Un pensiero. A mio padre.

A volte una perdita affettiva può sembrare irreparabile, ci si domanda quando si dimenticherà quel dolore, quell’affetto, ma ad un tempo ci si chiede perchè mai lo si debba dimenticare, come fosse un gesto egoistico voler tornare a sorridere.

Il ricordo però ha il diritto di restare, e col tempo, da doloroso, può divenire salvifico, ridarci fiducia e calore.

E’ quello che ho cercato di regalare a mio padre, un ricordo che resta, appeso alle pareti della memoria, e che non va scacciato, perchè non fa più soffrire, regala anzi un sorriso ogni giorno.

 “Lola” – ritratto di Loris Morini (Sassuolo), febbraio 2017

Quando la Lola fece il suo ingresso nella nostra casa di via Baccelli 34, era il novembre del 1995.

Era sera tardi, mio padre doveva ancora rincasare dal lavoro. Come ogni sera, io, mia sorella, mia madre e mia nonna sedevamo in sala, dopo cena, tra chiacchiere e televisione.  Sentimmo suonare il citofono, e ne fummo allarmate, visto l’orario. Era mio padre, voleva parlare con mia madre. Le disse di scendere nei garage, dove parcheggiava solitamente l’auto al suo rientro. Non capivamo cosa stesse succedendo, ma pochi minuti dopo li vedemmo salire, insieme, con una novità tra le braccia. Mio padre nascondeva nel giaccone una piccola gattina, grigia, europea, di cui, già sulla porta, si intravedevano gli occhioni grandi e verdi e i lunghissimi baffi.

L’aveva trovata nel parcheggio della sua ditta, a Campogalliano, e amante dei gatti com’era, come del resto tutti noi, si era subito lasciato intenerire da quell’esserino urlante nel buio e freddo piazzale, tanto che, per alleviarne la fame evidente, mentre lo seguiva, le aveva spezzettato una merendina nella sua mano, quella che mia madre ogni giorno gli metteva in borsa per la colazione in ufficio. A quel gesto tenero e familiare la Lola aveva assicurato gratitudine e gioia, tanto che, quando lui fece per aprire la portiera dell’auto, si gettò sul sedile anteriore, di fianco a quello della guida, e si accoccolò, sicura e pronta per il viaggio a casa, come se fossero venuti a prenderla nel parcheggio dopo una gita domenicale.

Anche in casa, tra le nostre piccole grida di stupore e di gioia, pensando si trattasse di un soccorso di emergenza che sarebbe durato una notte, visto che avevamo già un gattone bianco, Willy, che non era certo desideroso di dividere la sua posizione privilegiata con un suo simile, la Lola (l’avremmo chiamata così, ma mi piace pensare che si chiamasse già Lola, in quel parcheggio buio di Campogalliano), non si lasciò intimorire, né da noi quattro umane, né da Willy, e si precipitò subito sulla poltrona principale del salotto, come per riappropriarsi di un posto che aveva lasciato solo per qualche tempo, accoccolata, a guardarci, salutandoci con quel suo musetto dolcissimo, con la serenità di chi avesse finalmente ritrovato, in una fredda sera di novembre, la propria casa e famiglia.

Più che di cibo e di calore sembrò subito avesse bisogno di noi, di quella poltrona in mezzo alla sala, che non avrebbe più lasciato. Ma questo noi non lo sapevamo ancora, per i primi minuti restammo spaesati e divertiti da quella sicurezza irriverente con cui, in un attimo, era diventata la nostra Lola.  L’avremmo capito a breve, quando già la mattina seguente, mia nonna, avendo provato a prenderla in braccio per portarla dalla nostra vicina, scendendo le scale, si vide aggredire la mano con un graffio profondissimo che la Lola presa dal terrore le aveva inferto, urlando disperatamente. Quella sua vocina urlante, ci pregava di non abbandonarla, non di nuovo, e subito mia nonna dovette correre in casa a medicarsi la ferita dal sangue che le scorreva a fiotti dal palmo. Nessuna uscita consentita quindi, come ci avrebbe ribadito la Lola, nemmeno per il controllo dal veterinario: metterla nel trasportino per uscire, e farle fare pochi metri di strada porticata, le avrebbe provocato sempre un terrore inaudito; il solo intraprendere le scale era per lei sintomo evidente di abbandono, tanto che le sue urla di bambina facevano uscire i vicini sulla porta di casa, esterrefatti da tanta violenza vocale. Ancora oggi crediamo che non si sia mai ammalata, volutamente, per evitare di farci considerare un eventuale viaggio dal veterinario. Quello sarebbe stato il suo ultimo saluto al mondo esterno, mentre mio padre la accarezzava guidando. Non avrebbe più avuto nessuna esigenza e nessuna curiosità di uscire là fuori, fuori dal nostro interno di via Baccelli 34.

In poche settimane aveva già stabilito quali fossero le sue regole e le sue abitudini in casa, i suoi luoghi di riposo, i suoi cibi preferiti, insomma era a tutti gli effetti una di noi. Sempre affettuosa e vivace, era la tipica gatta da appartamento, amava mangiare a orari stabiliti e dormire con noi, e sempre ad orari stabiliti, esigeva le nostre attenzioni e le nostre coccole, richiamandoci all’ordine con la sua vocina insistente, che più che un miagolio tradizionale, sembrava quella di un neonato in cerca della mamma all’ora del latte.

La sua dolcezza ed espressività, dal viso paffuto e curioso, ai lunghi ed acuti discorsi che ammonivano le nostre liti come le nostre risa, quando in esse non era coinvolta, o semplicemente quando riteneva che usassimo un tono vocale troppo alto, si erano adagiate così nella nostra famiglia, e solo Willy sembrava poco entusiasta di quell’insediamento, studiato e realizzato con una precisione ed un’ arguzia ai nostri occhi esilaranti. Come biasimarlo? La Lola era la gatta perfetta, dolce e morbida come un cuscino, parlava, dormiva, mangiava con noi, dominava gli ambienti con il suo sguardo sornione e spavaldo, conversava con mio padre ogni sera, uscendo a salutarlo dall’anta della sua libreria preferita dove amava raggomitolarsi, o scendendo dal termo caldo dello studio, in cerca delle sue carezze, o della sua passeggiata serale intorno al tavolo, sulle sue spalle, canticchiando tra le fusa rumorose prima di dormire.

Se la convivenza con Willy si era stabilizzata come una fredda e civile accettazione tra condomini, all’ingresso di Timo in casa pochi anni dopo, il nostro terzo trovatello, un europeo a pelo lungo che faceva pensare ad un esemplare norvegese, potemmo conoscere tutta la sua dolcezza materna, e di quanto amore fosse colma la nostra piccola. Lo aveva letteralmente adottato, sin dai primi giorni, quando lo avevamo portato in casa dalla montagna, denutrito e diffidente. Gli aveva aperto lei le porte della casa, dopo il primo soffio di saluto con cui aveva chiarito subito le gerarchie vigenti, concordando norme e  spazi da condividere, istruendolo alla vita in famiglia con noi, come una maestrina il primo giorno di scuola.

La trovavamo spesso sulla sua poltrona, con il suo Timo adagiato tra le zampe, che si lasciava leccare la testa e pulire la schiena e il collo, o si lasciava cullare come un bambino tornato infreddolito e sporco da un pomeriggio di giochi in cortile. Anche durante la lenta malattia del piccolo Timo era stata un’osservatrice impeccabile, sempre attenta a quanto mangiasse, ad osservarlo in silenzio, annusarlo, assicurarsi che fosse pulito, che dormisse, ad abbracciarlo o a giocare con lui, scrutandolo preoccupata correre e saltare con le sue lunghe zampe fino  al soffitto dei mobili. Era il suo cucciolo, e lei, da bambina di casa, era diventata mamma e divideva le sue attenzioni e le sue cure tra noi e il piccolo figlio adottato, intenerendoci e ad un tempo restituendo ai nostri occhi quanto avevamo fatto per lei, dopo che lei stessa aveva scelto mio padre, quella notte di dieci anni prima.

Passarono intanto gli anni, mentre dalla sua libreria, dai suoi cuscini, osservava le nostre vite. Aveva assistito ai lunghi decorsi tristi quanto naturali sia di Willy sia di Timo, sempre presente al nostro dolore ed ai nostri tentativi di salvarli, consapevole in qualche modo di quell’unico ciclo, fatto di vita e di morte, che scorreva davanti ai suoi occhi attenti e luminosi, nonostante le piccole venature scure che a tratti ne limitavano gradualmente la vista. Non ci avrebbe fatto mancare le sue fusa, i suoi piccoli passi premurosi ed i suoi puntuali richiami all’attenzione nemmeno durante la malattia della nonna, che fu allettata a casa per mesi, quando nel nostro quotidiano sconvolto e ridiscusso dai tempi dei medicinali e delle visite, costringeva anche noi con i suoi orari a ricordare e rispettare i ritmi necessari dei pasti e del riposo, imponendoci una normalità che nella frenesia di quell’incubo avremmo, se abbandonati a noi stessi, di certo dimenticato.

Dopo la morte della nonna, nel 2007, e il trasferimento mio e di mia sorella, era rimasta sola alla guida di quella grande casa, ora tutta per lei, insieme a mia madre e mio padre. Ora in pensione, anche i miei genitori avevano cambiato necessariamente le loro usanze e tra i tre si era stabilita una nuova sintonia, in cui la tensione dell’improvviso vuoto di impegni e la fine delle apprensioni lavorative li aveva visti raccogliersi in una rinnovata famiglia, dove ridefinire un diverso tempo di vita, reinventare i propri equilibri, seppur ritardati dall’assenza e dai sospesi che la memoria della vita precedente avrebbe ancora per un poco, trascinato con sé come un ostile fantasma.

La Lola, ancora una volta, nella saggezza immobile del suo paziente osservare, scandita solo dalle sue urla impertinenti, che risuonavano fin dall’alba nella grande casa di via Baccelli 34, riempiva l’eco di quel tempo nuovo, li rassicurava colmando i loro silenzi ed imponendo ai suoi anziani genitori gli impegni, i rumori ed i suoni della vita presente. Ecco che la mattina presto la loro giornata “lavorativa” doveva iniziare, svegliati dai suoi miagolii insistenti, per la colazione, la pulizia della sabbia e del bagno e le prime coccole, guardando fuori dalla finestra sulle spalle di mio padre. Ecco che la spesa quotidiana considerava sempre la necessaria fornitura di scatolette all’anatra e spinaci, l’unico cibo che la Lola desiderasse, e di cui il negozio di fiducia si riforniva apposta per lei. Ecco che i suoi riposini nella libreria, le sue richieste di carezze, e di essere spazzolata mentre gironzolava intorno alle loro gambe con la coda dritta, decidevano le pause pomeridiane, e gli ultimi richiami, la sera, ricordavano l’ora del latte caldo per mio padre e della tisana per mia madre, prima di coricarsi.

La domenica, dopo il pranzo che vedeva riunirsi settimanalmente tutta la famiglia, mentre mia madre assemblava la lavastoviglie, la Lola veniva in cucina a salutarci con il suo strillare, a richiedere lo spuntino, oppure sentivamo il suo vivace gridare dallo studio, a esigere che corressimo nella libreria ad accarezzarla, e, ridendo, a scusarci per averla trascurata durante il pasto, o averla svegliata all’improvviso con le nostre voci.

Sempre più debole e anziana, gli occhi ormai oscurati, continuava a chiedere attenzioni, a richiamare carezze ed imporre lunghi discorsi, strappandoci a volte un sorriso e a volte un rimprovero per quell’ostinazione con cui quella vocina sempre più esile risuonava dalle “sue” stanze, insistendo e combattendo nonostante ben vent’anni stessero intanto trascorrendo anche per lei, che pareva nascondersi al destino, dall’interno buio della sua libreria.

Avrebbe continuato a chiederle come un orologio incurante del tempo, quelle attenzioni e quelle coccole, e a regalare i suoi vividi e canterini monologhi, ancora fino ai suoi 22 anni, fino a quando, così ossuta da far percepire al tatto e alla vista le sue piccole ossa, tale che la spazzola era per mio padre l’unico modo di accarezzarla senza farle male e senza avvertirne il patimento, la quinta mattina del gennaio 2017, tra le braccia di suo padre, gli aveva appoggiato la testina sul petto, cullandosi in quell’ultimo rituale affettuoso, per poter chiudere i suoi verdi occhi, e finalmente, grata e serena, addormentarsi.

Continueremo a sentirti cantare e chiacchierare, Lola, in queste stanze ormai deserte, a sorridere della tua impertinenza, e a ringraziarti per aver scelto in quel freddo parcheggio di 22 anni fa, di trascorrere la tua vita con noi, impreziosendo così anche la nostra, ricordandoci con la tua dolcezza e la tua passione i ritmi, i ruoli ed i tempi, che l’esistenza, come quella tua puntuale vocina, necessariamente e ogni giorno ci chiama ad ascoltare.

 

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