Rainer Maria Rilke – Le Elegie Duinesi, una traduzione

elegie duinesi

 

LA PRIMA ELEGIA

 Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai dagli ordini

degli angeli? e quand’anche mi traesse

uno d’improvviso al cuore; io languirei della sua

più forte presenza.

Poiché il bello non è nulla,

null’altro che, del terribile, principio che noi appena sopportiamo ancora,

e tanto lo ammiriamo, perché esso disdegna, quieto,

di distruggerci. Un angelo, uno qualunque, è terribile.

continua

Senso pratico: chi ha paura del Tempo?

senso pratico Magritte

Il senso pratico di ognuno di noi, mi è balenato alla mente ascoltando qualche conversazione in modo rapido e casuale, lo si percepisce dalla nostra percezione del tempo, dal nostro modo di “rispettarlo”. Chi ha poco senso pratico, sarà una coincidenza?…  non “sa” programmare impegni o occasioni prossime, forse ha troppo rispetto della distanza temporale, preferisce fantasticare che il futuro anche immediato sia lontano e gli riservi sorprese inaspettate, in cui non vuole sbirciare per timore di rovinarsele, lascia che tutto il suo da vivere resti là, a giacere in un meandro annebbiato e confuso, colmo di ovattato fascino. Chi ha molto senso pratico programma qualunque cosa, oltraggiando la sacralità del tempo, e rende la propria vita una serie di tappe prefissate, con monotone abitudini adibite a riempirle, secondo regole scalfite e inappuntabili. 

C’è da chiedersi chi viva di più, se chi aspetta di vivere sorprese inaspettate o chi sa già cosa e quando vivrà, usa il tempo a suo favore e lo domina, quasi potesse modificarlo.

Entrambe queste tipologie di persone vi si aggrappano, e si barricano ad ogni ora e per ogni decisione dietro al loro senso pratico, nullo o totale che sia.

La neve o l’energia inedita dell’abitudine

neve mondrian

La Neve. E’ arrivata, abbondante, un po’ acquosa, a tratti invece farinosa. Poetica, epica, silenziosa, annunciata. Ci siamo allarmati per il tragitto che avremmo dovuto compiere in auto o coi mezzi pubblici, abbiamo previsto il tilt del traffico, temuto il ritardo sul lavoro, sperato nell’ impasse cittadina, per starcene a casa, così, all’improvviso un bel lunedì mattina, sotto le coperte.

Invece nulla, abbiamo dovuto affrontare tutte le difficoltà preannunciate già a quel primo sguardo dalla finestra, all’alba imbiancata, e abbiamo dovuto, nonostante tutto, spesso a piedi, avviarci nella neve, incamminarci ai bordi delle strade deserte e immacolate.

Nel silenzio ghiacciato e buio, con le mani e il naso intirizziti e colorati, siamo poi tornati a casa, al caldo, abbiamo lasciato fuori dalla porta le scarpe sporche , tolto gli indumenti pesanti e umidi.

E ora salutare i mobili, il divano, quelle mura silenziose che sembrano accoglierci e volerci riscaldare, fa riassaporare il gusto dell’abitudine, il momento del piacere meritato ed ambito, ridona il senso della potenzialità, della creatività, e del tempo, ricco dispensiere dei sensi, delle azioni, delle vecchie mansioni, che finalmente si riaccendono della vivacità del “fare”.

Il silenzio della concentrazione, intorpidita e custodente, ci ha rassicurati, ha ridonato fresca inedita energia ai nostri antichi progetti, fiducia alle nostre speranze, allorché il nostro essere, sveglio e rinvigorito, ha inaugurato il primo pomeriggio di ogni nuova promessa.

neve

Peter Handke: de-scrittore della Natura, traduttore dell’Anima

Pomeriggio di uno scrittore – Una rilettura. (Ed. Guanda, 1987, 88 pp.)

 

Ho tenuto questo libricino color pesca dal titolo accattivante per mesi sul comodino. Mi piaceva l’idea di averlo lì, pronto da leggere, era così confortevole pensare alle cose che aveva da raccontare… Fantasticavo su cosa potesse racchiudere il pomeriggio di uno scrittore, quali attività pomeridiane potesse elencare. continua

 

La lettura di questo libricino sin dall’inizio si è rivelata invece meno confortante di quello che, chissà perché, mi immaginavo. La prima riga, addirittura, apre già tutta la serie di problematiche che il testo contiene, ma non le apre in modo propositivo, bensì con un senso di delusa rassegnazione, che fa percepire in che stato mentale versi il nostro scrittore e con che cosa sia costretto a convivere.

Peter Handke_Pomeriggio di uno scrittore

“Da quando una volta, per quasi un anno, era vissuto immaginando di aver perso il linguaggio, per lo scrittore ogni frase che scriveva e con la quale avvertiva anche la spinta alla possibile prosecuzione era diventata un avvenimento. Ogni parola che, non parlata, bensì in forma di scrittura annunciava la prossima, gli faceva tirare un sospiro di sollievo e lo ricollegava al mondo, soltanto con questo felice annotare per lui cominciava il giorno, e poi, così comunque pensava, fino al mattino seguente poteva non accadergli più nulla”.

 

Cosa? Uno scrittore che ha perso, o comunque vive nella convinzione di aver perso, il linguaggio?E come può essere ancora uno scrittore? Come può sopravvivere? Non è forse il linguaggio a rappresentare la conditio sine qua non stessa dell’esistenza dello scrittore in quanto tale?

 

La semplicità con cui l’autore introduce l’intera opera con un così traumatico e sconcertante incipit è anche la “semplicità”con cui lo scrittore fa equivalere la condizione di perdita della scrittura quale unico mezzo di comunicazione, o di oltrepassamento del “confine del linguaggio”, – con la sua stessa condizione di vita, tale che con essa lo scrittore pare essersi abituato addirittura a convivere, e come ciò avvenga, o non avvenga, lo scopriremo solo al termine della storia.

 

“Ma questo timore di fronte all’ intoppo, al non poter proseguire, anzi, al dover smettere per sempre, non esisteva forse da sempre, e non soltanto riguardo allo scrivere, ma anche a tutte le altre sue attività: l’amore, l’apprendimento, la partecipazione – in genere tutto ciò che esigeva di restare nel concreto? Il problema della sua professione non gli si presentava forse come simbolo del suo problema esistenziale e non gli indicava forse, con esempi evidenti, qual era la sua condizione? Quindi non: “Io in quanto scrittore” ma piuttosto: “Lo scrittore in quanto me”?

 

Per addentrarci nella storia, lo scrittore, quando il libro comincia, ha appena alzato gli occhi dal foglio nella macchina da scrivere, su cui ha lavorato, si specifica, dalle prime ore del mattino, fino all’ora imprecisata in cui il racconto comincia, che presumiamo essere il primo pomeriggio, ora in cui la luce comincia ad abbassarsi, e per questo il nostro scrittore alza lo sguardo verso la finestra del suo luogo di lavoro, “la casa nella casa”, accorgendosi di aver scritto per tutte quelle ore senza rendersi conto del fluire del tempo, e nemmeno della quasi assenza di luce che pervade la stanza.

 

Come non sappiamo l’orario di questo frangente di una giornata di inizio dicembre, non apprenderemo nulla nemmeno del luogo geografico in cui la storia prende forma, nulla del nome del protagonista o delle persone che interagiranno con lui, nulla. I personaggi sono nominati, a partire dal nostro protagonista, “lo scrittore”, solo col loro mestiere: “la donna delle pulizie”, “lo spazzino”, “il traduttore”… nemmeno si sa se “l’animale domestico senza nome” che vive con lo scrittore sia un cane o un gatto… insomma tutto si delinea con tratti flebili e sottili, si schizza a malapena il contorno entro il quale prende forma una storia… una storia fatta di che? Anch’ essa in effetti, non è proprio una storia… è più un momento, un pomeriggio appunto, in cui seguiamo un uomo, i suoi pensieri, le sue osservazioni, le sue angosce,  il corollario di intenti ed emozioni che popola la sua interiorità mobile e reattiva al minimo stimolo sensoriale, vera protagonista del pomeriggio, ma anche del tempo tutto, oserei dire, dell’uomo stesso.

 

“Se qualcuno gli avesse chiesto come si chiamava, la risposta sarebbe stata “Non ho nome”, e in tono così serio che chi gli aveva posto la domanda l’avrebbe capito all’istante”.

 

Quando lo scrittore, dicevo, alza gli occhi dal foglio di lavoro, oramai nell’oscurità del primo pomeriggio, decide di uscire di casa, per fare una passeggiata, prendere un po’ d’aria per “allargare i sensi”. Da questo momento comincia quella che abbiamo chiamato, se pur con qualche perplessità, “la storia”, ossia il “pomeriggio dello scrittore”.

 

Sin da quando si alza dalla sua postazione di scrittura, nella quale, scopriremo, una pila di fogli bianchi si moltiplica di giorno in giorno, a testimonianza dell’impossibilità quasi totale dello scrittore di scrivere con continuità, lo scrittore inizia ad osservare la luce, l’ambiente domestico che lo circonda, nel mutare progressivo della luminosità, sugli oggetti, assecondando con un vortice di impressioni ed osservazioni, i suoi sensi, il punto massimo della percezione e del sentire, osservare, descrivere, che il lavoro di scrittura compiuto fino a quel momento hanno portato ad un punto di estensione massima.

 

Ancora stordito dalla scrittura e dalla concentrazione che essa richiede, lo scrittore si alza e arriva alla porta di casa per uscire. Il tragitto calmo e riflessivo alla porta di casa si compie all’insegna della riflessione sul suo rapporto con la casa stessa, l’ involucro in cui trascorre tante ore, ma che tuttavia non lo fa sentire a suo agio accogliendolo, tanto che egli non l’ha nemmeno quasi arredata, in quanto “angoli per sedersi, tavoli da pranzo, o pianoforti gli davano subito una sensazione di estraneità; cassette stereo, scacchiere, vasi di fiori, persino biblioteche ordinate gli facevano soltanto specie… da lui i libri erano accatastati sul pavimento o sui ripiani delle finestre”… Solo durante la notte lo scrittore, accovacciato in un angolo sul pavimento, riesce a stare bene con se stesso, sentirsi a casa, quasi ad amare le mura che lo circondano…sebbene oggi esse gli appaiano accoglienti, forse “per via di quell’unica parola nuova” che la scrittura gli ha regalato nella mattinata, oltre al consueto e destabilizzante rumore del silenzio.

 

Invero, l’intera narrazione è giocata sulla duplicità del rapporto tra lo scrittore e se stesso, nella propria vita quotidiana, – lo osserviamo ad esempio mentre apre le porte delle stanze per farvi entrare giochi di luce, mentre dà il cibo al gatto, fa una doccia o attacca un bottone, tutte semplici azioni queste caricate dal peso delle sue riflessioni che accompagnano ogni suo movimento, –  che si riflette specularmene nel suo rapporto con la Scrittura, e quindi con la possibilità di espressione tramite il linguaggio, icona di tutto il suo essere e del possibile compiersi e realizzarsi.

 

Una volta fuori di casa lo scrittore si abbandona ad una lunga passeggiata che non ha una mèta precisa, tanto che arrivato davanti ad un incrocio egli si arresta per decidere quale strada prendere.

 

“Era come se lui, cui la sua attività non prescriveva alcuna determinata regola di vita, anche per molti movimenti del quotidiano, sia pur minimi, avesse bisogno di un’idea – e questa si formulò nel pensiero di collegare il cuore della città con il suo limite, di attraversare il centro per andare a passeggiare in periferia. Non si era forse sentito attratto dalla gente, proprio quando sedeva alla scrivania?…Ora che aveva stabilito un percorso, subentrò il piacere di passeggiare.”

 

Lo scrittore non è abituato a programmare, decidere delle proprie azioni, avendo un’attività ed un’esistenza assolutamente libere e gestibili in anarchia, ma questa arma a doppio taglio lo conduce spesso all’isolamento, all’inazione, proprio perché non obbligato ad agire, a vivere l’integrazione nella società, tanto che deve addirittura ripromettersi di “almeno una volta al giorno, attraversare il fiume oltre il quale cominciano i nuovi quartieri”.

 

Il fatto stesso di aver stabilito il percorso, deciso quale strada percorrere davanti al bivio, lo rassicura e gli fa scoprire il piacere stesso di passeggiare, quasi come se tale piacere fosse direttamente conseguente alla programmazione, il che mostra quanto in realtà la solitudine e la libertà dello scrittore gli siano divenuti una condanna ed un cappio prima che un beneficio.

 

Anche all’esterno, sulla strada che costeggia la sua casa, per condurre da un parco alberato al centro cittadino, con i vicoli circostanti, i sensi dello scrittore restano massimamente sollecitati, la sua mente osservatrice si colma, liberatasi dal “rimuginare le frasi della mattina”, di descrizioni dettagliate che toccano i colori delle foglie del paesaggio autunnale, le tipologie degli alberi, i ciottoli sul sentiero boschivo che porta alla città, e la città stessa, i suoi monumenti, i viali dedicati al passeggio…

 

Dal totale isolamento egli vede gradualmente altri volti, dallo spazzino, ai primi passanti, fino alle folle delle strade del centro, che si disperdono tra viottoli, bancarelle, locali….

 

Lo scrittore assiste ad una serie di episodi sicuramente non casuali per la comprensione di tutta la storia, sempre a partire dalla frase iniziale “da quando lo scrittore aveva perso il linguaggio…”, episodi che infatti giocano come un beffardo destino sulla sua impossibilità di esprimersi con il linguaggio naturale, bensì con una sola lingua occulta e comprensibile a pochi, fatta di bigliettini mai letti che gli arrivano quotidianamente da un “ammiratore”, o dai suoni singoli e dalle sillabe soffocate con cui una anziana donna, smarritasi in città e presa forse da un malore, vuole riservare solo a lui, unico interlocutore tra la folla di passanti che si sono riversati su di lei poter assisterla, narrandogli la storia della sua vita, “come se gli affidasse un incarico”…

 

La sua mente affollata di rumori, colori, odori svariati, si fa quasi violenza per incamerare tutto questo mondo, tutta questa vita, dopo aver abbandonato il confortevole, silenzioso, illuminato solo dalla luce naturale, luogo della scrittura… Una violenza da eccessiva sollecitazione sensoriale e visiva che immancabilmente lo conduce a vivere con progressivo disagio il suo incedere tra la gente, il suo svincolarsi incespicando tra i gruppi di passanti rumorosi e distratti, con quel loro “borbottare, schiarirsi la gola e soffiarsi il naso”. Ecco che lo scrittore avverte nella folla il livello massimo del proprio isolamento, che diviene a poco a poco, da una iniziale “osservazione a distanza”, senso di rifiuto da parte della collettività, tanto che lo scrittore inizia a sentire le voci dei passanti, e si tratta di “voci” che sono invero “pensieri” vaganti nell’aria, che lo ingiuriano, lo denigrano, lo evitano… come se la sua presenza, tra le strade o nella bettola in cui si ferma, la sua esistenza non anonima bensì addirittura conosciuta, “lo scrittore” lo nominano infatti i suoi accusatori e denigratori, come in una pubblica lapidazione, fosse inaccettabile tra la gente del centro cittadino, rigettata via, nella solitudine e nel silenzio da cui essa proviene.

 

Il momento principale della nostra passeggiata è la sua destinazione finale. Lo scrittore deve infatti incontrarsi col suo stesso traduttore, e l’incontro avviene in una sorta di pub della città. Il dialogo col traduttore apre la vera e profonda problematica intorno alla quale si annidano le angosce e le ansie, l’isolamento e la mancanza del linguaggio del nostro protagonista. Il dialogo tra il nostro autore ed il suo traduttore, che, venuto dall’estero, deve chiedergli alcune specifiche sull’opera che sta traducendo dello scrittore stesso, che porta con sé in una cesta di vimini quasi a ricordare liricamente il “contenitore in cui un tempo avevano affidato al Nilo Mosè neonato”, e qui tutta la simbologia che il parallelo tra il manoscritto e Mosè aprono rispetto alla possibilità stessa di esistere del linguaggio, apre la tematica portante del testo intero, ossia quella dell’angoscia e del mutismo che suscita il dover esternare il proprio “testo primigenio”, rispetto invece alla liberazione che rappresenta il tradurre il testo di un altro autore, tale che il traduttore, reduce dall’esperienza di autore e dell’ossessione del “divieto di scrivere” testi che gli parevano sempre più falsi e vuoti, sulla perenne soglia di un imminente scomparire, stato che il nostro scrittore ben conosce, diventato traduttore sotto l’influsso di una improvvisa illuminazione, confida di poter solo oggi finalmente godere di quella presenza di spirito e quel senso di intelligenza che “un testo sicuro”, quello da tradurre appunto, gli conferisce…

 

Il traduttore, simbolo della scienza intera della traduzione, rappresenta le possibilità che il linguaggio, disperso e arrancante alla ricerca di comprensione e comprensibilità nella lingua originale, simboleggiato appunto dallo scrittore, trova invece nell’ambito della sua possibilità di essere tradotto, riscritto, compreso da un’altra voce, un’altra lingua un altro dire.

 

La valenza salvifica della traduzione riscopre nelle macerie del linguaggio perduto quel senso di compiutezza e di verità cui l’esprimersi nella propria lingua interiore, stigma di mobilità e labilità inevitabili, non permette di approdare, tale che lo scrittore deve vivere nello stato della perdita del linguaggio, sopravvivere scrivendo e de-scrivendo dentro di sé l’incombere asfissiante le vite, gli oggetti, le sensazioni che il mondo comporta ed implica, senza che tutto questo de-scrivere possa uscire dalla sua mente, dal suo percepire per trovare sul foglio di lavoro la sua piena realizzazione e la sua più veritiera conferma di essere, cosa, questa possibile solo tramite il passaggio ad una lingua altra, che ri-comprenda e ripensi, rinomini e ri-dica le storie dello scrittore “ammutolito”, privato della sua dignità dalla folla, relegato in un angolo di strada ad accudire una morente che come lui non sa esprimersi nella lingua di tutti, isolato nel buio della sua casa, a scrivere e scrivere, se pur sempre invano.

 

Il dramma della perdita del linguaggio e del convivere con essa per uno scrittore si fa ora comprensibile in tutta la sua inevitabile portata, e solo nelle ultime righe del testo, possiamo rivivere alla luce di questa terribile rivelazione quella ossessione che per tutta la “passeggiata pomeridiana” lo scrittore ha portato con sé, nell’essere unico custode di parole indicibili, solo nel suo oscuro raccogliere ogni forma di suono, colore, rumore, vita che lo circonda senza poterne godere ma vivendola bensì come una tagliente e seducente lama che dalla coscienza non si può estirpare, né sulla carta si può esprimere, da cui allora non esiste liberazione né sfogo, se non a patto di cederne il feto ad un padre adottivo, il traduttore, che saprà crescerlo e farlo vivere, come il padre naturale, il nostro scrittore, mai potrà.

 

Agota Kristof e la lingua tagliata – L’analfabeta

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In questo racconto autobiografico, Agota Kristof (1935-2011) ci narra la sua vita dall’infanzia alla maturità, scandita da eventi storici e politici che l’hanno costretta a diverse esperienze di emigrazione, sacrifici, privazioni affettive ed economiche di forte impatto sulla sua stessa personalità di donna e di autrice.

Tutte le vicissitudini sono narrate con un ritmo serrato, quasi giornalistico, in cui sempre osservato in prima persona, l’io autoriale si vede dall’esterno ad elencare le proprie esperienze salienti, selezionate in una catena che diviene filo conduttore alla luce del grande passo, del risultato cui essa approda con fatiche fisiche e psicologiche enormi, tanto che pare quasi incredula nel constatare la sua attuale e finale condizione, la conquista di essere divenuta “scrittore”.

Se seguire quella passione, quella vocazione ed insieme ambizione perché divenga un mestiere potrebbe risultare naturale, nel caso della Kristof il destino storico e politico ne rappresenta un apparentemente insormontabile ostacolo, quasi dovesse approdare a quella se stessa che da sempre le appartiene di diritto, di natura, lottando con i beffardi e crudeli paradossi che gli anni descritti in L’Analfabeta le impongono.

continua

ELEGANZE. Pensieri su una serata al mare.

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Vestirsi eleganti, composti, coerenti, con tutto in ordine per forma e colore, dare al corpo la sua consapevolezza di sé e di ciò che indossa, e insieme far in modo che sembri tutto casuale, scontato, spontaneo, risaputo tanto da non pensarci nemmeno più.

E’ così che ci si veste al mare, la sera in albergo, per scendere a cena, abbandonati costumi e borsoni, tolte ciabatte e  mollette dai capelli ancora bagnati di acqua e sale, dopo la doccia, il phon, il profumo di moda in città, e l’abito distinto, lontano dal mare e dal sole, per la sera, il buio, il giro per strada, il gelato, la vita quotidiana. Un quotidiano esaltato perché lontano, reso unico e bellissimo come non lo è mai stato, tanto da invidiarselo a vicenda e da voler tornare a casa, in una città che è la propria ma ha un fascino mai avuto, per poterlo rivivere così come lo si dipinge ora, in un modo nuovo ma che diventi normale, magari fosse sempre così. Eppure basta pensare di essere sempre al mare, la sera, col caldo fuori, i tavoli illuminati da candele e strass dei vestiti in sfilata, sotto la pelle ardente del giorno, eleganti balze pescate, abbaglianti lustrini sui jeans, sete vistose o scuri pizzi e vernici audaci, preziosi o semplici accessori, trucchi osati e mai meglio riusciti. Tutto diventa elegante perché è la sera è a cena è in albergo.

Questo è vestirsi eleganti, ogni volta che si esce di casa questo tener viva l’illusione di star scendendo per la cena in albergo al mare.

 

PUNTI DI VISTA. Osservazioni sulla facilità potenziale del comprendersi reciproco.

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Lui le disse che in vita sua la sensazione più forte mai provata era data dal ricordo di quella bambina in classe con lui alle elementari. Il primo giorno di scuola, nel momento in cui la vide, e poi quando lei disse il suo nome davanti a tutti per presentarsi alla maestra, allora lui ebbe un tremito, tanto forte che quando poi subito dopo toccò a lui di presentarsi, gli si fermò la voce in gola e tutto rosso com’era, non fu più capace di dire nulla. Rimase lì qualche secondo a balbettare e tutti risero al ché la maestra decise di passare al successivo alunno.

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NICOLO’ AMMANITI E LA SCRITTURA PULP. Una rilettura.

Niccolò Ammaniti – Il momento è delicato: la videorecensione

 

Ilmomentodelicato

NICCOLO’ AMMANITI – IL MOMENTO E’ DELICATO

 Si tratta di una raccolta di racconti dagli anni ’90 al 2012, scritti a due o a quattro mani (nel caso della raccolta interna Rane e girini scritta col padre per la raccolta In nome del figlio nel 1995).

La relazione più immediata e naturale a livello stilistico e concettuale, è quella che sorge spontaneamente tra Il momento è delicato e la raccolta Gioventù cannibale, contenente il racconto Seratina che Ammaniti scrisse negli anni ’90 con Luisa Brancaccio, contenente inoltre testi di Nove, Pinketts, Luttazzi, Massaron, Galiazzo e Caredda, pubblicata a cura di Daniele Brolli.

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SYMPTOMA. Racconto filosofico sul destino dell’uomo ovvero su quanto può essergli beffardo

 

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Il funambolo camminava sul cavo teso tra le due torri. Quando cadde disse “Sapevo da un pezzo che il diavolo mi avrebbe fatto lo sgambetto. Ora mi porta all’inferno”. Zarathustra rispose: “Non c’è diavolo e nemmeno l’inferno. La tua anima sarà morta ancor prima del corpo: ormai non hai più nulla da temere”[1].

 Alzò lo sguardo dal libro e si guardò intorno.

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