Libri che parlano di… sangue!?! A spasso per le vie del Pulp

Ilmomentodelicato

 

La videorecensione di “Il momento è delicato di Niccolò Ammaniti”…

http://www.youtube.com/watch?v=uDVbVM6vQOg

… e un pò di riflessioni sul genere letterario, artistico, musicale… del “Pulp” e delle sue sfumature, dall’horror al trash… E infine, approfittando della pazienza di chi mi ascolta… un invito a riflettere sul ruolo dello scrittore “contemporaneo”: di che cosa ci si deve occupare al giorno d’oggi per essere “pulp”??

Per la recensione dettagliata:

http://www.federicaceranovi.com/nicolo-ammaniti-e-la-scrittura-pulp-una-rilettura/?preview=true&preview_id=73&preview_nonce=93c12d8247

 

 

Libri che parlano di … me!

Potrebbe “l’uomo della campagna” di Franz Kafka indossare le “scarpe della contadina” di Martin Heidegger?

Le mie tesi di laurea messe a confronto, per scoprire quanto in fondo parlino anche un pò di me! Testi analizzati e citati:
1) Franz Kafka – Il Processo (Davanti alla legge)
2) Martin Heidegger – Sentieri interrotti (L’origine dell’opera d’arte)

Libri che parlano di … Libri!

“Libri che parlano di… ” – Prima puntata!

“Libri che parlano di … libri”, ovvero le connessioni che si nascondono tra le nostre letture…

Una recensione collettiva, in cui ho riunito insieme 5 scrittori, 5 libri, che parlano di… scrivere, leggere, lasciare che la scrittura ci cambi, ci trasformi, ci renda sani o malati, ci uccida o ci salvi.

1) Muriel Barbery – L’eleganza del riccio

2) Thomas Bernhard – Cemento

3) Peter Handke – Pomeriggio di uno scrittore

4) Bohumil Hrabal – Una solitudine troppo rumorosa

5) Agota Kristof – L’analfabeta

…. Buona visione!

 

Bohumil Habral – Una solitudine troppo rumorosa

una solitudine troppo rumorosa

 

Il testo edito da Einaudi nel 2002 risale al 1976, dopo aver conosciuto a detta del suo stesso autore almeno tre versioni utilizzate anche come spunti per sceneggiature teatrali e a volte intese anche dalla critica come componimenti poetici. Tra la prosa e la poesia, infatti, la narrazione di Habral, che si chiude con l’Adagio lamentoso dedicato a Franz Kafka, acquista una forma e una destinazione specificamente letteraria grazie al suo inserimento nell’edizione Einaudi tra una lunga Prefazione che riprende un articolo dato alla stampa nel 1968 e una intervista a chiusa del romanzo, ad Habral stesso, che riconnette la narrazione a vicende autobiografiche, e ne spiega il messaggio, da intendersi prima in senso letterale, e solo successivamente in senso metaforico.

Grazie all’apparato critico infatti di cui il testo si dota riusciamo  a comprendere il significato di una narrazione autobiografica, quindi individuale, ma ad un tempo universale, che racconta di un passaggio, di tanti passaggi, storico-culturali, e di tante mutazioni dell’interiorità e di come esse possano essere salvifiche ascese che hanno un sapore catartico, ma anche, d’altra parte, traumi indelebili, che si arginano nei ricordi sparuti dell’infanzia fino a dipanarsi nell’abitudine pigra del presente ed accompagnarlo in un futuro impraticabile.

La componente salvifica della vita di Hanta, operaio in una fabbrica della Praga degli anni 70 del ‘900, e addetto ad una pressa per carta, è la salvezza reciproca che Hanta riserva ai vecchi libri che arrivano alla pressa destinati al macero, nonché quella che i libri stessi di cui Hanta si ferma a leggere e memorizzare frasi, citazioni, interi estratti, fino a portarseli a casa, e a ritrovarsi seppellito nella sua camera da letto da un’abominevole muro di due tonnellate di libri, che al primo sussulto rischiano letteralmente di ucciderlo nel sonno…

Quei libri, romanzi, poesie, opere storiche e capolavori della filosofia, ma anche stampe ed illustrazioni dei maestri della pittura, da Bosch a Van Gogh, lo salvano, lo illuminano, gli conferiscono oltre ad una erudizione e cultura che mai avrebbe potuto raggiungere, tanta umanità, il senso della giustizia, della vita e della morte, nelle parole di Seneca, Socrate e Platone, nelle massime di Hegel, nei presagi allucinati di Nietzsche egli legge dell’esistenza, di se stesso, rivive la propria vita con nuovi occhi, i ricordi gli offrono rinnovate possibilità, ancora aperte, in cui dire e pensare qualcosa e col senno di tutte quelle letture, cambiare l’esito stesso della sua storia.

Ma il tempo va avanti, la tecnologia ed il progresso anche nella sua fabbrica lo investono, e la sua pressa, il suo ruolo storico e immutabile da 35 anni, diviene motivo di scherno da parte dei nuovi addetti alla grande pressa idraulica che compare un giorno in fabbrica, in cui gli addetti in divisa sventrano i libri dalle loro copertine con movimenti meccanici e inconsapevoli, e lanciano le pagine sciolte nella pressa, violentando i testi e gli autori, senza soffermarsi nemmeno per un istante su una sola riga, tanto sono presi dalla catena del lavoro e dai tempi ristretti da essa imposti.

Hanta non può più pressare i suoi libri, gli viene infatti conferito in nuovo incarico di pressare carta bianca, nuda e muta di parole e immagini, di vita e senso per lui fino ad allora così salvifici ed imprescindibili per nutrire la sua interiorità da aver concepito la malsana idea di portarsi la sua pressa nel giardino di casa, una volta andato in pensione. Se così non potrà essere, se a lui da qui all’ eternità è destinata solo carta bianca insieme alla vista lontana dello stupro ai suoi libri, egli decide, come sua abitudine, di chiedere consiglio e forza nella saggezza delle sue letture, di trarre da quelle frasi l’esempio vittorioso e degno del suicidio, lanciandosi nella sua stessa pressa, immolandosi tra i libri, vittima, anch’ egli come loro, del macero della cultura e dell’umanità:

 … Ogni oggetto amato è al centro del Paradiso terrestre, ed io, piuttosto che imballare carta linda … allora io come Seneca, come Socrate, io scelgo nella mia pressa, nel mio magazzino, la mia caduta, che è ascesa, anche se la parete della pressa già mi spinge le gambe sotto il mento e ancor oltre, ma io non mi lascio scacciare dal mio Paradiso, io sto nel mio magazzino dal quale nessuno più mi può scacciare, nessuno mi può trasferire … come se dovessi conoscere l’ultima verità sotto i miei stessi strumenti di martirio….

Costante l’analogia tra l’anima di Hanta-uomo-filosofo-religioso ad un tempo che germoglia e cresce dell’illuminazione della saggezza che ogni giorno lo pervade sia interiormente sia fisicamente, e dell’elemento-libro, con la sua simbologia che muta a sua volta da fonte unica di nutrimento morale e intellettivo, a improvviso oggetto seriale, merce da sventrare per dare adito a nuove produzioni e nuove catene di montaggio, così come anche l’individuo Hanta, l’operaio del primo ‘900 europeo, con le sue mani sporche e rugose per la carta che abbraccia ogni giorno, viene sostituito da due “giovanotti della brigata del lavoro socialista” attrezzati con guanti, berretti e visiera per operare nella gigantesca nuova pressa idraulica.

Il sapore della “Praga magica”, fatta di zingare e motti in lingua yddish, delle birrerie nascoste negli angoli bui, in cui Hanta (come lo stesso Habral) si rifugia, i detti e le usanze ceche, che a tratti emergono nella narrazione rapida, neutrale e compulsiva, resoconto cruento ed allucinato della distruzione di un’individualità, di una anima in favore della globalità e della massificazione, contribuiscono a dare al testo un sapore mistico-religioso, aprendo al lettore un mondo fatto di ultime verità, sia in quanto sanciscono i canoni normativi dell’esistenza nella storia del pensiero che Hanta ripercorre nei suoi illuminati estratti di lettura, sia in quanto testimoni del passaggio alla modernità, di nuovi inizi tecnologici, di nuove istanze di progresso praticato all’insegna dello scherno e dell’oblio di ciò che fino a poco tempo prima, poteva ancora essere considerato “sacro”.

La lunga “poesia” finale in memoria di Franz Kafka, ci riporta in una dimensione visionaria ed estranea al testo quanto allo stesso Kafka, in cui tra il diario e la filastrocca, tra il dialogo con una ipotetica figura amata e la rammemorazione di sé, in un mondo storico-cittadino attuale ma con sprazzi naturalistici, si canta:

Quando muore il padrone, anche le bestie piangono.

Poi solo un riso che brucia, brucia, brucia.

Sono stanco da morire, ma felice.

E amen.

 

 

Sincere Amenità apre un canale YouTube!

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L’attività del congetturare opinioni…. è e sarà il grande tema di questo blog e di questo canale, perché essi si occuperanno proprio di recensire, elaborare, tradurre e produrre testi, commentarli insieme, cercare connessioni nascoste tra loro, per condividere la passione della lettura… e le sue fatiche!

Buona lettura, e da oggi, buona visione!

Il dono della sintesi: alcuni spunti di riflessione sul pensiero di Martin Heiddeger

Martin Heidegger e la ricerca dell’origine perduta.

Problemi metontologici custoditi nel “non detto” del saggio “L’origine dell’opera d’arte” di Martin Heidegger.

(Die meta-ontologische Frage über was, das “ungesagtes bleibt” im Martin Heideggers Vortrag Der Ursprung des Kunstwerkes).

 

Per una disamina di “L’origine dell’opera d’arte” alla luce di “La dottrina platonica della verità”

(Um den Vortrag “ Der Ursprung des Kunstwerkes”  zu vertiefen, aus der Lesung der “Platonischen Lehre der Wahrheit”).

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Il nostro breve studio si inserisce in questa sede, nel tentativo di ripercorrere i sentieri del pensiero dell’origine, nella sua fase greca “aurorale”, che abbiamo definito come la “sfida” postaci dal saggio “L’origine dell’opera d’arte[1] di Martin Heidegger.

Il saggio verrà riletto alla luce di uno degli scritti che costituiscono a nostro parere un imprescindibile sottosuolo per la sua stessa  più profonda ed intima comprensione: La dottrina platonica della verità.

La sfida, formalmente strutturata come un “invito”, è costituita primamente dal “restare nel circolo” che le costruzioni “viziose” inserite nel saggio via via ci si presenteranno con difficoltà “didatticamente progressiva”, e si “attua” nel confronto con la tradizione metafisica post-platonica, da ripensare nella sua “precarietà di fondamento” attraverso quel pensiero-altro, che sapendo restare nel circolo, traendo fecondità ermeneutica da costruzioni, traduzioni e definizioni arbitrarie ed abitualmente assodate, che vengono definite nel saggio “mere sostituzioni di termini”, gratuite e solo apparentemente fondate, sarà in grado di attuare il superamento della metafisica come Verwindung e di tutti gli umanismi soggiacenti sotto l’impianto metafisico della filosofia occidentale post-platonica, a partire da quello della disciplina estetica.

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Dino Buzzati e l’ironia infausta della sorte

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“La boutique del mistero”, una recensione.

Se i quadri di Dino Buzzati potessero parlare, di certo avrebbero il tono misterioso e suadente di un sogno, la voce roca e il piglio minaccioso di un incubo, che si burla di noi in una notte insonne.

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Si svolgono in ambientazioni senza spazio e senza tempo le storie raccolte in La boutique del mistero  i cui protagonisti sono uomini, animali, divinità, fantasmi…  sempre accennati lievemente, spesso solo con nome e cognome, e ritratti in un frangente, un breve periodo  temporale in cui risultano coinvolti in storie irreali e grottesche, come grandi rebus senza soluzione, che destinano loro un finale irreversibilmente disastroso .

Il sorriso dell’autore resta pur sempre beffardo, ci accompagna nella lettura anche dei momenti più tragicamente incomprensibili col suo ammiccare, conducendoci fino all’orlo ultimo del precipizio di una barzelletta che diviene progressivamente da burla  innocua a scherzo terribile, come ad esempio quello subito dal protagonista di Sette Piani, che giunto in una clinica per un malessere lievissimo, quasi inesistente, si ritrova per una serie di equivoci e di coincidenze inevitabili al piano di degenze dell’ospedale destinato ai malati terminali…

L’ineluttabilità del destino contro cui spesso le nostre abitudini e convinzioni si ostinano fino a sfidarne gli esiti (come se ci fosse possibile) è quella che emerge in Eppure battono alla porta, in cui la famiglia Gron resta a giocare  “ingenuamente” a carte durante  l’ “ultima notte insieme” in cui una rovinosa tempesta fa franare il terreno sotto la loro amata casa…

Surreale e costante anche la presenza della morte, sempre solo accennata in modo delicatissimo e sfuggente, sotto forma di fantasma del figlio di ritorno dalla guerra cui viene concesso l’ultimo saluto alla famiglia prima del congedo finale, in Il mantello, o messaggera inviata dalla divinità, a giudicare gli umani e il loro agire morale ne Il cane che aveva visto Dio.

Numeri dalla inquietante simbologia ricorrente, percorsi secolari  attraverso regni indefiniti  senza meta,  storie vaghe e febbrili in cui ad un tempo si incontrano il lirismo metafisico e impalpabile della pittura magrittiana e l’enigmatico sapore cabalistico dei racconti kafkiani, il tutto tratteggiato con una finezza quasi poetica, una leggerezza che pare accarezzarci nel sonno… peccato però, scopriremo solo troppo tardi,  si tratti della carezza della Morte.

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“E allora… si vorrebbe, per così dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo?… Niente affatto signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale… Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic tac, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.”

 

Stefania Bertola, Romanzo rosa. Una recensione.

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Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato seguire un corso di scrittura creativa, ma tra impegni di lavoro e costi dei corsi di cui mi ritrovo spesso ad appendere in biblioteca la locandina nella bacheca delle iniziative culturali locali, non mi sono mai avvicinata più di tanto al genere “diventa anche tu scrittore affermato a soli … euro!”.

Ma quando ho adocchiato Romanzo rosa di Stefania Bertola (Einaudi 2012, 201 pp.), la cui protagonista, Olimpia, bibliotecaria,  amante dei gatti e del cappuccino con biscotti e marmellata, partecipa ad un corso di scrittura per redigere in una settimana un Melody, che sarebbe il termine tecnico del romanzo “leggero” che contempla una storia romantica condita con un necessario (ora lo so!) pizzico di erotismo, io, bibliotecaria e “gattara” impenitente innamorata della scrittura, non ho potuto resistere…

continua

Thomas Bernhard e le radure del pensiero

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Al limite boschivo. Una recensione

Restano in una comune regione tematica le tre storie che compongono l’opera in questione di Thomas Bernhard (Ed Guanda, 2012, 70 pp.): Kulterer, L’italiano, Al limite boschivo, che conferisce anche il titolo complessivo alla raccolta.

continua