso, abbandonato umanamente dai genitori che ne vengono rappresentati come la sua rovina psichica, fisica e morale, instillando nella loro stessa “creazione egoistica” sensi di colpa, di disturbo, di inadeguatezza continui e quotidiani, indelebili e lancinanti.

Le due narrazioni si avvicinano anche per la comune struttura interna del “dialogo ideale” che l’io narrante compie o con se stesso (in Montaigne)  o con un amico (in Incontro), che resta, pare, immaginario, un io-ideale col quale l’autore condivide i ricordi di un’infanzia traumatica e angosciante… ma che gli fa da alter ego nel suo, a differenza di quello, ancora vittima della famiglia, essersi completamente emancipato, liberato, affrancato dalle angherie psico-fisiche dei genitori.

Andata a fuoco riprende il dialogo ideale, tra l’io e, lo si deve solamente supporre, il proprio psichiatra, cui viene raccontato, seppur constatando i fallimenti della terapia a suon di offese e recriminazioni, un ultimo sogno che dipinge tutto l’odio e la disapprovazione morale verso l’Austria, il paese della sporcizia, della volgarità e della vergogna  sociale, della ottusità del clero e delle classi aristocratiche, già tante volte disegnata da Bernhard, che ora, tramite l’io autoriale, brucia e divampa distruggendosi nella sua stessa vergogna e nefandezza, facendogli tirare, ahimè solo in sogno, e “seppur tossendo”, un sospiro di sollievo…

[1] Nella versione originale in lingua tedesca, Goethe schtirbt, viene fatto notare dalla critica come l’appesantimento dello schtirbt nella pronuncia (sch) rispetto all’usuale stirbt renda ancora più “derisorio” il contesto della narrazione, che vedremo essere all’insegna dell’ironia e della sdrammatizzazione di un contesto così solenne come la morte de grande pensatore in questione.

Wolfram Hogrebe – Der implizite Mensch – una recensione

Hogrebe, Wolfram - Der implizite Mensch

Hogrebe, Wolfram – Der implizite Mensch

Ecco la recensione di un testo edito da pochi mesi in Germania, di Wolfram Hogrebe, un filosofo attualissimo che osserva l’uomo e la sua interiorità tentando di dissotterrarla dalle costruzioni sociali, politiche, economiche e culturali in cui essa si nasconde….

La recensione è comparsa sulla rivista di filosofia Aisthesis on line, curata da Fabrizio Desideri, sul fascicolo di maggio 2013.

Testo recensito: Hogrebe, Wolfram – Der implizite Mensch, Akademie Verlag, Berlin 2013. Pagine 183; ISBN: 9783050062600, prezzo euro 49,80.

1. Introduzione

Il volume di Hogrebe L’uomo implicito, si propone di dimostrare come tutta l’architettura del sapere umano, le strutture in base alle quali l’uomo organizza la propria conoscenza e motiva la propria esistenza, si debbano confrontare costantemente con un “duplice orizzonte”, ossia dal punto di vista dell’esteriorità manifesta dei fenomeni e delle dimostrazioni, e insieme dell’interiorità del sé, come zona “implicita”, misteriosa e nascosta.

L’uomo così doppiamente indagabile entra in un rapporto dialettico, di armonia e di contrapposizione ad un tempo, con il mondo, con cui la sua ragione ed il suo comprendere non possono evitare un dialogo e una presa di posizione. La storia dell’“uomo implicito” che ne deriva è in questi termini un’indagine delle zone della conoscenza del sé dell’uomo, quale “essenza memore di sé nel mondo”, ed in costante dialogo con esso, dal punto di vista storico, antropologico-religioso, culturale-artistico, psicologico, economico, politico, sociale, ripercorrendo il suo percorso formativo come Bildung dai suoi primi passi sulla Terra come homo sapiens (aspetti biologico evolutivi) fino agli ultimi e più attuali dibattiti filosofico-politici che lo riguardano nel suo ruolo precipuo di “parte del e nel tutto”.

continua

E se fosse uno scrittore?… Sarebbe Thomas Bernhard.

Questione di ruoli: breve estratto di dialoghi famigliari ed incomprensioni quotidiane.   

Una “prova di emulazione” del grande autore Thomas Bernhard con la sua scrittura “ossessivo-compulsiva” e le sue tematiche inerenti ai traumi interiori indelebili nati per lo più nell’ambito famigliare e quotidiano… Un colloquio ideale che gioca alla maniera di Bernhard con l’ossessione del monologo, la ripetitività ansiosa e viziosa, la rassegnazione all’ineluttabile assenza, nonostante le tante parole, di un vero dialogo

Degas: repasseuses

“Nella scelta della facoltà universitaria ci ha sempre fatto tribolare… noi volevamo prendesse economia per garantirsi un futuro, ma lei non aveva affatto le idee chiare, sapeva solo che non voleva fare economia… solo per partito preso… diceva ogni giorno una cosa diversa… voglio fare storia dell’arte… sì ma dopo cosa vai a fare? L’insegnante no… e allora….?? Poi voleva fare psicologia, ma quello era più per psicanalizzare se stessa che gli altri, era un periodo di crisi… ma anche quello dove l’avrebbe portata?? Almeno con una laurea in economia…. un lavoro lo trovi sempre, dicevamo io e papà…”

“…Cioè tu dici che voleva psicanalizzare se stessa quindi riconosci che aveva bisogno di aiuto, tanto da cercarlo in una facoltà universitaria, ad esempio Psicologia… sempre questa frase che voleva fare Psicologia più per se stessa che per passione per la materia o altro… sempre questa frase vi sento ripetere… ma MAI e dico MAI una volta che ti senta accennare minimamente ad una tua responsabilità, una vostra responsabilità, una tua volontà di partecipare a questa cosa, a metterti in gioco e capire il perchè avesse tanto bisogno di psicologia… mai che ti sia chiesta cosa potevi fare tu oltre a negarle la facoltà di Psicologia… cosa potevate fare voi oltre a impedirle di iscriversi a Psicologia… Tu e papà siete sempre rimasti estranei a tutti i nostri problemi, quelli seri intendo, per lamentarvi poi che noi non ci sfogavamo mai con voi sui problemi quotidiani… mettendovi in competizione con le amiche… ah con lei sì che ci parli… cioè sempre alleati voi due, complici a criticare tutto quello che facevamo o dicevamo, vittime di figlie che “rispondono” quante volte ho sentito questa parola?? Figlie che trattano male la madre e ignorano il padre, piene di segreti, che quando hanno un problema, cioè uno di cui voi… evviva!!!… vi accorgete… è troppo tardi per parlarne semplicemente o sfogarsi, è già patologia da psicologa e non da psicologia, ma fa troppa impressione e vergogna pensare andiamo da uno psicologo tutti insieme e cerchiamo di aiutarci, no è meglio rimproverarle perchè non hanno parlato prima e aspettare con impazienza che le cose si risolvano da sè o con qualche intervento minimo accompagnato da urla e pianti di dolore se possibile… e poi lasciare il grosso a chi è in crisi, lasciarlo “nel suo brodo”, finchè non si mette a posto tutto, per poi non parlarne mai più e ripensarci come un brutto ricordo, una cosa successa a lei… o a me!!… che riguarda solo lei e un brutto periodo della sua vita… che ha fatto soffrire gli altri e li ha quasi infastiditi ingiustamente… che ha fatto soffrire soprattutto i suoi genitori che non hanno colpe e non meritano certo di soffrire a causa dei loro figli ingrati e viziati… ancora dopo anni ne parli così, come una cosa solo sua…”

Vedendo che mi guardava allibita, più sorpresa per il cambiamento di discorso e di tono che non per il contenuto del mio discorso… seppi che avevo due strade, le solite due strade che avevo da tutta la vita ogni volta che avevo provato a parlarle di qualcosa di serio e in cui il mio brutto carattere aveva preso il sopravvento con l’impulsività e l’aumento del volume della voce e quel tono un pò tragico che distrae sempre dal punto, da quello che veramente vorrei comunicarle ma non riesco perchè lei, distratta dal mio tono tragico comincia a guardarsi intorno circospetta, a deviare lo sguardo da me, pensa anche ad altro, questa è la mia impressione, aspetta che il mio sfogo termini pensando quando finirà questo sfogo… – insomma era tra il distratto e il colpevole, ma non colpevole-consapevole di esserlo, bensì colpevole – adesso urli, mi stai rimproverando, stai rimproverando tua madre che non lo merita, che ti ha dato tutto e non ha mai chiesto niente, quel tipo di colpevole che sta pensando: sono una vittima della tua rabbia egoista e mi viene da piangere vedendo che sei in grado solo di maltrattare tua madre che non ti ha mai fatto nulla per meritare di essere maltrattata, quel tipo di colpevole che conoscevo benissimo e avevo visto troppe volte come finale di ogni nostro colloquio in cui io avevo preso il sopravvento… – insomma la prima strada era lasciarle uscire quelle lacrimucce che già si affacciavano dietro agli occhiali… e l’altra, che negli ultimi due anni andava per la maggiore e mi salvava sempre la coscienza… era finirla lì subito, interrompere il mio sfogo egoistico e trasformarlo in una cosa solo mia, rassicurando la platea, come in una recita, un piccolo spettacolo tragi-commediante inscenato in un momento di forte emotività, che non poteva avere nessun collegamento con nessuno dei miei genitori ma che invece riguardava solo me e il mio egoismo e la mia tentazione di addossare le colpe dei miei fallimenti ai miei genitori, che certo non lo meritavano, addirittura stavolta avevo preso a pretesto la situazione di mia sorella per questo mio sfogo egoista, stavolta il mio sfogo egoista era ancora più imperdonabile se si pensa che il discorso era cominciato vertendo su mia sorella e io in pochi istanti ero riuscita a traghettarlo da mia sorella alle colpe che volevo per l’ennesima volta attribuire ai miei genitori, una cosa molto più che solo egoista, una cosa crudele, maligna a dire poco, questo voler parlare subito di me e delle colpe che i miei genitori non riconoscevano di avere nei miei e nei nostri confronti.

Non avevo altra scelta, vedendo i suoi occhi colmi di pianto e ignari di quello che stavo dicendo, vedendo quegli occhi così tristi e innocenti, così feriti, da non aver nessuna idea di quello che stavo dicendo, ma pensando solo che era il mio ennesimo sfogo egoistico e desiderando solo che finisse al più presto, come tutte le altre volte in cui mi ero lasciata andare a simili sfoghi egoistici, non avevo altra scelta se non di cercare di far rientrare tutte le parole crudeli, tutto quello che volevo dire, farmelo ritornare dentro la bocca, far finta che non fosse mai uscito e sperare che non l’avesse eccessivamente ferita.

“… No, non mi guardare così… non volevo offenderti… scusa tu non c’entri erano riflessioni mie… e poi è vero, è proprio come dite tu e papà,… erano crisi sue… ma ne abbiamo sofferto tutti…  no?… scusa… abbi pazienza… sono fatta così…. adesso continua pure, spiegami che cosa avevate pensato riguardo alla scelta della sua facoltà universitaria… beh certo che sarebbe la scelta migliore…”.

Libri che parlano di Vite (scandalose)…!

libri che parlano di vite

Tre Autobiografie , in cui tre voci autoriali si rivelano con audacia e sfidano la critica con tematiche forti, sconvolgenti, ma che ci obbligano a riflettere sulla nostra società e sulla nostra storia.

https://www.youtube.com/watch?v=zfAgRLyMIs8

Qualche autobiografia “scomoda”, accolta dal pubblico come libro-shock, e apprezzata solo con gli anni, per le tematiche forti e scottanti affrontante. Ne ho riunite tre, tre testi profondi, toccanti, di rara profondità umana, altezza poetica, diagnosi sociale.

1) Christiane F. – Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino

2) Sylvia Plath – La campana di vetro

3) Günter  Grass – Il mio secolo