Quando il sole sorge. Racconto autobiografico sul dolore di una perdita.

Mon_Impressione_Levar_SoleIl primo del mese mi hai lasciata abbandonata ora sono orfana di madre e insieme ho perso mia figlia la mia bambina piccola che riempivo di baci la sera e che alla domanda sei la mia bimba mi faceva di sì con la testina ricurva e il collo quasi spezzato tanto si chinava in avanti contro ogni natura. La manina magra e tenera me la passavo sulla guancia e sui capelli per farti sentire che ero lì come si fa coi ciechi, un poco vedevi ancora, ma volevo che mi sentissi, volevo che il concavo della mano combaciasse con il pieno della guancia, come fanno i gatti quando si accoccolano nell’angolo delle gambe piegate. E quelle gambone gonfie e bianche, quella pelle liscia e rilassata nel lettone umido di tutto quel liquido che ti usciva dai fori e dalle ferite tutte fasciate piene di creme e disinfettanti e garze sempre pronte da cambiare da rifare da sollevare con enormi cuscini e pezzuole bianche da ospedale. Era tutto bianco le tue magliettine di cotone i tuoi pannoloni le creme idratanti per la pelle rotta tutto bianco e ovattato per quei giorni di dolore di delirio di urla e poesie nella notte quando il sole sorge mi dicevi e cantavi per me chiedendomene scusa mentre tutta la mia pazienza non bastava ad aiutarti a salvarti, la mia mano sotto la tua al riparo da te da quelle grida non serviva a calmare quell’ansia e quel tremore che ti invadevano nel buio aiutato solo dalla lampada di Dresda sul comodino, accesa per tre anni per te nell’ oscurità. Quanto sei lontana adesso che ho tanto tempo per dormire tanto buio e tanto silenzio, ora che non so che cosa farmene di tutto questo tempo e questo buio, ora che posso riposarmi nel silenzio della notte, dove sono le tue poesie le tue memorie confuse da assecondare e da amare? Quando facevi ancora piccoli passi in sala, ti sedevi a tavola con noi e ti vedevo mangiare pian piano ti spezzettavo tutto in piccole parti tritavo  condivo i cibi stracotti per te, quanto mi riempivi gli occhi di lacrime con i tuoi maglioncini colorati rosso e celeste, comprati solo per le visite negli anni della malattia, con fiori e brillantini, fiocchetti, decori allegri che nulla sapevano del tuo destino malato, come nulla sapevi tu, e sembravano illuderti, farti credere di essere destinati non a te, ma a  chi può indossare fiocchi e fiori e ridere a tavola e mangiare spensierato a grandi boccate. Le foto con gli occhi lucidi in tutte le festività possibili a tavola, davanti a torte colorate e regalini, i tuoi sorrisi e la tua voglia di essere lì con noi per sempre. Poi quei colori sono diventati tutti un grande bianco vuoto, solo la fede che hai tenuto al dito fino alla fine era gialla d’oro, anche la mascherina e i tubi e i cerotti sul collo erano bianchi quella notte, le sedie in ospedale e i muri e il comodino tutto bianco, e ancora nel bianco ho tenuto quella manina stretta nella mia e ho accarezzato quella fede d’oro finché non mi è rimasta solo quella in mano. Ce l’ha consegnata l’infermiere che ti ha svestita rifasciata quasi imbalsamata avvolta la testa di un turbante che ti reggesse il collo, e ti ha donata ad un nuovo bianco, che non respira più con fatica e rantoli, non delira più non mi canta quando il sole sorge, non mi fa dormire sul materasso umido, ma mi lascia senza fiato, mi  dilania mi terrorizza mi impedisce di urlare mi lascia ammirare in silenzio il silenzio che il tuo viso ora ammette. Come un rito una messa un culto tutti intorno a quel bozzo bianco immobile che fa subito orrore ma poi si lascia accarezzare e baciare e quieta  le lacrime e le asciuga e infine le conforta. Poi i tuoi vestiti più belli e il profumo come avevi chiesto, ti hanno anche tagliato i capelli ben in ordine le calze e le scarpe e le caviglie unite da un elastico che nessuno vedrà, alla cerimonia ufficiale nessuno saprà quanto hai sofferto, sembrerai una distinta signora che riposa dorme dopo una giornata in ufficio, con quel completo blu un po’ maschile, come se il male e la notte e l’incubo di anni sulla poltrona a decadere ogni giorno non ti conoscessero, come se avessi lavorato fino a ieri, come se far convivere la tua angoscia con noi con le nostre vite e le nostre inutili frasi e domande  e le medicine agli orari che scandivano le ore che correvano apprensive intorno alle sponde lucide del tuo letto non fosse il più duro lavoro, e poi quel costringersi su una sedia a rotelle per trenta minuti di normalità al giorno, fuori da quel letto bagnato, per poter essere ancora come noi, per lasciarsi imboccare una colazione tiepida e molliccia, lasciarsi trascinare per i corridoi stretti della casa riempiendosi le braccia di nuove ferite, tendersi a stento verso l’alto per raggiungere l’acqua del lavandino per sentirne ancora il gettito e il sapone di cui ti spalmavo le manine e il viso, col collo così piegato da non poter vedere nulla, come se tutto questo folle incubo non fosse un lavoro, una pena che ora pare sacra, e mi svela quanto hai patito per abituarci, per tranquillizzarci per abbandonarci con lenta gradualità finché il respiro non è diventato un digrignato rantolo, e poi una bianca larva umida e poi una signora distinta e poi un’anfora di ceneri come tu desideri. E ora ti vedo, bianca e piegata, senza quasi senno ma sento la tua vera voce ancora forte che mi chiama e mi porta a te e a come devo ricordarti, scacciando via il dolore e baciando la tua fede gialla d’oro, mettendo la mia mano sulla mia guancia e sapendo che lì è la tua manina che mi stringeva quella notte, tornando agli stretti abbracci agli scherzi alle gite alla cucina al giradischi per terra ai giochi al ritorno da scuola ai giri in centro alle confidenze, a quando io ero la tua bimba ed eri tu quella grande,  per sentirmi solo orfana e non sentire più il dolore di una madre rimasta sola perché quello sì mi uccide.

 

2 a Quando il sole sorge. Racconto autobiografico sul dolore di una perdita.

  1. Willy dice:

    Quando dicono che il tempo lenirà il dolore…..
    che il tempo ti aiuterà a ricordare il bello annullando il brutto che alla fine ha canacellato tutti i colori delle tue giornate…..
    che il tempo addolcirà il vuoto devastante che ora ti ingoia affamato del tuo io e della tua essenza di anima vivente…
    che il tempo curerà le tue ferite aiutandoti a sopportarne meglio il peso oggi incombente…
    mentono….
    mentono sapendo di mentire….
    perchè nessun tempo mi ridarà ciò che fu e sarebbe ancora potuto essere…..
    Willy

  2. Francesca dice:

    Stupendo…mi sono commossa…grazie per le emozioni che mi hanno fatto provare queste parole

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