Rainer Maria Rilke – Le Elegie Duinesi, una traduzione

elegie duinesi

 

LA PRIMA ELEGIA

 Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai dagli ordini

degli angeli? e quand’anche mi traesse

uno d’improvviso al cuore; io languirei della sua

più forte presenza.

Poiché il bello non è nulla,

null’altro che, del terribile, principio che noi appena sopportiamo ancora,

e tanto lo ammiriamo, perché esso disdegna, quieto,

di distruggerci. Un angelo, uno qualunque, è terribile.

E dunque io mi contengo, ed ingollo il richiamo

d’oscuro singulto. Ah, chi siamo capaci

mai di usare? Non uomini, non angeli,

e le acute bestie già notano,

quanto poco sa per noi di focolare

il mondo interpretato. Forse ci resta

un qualsiasi albero sul declivio, così che ogni giorno

lo possiamo rivedere; ci resta la strada di ieri

ed il viziato esser fedeli ad un’abitudine,

che da noi bene si trovò, e così restò e non se ne andò.

Oh e la notte, la notte, quando il vento carico dello spazio cosmico

ci corrode il viso –, a chi non resterebbe, lei, la bramata,

dolce delusione, che sul cuore solitario

penosa incombe.  E’ ella più lieve agli amanti?

Ah, si nascondono solo l’un l’altra il loro destino.

Non lo sai tu ancora? Getta dalle braccia il vuoto

dentro a quegli spazi, che noi respiriamo, così che magari gli uccelli

sentano l’ampliata aria con più intimo volo.

 

Sì, le primavere è certo di te che si servirono. Alcune stelle

osarono aspettarsi della loro traccia il tuo sentore. Si levò

un’onda dal passato e giunse, ovvero

poiché tu incurante passasti oltre l’aperta finestra,

un violino si offrì. Tutto ciò fu missione.

Ma tu vi adempisti? Non eri costantemente

distratto dall’attesa, come se tutto

ti annunziasse un’amata? (Quale rifugio vuoi darle,

se gravi estranei pensieri vanno e vengono in te e sovente la notte restano).

Ma tu lo brami, e allora canta gli amanti,

non ancora abbastanza immortale è il loro celebre sentimento.

Quelli, tu quasi li invidi, abbandonati, che tu

tanto più amorosi trovasti, degli appagati. Inizia

sempre da capo la mai raggiungibile lode;

pensa: l’eroe resta tale, la stessa disfatta fu per lui

solo un pretesto, per essere: sua ultima nascita.

Ma degli amanti la natura si riappropria

esausta, come non fossero le forze doppiamente raccolte

a compierlo. E della Gaspara Stampa

hai poi ben considerato, che una qualsiasi ragazza

da cui l’amato fuggì, sente al massimo esempio

di questi amanti: che sarei divenuto come lei?

Non devono questi antichissimi dolori

divenirci infine più fruttuosi? Non è forse tempo che noi amando

ci liberiamo dell’amato e che tremando lo superiamo:

come la freccia supera la corda, per, nello slancio raccolta,

essere più di se stessa. Poiché in nessun luogo v’è restare.

 

Voci, voci. Odi, cuore mio, odi come solo

santi udirebbero: così che l’immane richiamo

dal suolo li levava; ma genuflessi restavano e,

assurdità, non vi porgevano attenzione:

così solevano udire. Non che tu di Dio sopporteresti

mai la voce. Ma odi ciò che aleggia,

il messaggio ininterrotto che di silenzio va formandosi.

Ora esso, frusciando, da quei giovani morti giunge sino a te.

Dove tu usavi entrare, non si rivolgeva a te

nelle chiese di Roma e di Napoli, pacata, la voce del loro destino?

Ovvero un’iscrizione in altorilievo ti si imponeva,

come di recente la tavola in Santa Maria Formosa.

Non sai cosa vogliono da me? Pian piano devo scacciare

la parvenza dell’ingiustizia, che talvolta ai loro spiriti

impedisce un poco il puro movimento.

 

Certo è strano non abitare più la terra,

non esercitare più usanze appena apprese,

a rose e ad altre in sé promettenti cose

non dar significato d’umano futuro;

ciò che si era in mani dall’infinita premura

non esserlo più, e pure il proprio nome

accantonarlo come un giocattolo distrutto.

Strano, non continuare a desiderare i desideri. Strano,

tutto ciò cui ci si riferiva, per la stanza così sparso

vederlo ora svolazzare. E l’esser morti è penoso

e colmo di rimandi, e solo a poco a poco

si avverte un tratto di eternità. – Ma i vivi commettono

tutti l’errore, di un troppo saldo distinguere.

Angeli (si dice) spesso non saprebbero, se vadano essi

tra i vivi o i morti. L’eterna corrente

trascina sempre con sé tutte le epoche

attraverso entrambi i regni ed in entrambi le sovrasta.

 

Infine non hanno più bisogno di noi, i rapiti anzitempo,

ci si disabitua miti al terreno, come dal seno materno

dolce è lo svezzarsi. Ma noi, che

necessitiamo di segreti così grandi, dai quali per il lutto così spesso

sgorga progresso dell’anima -: potremmo essere noi senza di loro?

Narra forse invano la saga, che un tempo durante il lamento per Lino

l’ardita musica iniziale penetrò il freddo irrigidimento;

che non appena nello spazio atterrito, in cui un giovane quasi divino

d’un tratto e per sempre scomparve, il vuoto scivolò in quella

vibrazione, che noi ora conquista e consola ed aiuta.

 

LA SECONDA ELEGIA

 

Ogni angelo è terribile. Eppure, ahimè,

a voi si rivolge il mio canto, quasi mortali uccelli dell’anima,

di voi sapendo. Dove stanno i giorni di Tobia,

in cui uno dei più risplendenti stette sull’umile soglia di casa,

un poco abbigliato per il viaggio e già non più spaventoso;

(giovinetto si mostrò al giovinetto, che curioso guardava fuori).

Scendesse ora l’Arcangelo, il pericoloso, dietro le stelle

di un solo passo verso di noi:

irrompendo dall’alto ci abbatterebbe il cuore. Chi siete voi?

 

Primizie di fortuna, voi prediletti del creato,

catene di vette, creste aurorali

dell’intera creazione. – Pollini della divinità in fiore,

rami di luce, moti, scalinate, troni,

spazi di essenza, rifugi di delizia, tumulti

di sentimento in tempestosa estasi e d’un tratto, singoli,

specchi: che la propria straripata bellezza

di nuovo nel proprio volto tornano a plasmare.                                                                

 

Poiché noi, nel nostro sentire, perdiamo d’essenza, ah noi

inspiriamo noi stessi e ci espiriamo; di vampata in vampata

esaliamo più rado vapore. Così ci dice bene uno:

sì, tu mi entri nel sangue, in questa stanza, la primavera

si empie di te… a che serve, egli non può fermarci,

in lui ed intorno a lui ci estinguiamo. Ed i belli,

oh, chi li trattiene? Incessante affiora l’aspetto                         

dal loro viso, e va oltre. Come rugiada dall’erba del mattino                       

si leva ciò che è nostro da noi, come il calore da una

bollente pietanza. Oh, sorridere, verso cosa? Oh guardare in alto:

nuova, calda, sfuggente onda del cuore –;

ahimè: invece noi lo siamo. Conserva poi lo spazio cosmico

in cui ci disciogliamo, il nostro sapore? Afferrano gli angeli

davvero solo ciò che è loro, che da loro straripa,

o a volte, come per sbaglio, anche

un poco della nostra essenza vi convoglia? Nei loro impulsi

siamo mischiati solo quanto l’ignoto nei visi

delle gestanti? Loro non lo notano nel vortice

del loro ritorno a se stessi (e come dovrebbero notarlo.)

 

Gli amanti potrebbero, ne fossero capaci, nell’aria della notte

parlare un’arcana lingua. Perché pare, che tutto ci resti

segreto. Guarda, gli alberi sono; le case,

che noi abitiamo, esistono ancora. Noi soli

scorriamo avanti a tutto, come aria che si rinnova.

E tutto è unanime, nel tenerci all’oscuro, un poco forse come                                

onta, e un poco come non dicibile speranza.

 

Amanti, a voi, l’uno nell’altra realizzati,

chiedo di noi. Voi vi prendete. Ne avete prova?

Vedete, mi accade, che le mie mani l’una nell’altra

si fondano, o che il mio logoro                                                            

viso in loro si ripari. Ciò mi dona una lieve

sensazione. Invece chi osò, per questo, essere già?                          

Ma voi, che dell’incanto per l’altro

vi nutrite, fino a che lui vi sovrasta

implorate: non più – voi che tra le mani

l’un l’altra più ricchi, come annate d’uva, vi fate;

voi che a volte svanite, causa il mero,

totale sopravvento dell’altro: a voi chiedo di noi. Io so,

vi toccate sino all’anima, poiché la carezza resta,

poiché il punto, che voi, delicati, coprite,

non inaridisce; poiché voi lì sotto provate

il puro durare. Così è sin quasi dall’abbraccio

che vi promettete eternità. E invece, superato il terrore

dei primi sguardi, e la nostalgia alla finestra,

ed il primo giro insieme, una volta attraverso il giardino:

amanti, lo siete poi ancora? Quando voi verso la bocca

l’uno dell’altra, vi levate e vi porgete –: bevanda a bevanda:           

oh come è strano poi il sottrarsi del bevitore all’azione.

 

Non vi stupiva sulle attiche stele l’accortezza

del gesto umano? Amore e distacco non erano

così facilmente posti sulle spalle, come fossero fatti

di altra sostanza rispetto a noi? Rammentatevi delle mani,

del loro così debole tocco, seppur nei torsi stia la forza.

I dominati con ciò sapevano: noi lo siamo a tal punto,

questo è nostro, toccarci così, più forte si

puntano gli Dei a noi. Questa è invece cosa degli Dei.

 

Trovassimo anche noi una pura, contenuta, modesta

cosa umana, un nostro lembo di terra da frutto

fra fiume e roccia. Poiché il nostro cuore ci soverchia

ancora come quelli. Ed il nostro sguardo non può più

seguirlo in immagini, che lo mitighino, nemmeno                             

in corpi divini, nei quali esso ancor più si plachi.

 

 

LA TERZA ELEGIA

 

Una cosa è cantare l’amata. Altra cosa è, ahimè,

cantare quell’occulto reo Dio-Fiume del sangue.

Colui che lei da lontano quale suo giovine ravvisa, che ne sa lui

stesso del signore del Piacere, che dall’abbandono spesso

risollevava la ragazza, spesso anche prima che lei fosse

madida di, chissà quale, non conoscibile, la sommità divina

ergeva, esortando la notte a tumulto senza fine.

Oh Nettuno del Sangue, oh suo spaventoso tridente.

Oh l’oscuro alito del suo petto di nodosa conchiglia.

Origlia, come la notte in sé scava e sprofonda. Voi stelle,                                   

non nasce da voi il piacere dell’amante per il viso

della sua amata? Non è dal puro astro che

l’intima visione del puro volto gli giunge?

 

Non gli hai tu, ah, e non sua madre

gli ha inarcato a tal punto le sopracciglia per l’attesa.

Non a te, di lui ebbra ragazza, a te non

si volsero le sue labbra in ferace sguardo.

Credi davvero, che il tuo vacuo ingresso l’avrebbe

dunque scosso, tu che aleggi come brezza del mattino?

Tu gli spezzasti, è vero, il cuore; eppure più antichi dolori

rovinarono in lui nel turbante impatto.

Richiamalo…non del tutto lo richiami dall’oscuro rapporto.

Certo, egli vuole, egli sboccia; alleggerito si ambienta

nel tuo segreto cuore e si prende e si dà inizio.

Ma si diede mai inizio?

Madre, tu, piccolo, lo creasti, fosti tu, ad iniziarlo;

a te fu novizio, tu chinasti sui novizi                           

occhi il ridente mondo, e fosti a riparo da quello ignoto.   

 

Dove, ah, stanno gli anni, in cui tu solo

con la snella figura ti sostituivi ad ardente caos?

Quanto, così, gli tenevi celato; la stanza notturno-sospetta

rendevi innocente, dal tuo cuore di pieno rifugio   

mescevi spazio più umano al suo spazio della notte.

Non nell’oscurità, no, nella tua più vicina presenza

hai posto il lume da notte, e pareva come per

                                                               amicizia.

E non v’era uno scricchiolare, che tu non spiegassi col sorriso

come se tu da tempo sapessi quando la trave si muove…

Ed egli origliava, sollevato. Di tanto era capace

il tuo tenero alzarti; da dietro l’armadio entrava

ben ammantato il suo destino, e nei drappi della tenda

scorreva, con balzi lievi, il suo irrequieto futuro.                                               

E lui stesso, come giaceva, l’alleggerito, sotto

le assonnate palpebre del tuo corpo leggero

disciogliendo dolcezze nell’assaporato preludio al sonno –:

pareva un guardiano…Ma dentro: chi stava a riparo,

chi ostacolava dentro di lui i flutti del destino?

Ah, non vi era allora alcuna prudenza nel dormiente; dormendo

ma sognando, ma febbricitante: come si addentrava.

Egli, il novizio, schivo, com’era incagliato,

coi tralci del trascorso interiore che ancora colpivano

già intrecciati a motivo, a strangolante sterpaglia, a

                                                                        bestiali

sfrenate sagome. Come si donava ­–. Amava.

Amava il proprio intimo, del proprio intimo la selvaggia natura,

questa foresta madre in lui, sul cui muto esser arata

stava il suo cuore di verde luce. Amò. Lo abbandonò.

Valicò le proprie radici in impetuosa origine

dove la sua piccola nascita già era sopravvissuta. Amando

ridiscese nel più antico sangue, nelle voragini

dove giacevano cose spaventose, ancora sazie dei padri. E tutto

del Terribile, lo conosceva, gli ammiccava, come per intesa.

Sì, il Tremendo sorrideva…Di rado

hai sorriso così teneramente tu, madre. Come poteva

egli non amarlo, se quello gli sorrideva. Prima di te

egli lo ha amato, poiché, quando tu già lo portavi,

esso era disciolto in quell’acqua, che il nascituro, leggero, culla.

 

Guarda, noi non amiamo, come i fiori, per un

unico anno; a noi risale, nell’amare,                             

imprevedibile succo nelle braccia. Oh ragazza,

questo: noi amammo in noi, non ciò che v’è di unico, futuro, bensì

ciò che di serbare mai cessa; non un singolo figlio,         

bensì i padri, che come macigni di monte

dal profondo ci muovono; bensì l’arido letto di fiume

di madri di un tempo –; bensì l’intero

sordo paesaggio sotto il nuvolo oppure

sereno presagio –: questo, te, ragazza, precedette.

 

E tu stesso, che ne sai tu –, tu adescasti

verso l’alto, nell’amante, l’epoca prima. Quali sentimenti

si dissotterrarono da rinchiuse essenze. Quali

donne ti odiarono allora. Quali tenebrosi uomini

conturbasti nella venatura di giovane? Bambini morti

vollero raggiungerti…O lieve, lieve,

compi un gesto d’affetto avanti a lui, una fidata opera del giorno, – conducilo

nei pressi del giardino, donagli delle notti

il superfluo……..

                            Trattienilo……

 

 

 

LA QUARTA ELEGIA

 

Oh alberi di vita, oh, a quando l’inverno?

Noi non siamo unanimi. Non v’è tra noi l’intesa

degli uccelli in stormo. Superati e tardivi,

così ci costringiamo ad improvviso intreccio

su apatico stagno rovinando.

Fiorire e disseccarsi è a noi egualmente noto.

E da qualche parte ancora girano i leoni, e non sanno,

finché magnifici, di alcuna debolezza.

 

Per noi invece, laddove unico il nostro pensiero,

già è percepibile lo sprecarsi dell’altro. Inimicizia

ci si approssima. Non varcano forse

di continuo i limiti, l’uno nell’altra,

gli amanti che distacco si ripromettevano,

caccia e ritrovo?

Poi per il cenno di un attimo

si prepara motivo del contrario, penoso,

che noi lo vedemmo; perché si è molto sinceri

tra noi. Noi non conosciamo il profilo

del sentire: solo ciò che da fuori lo disegna.

Chi non si arrestò turbato davanti al sipario del proprio cuore?        

Quello si scardinò: era una scena d’addio.

Semplice a comprendersi. Il noto giardino,

poi piano vacillò: solo allora arrivò il danzatore.

Non quello. Basta! Ed anche quand’egli la rende così semplice,

è rivestito e diviene un cittadino

e attraverso la sua cucina entra in casa.

Non voglio queste maschere riempite per metà,

meglio la marionetta. Quella è piena. Voglio

sorreggerne il corpo ed il filo ed il suo                

viso fatto di apparenza. Qui. Io vi sono davanti.

Quando anche le lampade si smorzano, quando anche mi

si dice: Nulla più –, quando anche dal palco

giunge il vuoto con grigio alito  

quando anche dei miei silenziosi antenati nessuno       

siede più qui con me, nessuna donna, nemmeno

il ragazzino col guercio occhio castano:

io resto comunque. Sempre v’è l’assistere.

 

Non ho ragione? Tu, che per me così amara

assaporasti la vita, di me assaggiando, padre,

il primo torbido infuso del mio esigere,

poi io crebbi, sempre assaggiando,

ed alle prese col retrogusto di così estraneo

futuro, provasti il mio stralunar d’occhi, –

tu che, da quando sei morto, spesso

nel mio sperare, dentro di me, hai paura,

ed indifferenza, come l’hanno i morti, ricchi

di indifferenza, ti rassegni per il mio umile destino,

non ho ragione? E voi, non ho forse ragione,

che mi amavate per il piccolo esordio

d’amore per voi, da cui io sempre deviavo,

perché lo spazio in vostra presenza,

dato che lo amavo, trapassava a spazio cosmico,

in cui voi non eravate più…: se ho coraggio,

di attendere davanti al teatrino di marionette, no,

così pienamente guardarvi dentro, che, per rimediare

al mio guardare, deve sopraggiungervi un angelo,

qui come un attore, che rialzi i fili.

Angelo e marionetta: ed è finalmente spettacolo.

Poi si riunisce, ciò che noi continuiamo

a separare, in quanto siamo presenti. Allora si origina                                        

appena dalle nostre stagioni il raggio

dell’intero mutare. Lassù, al di là di noi

recita allora l’angelo. Vedi, i morenti

non dovrebbero presumere, come pieno pretesto,

che questo sia tutto ciò, cui noi qui adempiamo. Tutto

non è esso stesso. Oh ore dell’infanzia,

quando dietro le figure v’era più del mero

passato e davanti a noi non v’era il futuro.

Certo crescemmo, ed a volte insistevamo

per diventare presto grandi, un po’ per compiacer coloro,

che null’altro avevano, se non l’esser grandi.

Eppur eravamo, nel nostro andar da soli,

in costante festa, e stavamo lì,

nello spazio di mezzo tra mondo e giocattolo,

in un posto, sin dall’inizio

destinato a puro evento.

 

Chi mostra un bimbo, così come egli sta? Chi lo mette

nell’astro e gli dà la misura del distacco

sul palmo? Chi fa la morte del bimbo

da grigio pane, che si rafferma, – o la lascia

dentro alla bocca tonda, come il torsolo

di una bella mela?….Omicidi:

facile riconoscerli. Ma questo: la morte,

l’intera morte, ancor prima della vita

averla così dolcemente in sé, e non esser cattivi,

è indescrivibile.

 

LA QUINTA ELEGIA

 

Dedicato alla Signora Herta Koenig

 

Ma chi sono loro, dimmi, i girovaghi, questi un poco

più fuggiaschi ancora di noi stessi, che sin da presta epoca, urgente,

spreme una mai sazia volontà di per chi, amore per chi? Bensì essa li spreme,

li piega, li stringe e li strapazza,

li getta e li riafferra indietro; come da oliata,

più scivolosa aria essi vengono giù,

sul consunto tappeto, dal loro

eterno salto reso più sottile, su questo disperso

tappeto nel cosmo.

Apposto come un cerotto, come se il cielo

di periferia avesse ferito lì la terra. 

                                                                                                        E non appena lì,

eretto, e qui mostrato: dello stare in piedi

iniziale maiuscola…, pur già, gli uomini

più forti, li fa rotolare, per scherzo, la

presa che sempre arriva, come Augusto il Forte a tavola

col piatto che si faceva merlato.

 

Ah e intorno a questo

centro, la rosa dell’assistere:

fiorisce e si fa spoglia. Intorno a questo

pestello, il pistillo, quello colpito dal proprio

polline in fiore, di nuovo fecondato

dalla svogliatezza a frutti apparenti, da quella

mai nota, – brillante della più sottile

superficie, svogliatezza di lei, dal lieve sorriso di apparenza.

Qui: l’avvizzito, grinzoso puntello

che ancora batte,

entrato nella sua robusta pelle, come se essa prima avesse

contenuto due uomini, ed ora uno giacesse già al camposanto, e fosse lui sopravvissuto all’altro,

sordo ed a volte un poco

confuso, dentro la pelle rimasta

vedova.

 

Ma quello giovane, l’uomo, come fosse il figlio di una nuca

e di una monaca: gonfio e riempito sino al limite

di muscoli e ingenuità.

 

Oh a lei,

che un dolore, che era ancor piccolo,

ed in una delle sue lunghe convalescenze,

un tempo come trastullo ricevette….

 

Tu, quello che con il colpo,

come solo i frutti lo conoscono, acerbo,

ogni giorno cade cento volte dall’albero del movimento

costruito insieme (albero che, rapido più dell’acqua, in pochi

minuti ha in sé primavera, estate e autunno) –

cade e urta la tomba:

a volte, in mezza pausa, ti vuol sorgere

un volto d’amore di là per la tua di rado

affettuosa madre; eppure si perde lungo il tuo corpo,

che lo consuma in superficie,

il timido, appena provato viso… E di nuovo

batte le mani l’uomo con la pretesa, e eh a te

mai dolore diverrà più nitido nella vicinanza del sempre

trottante cuore, arriva il bruciare alla base del piede

a lui, alla sua origine, dapprima con un paio di lacrime di carne , da te

subito ricacciate negli occhi.

E tuttavia, cieco,

il sorriso…                         

 

Angelo! Oh prendila, coglila, l’erba medica che un poco sanguina,

procura un vaso, conservala! Ponila tra quelle gioie, a noi non ancora

dischiuse; in urna graziosa

celebrala con innalzata effigie fiorita: – Subrisio Saltat.

Tu poi, graziosa,

tu delle più eccitanti gioie

muta origine. Forse le tue frange

sono per te una fortuna –

oppure sopra al giovane

rigonfio seno la verde seta metallica

si sente viziata e di nulla si priva.

Tu,

frutto di mercato dell’imperturbabile,

sempre in vario modo appoggiato su tutte le fluttuanti bilance

                                                                                             dell’equilibrio

in pubblico sotto le spalle.

 

Dove, oh dove è il luogo, – me lo porto nel cuore –,

dove loro ancor per lungo tempo non poterono, ancora l’un l’altro

si rinnegavano, come bestie in monta, non proprio

accoppiate;

dove i pesi sono ancor gravi;

dove ancora i piatti

barcollano dalla loro sbarra

che invano turbina…..

 

E d’improvviso in questo penoso nessun luogo, d’improvviso

l’indicibile punto, in cui il puro troppo poco

sfuggente si trasforma –, schizza

in quel vuoto troppo.

Dove il conto di più cifre

senza conteggi torna.

 

Luoghi, o luogo a Parigi, infinito luogo d’azione,

dove la modista, Madame Lamort,

avvolge ed intreccia le vie della terra, prive di pace, infiniti nastri,

e da esse crea nuovi nodi, ruche, fiori, coccarde,

                                                               frutti artificiali – , tutti

d’inverosimili colori, per i miseri

cappelli invernali del destino.

….………………………………

 

 

Angelo!: ci fosse un posto, che noi non conosciamo, e là,

su non dicibile tappeto, gli amanti, che qui mai riescono

a renderlo possibile, mostrassero le loro ardite,

alte figure di slancio del cuore,

le loro torri di passione, le loro scale

poggianti da lungo tempo solo l’una all’altra,

dove mai vi fu suolo, fremendo, –  e lo potessero,

davanti agli spettatori in cerchio, innumerevoli silenziosi morti:

getterebbero essi allora le loro ultime, sempre risparmiate,

sempre nascoste monete della fortuna, per noi sconosciute,

in eterno valide, davanti alla coppia

infine davvero sorridente sul placato

tappeto?

LA SESTA ELEGIA

 

Albero del fico, già da quanto è per me di valore

come tu quasi del tutto tralasci i fiori

e dentro al frutto anzitempo stabilito,

senza vanto, spingi il tuo puro segreto.

Come zampillo di fonte i tuoi rami curvi

conducono il succo in basso e in alto: ed esso guizza dal sonno,

quasi non si desta, nella gioia della sua più dolce resa.

Vedi: come il Dio nel cigno.                                                                             ……. Ma noi ci soffermiamo,

ah, ci si vanta di fiorire, e nel tardato interno

del nostro finale frutto entriamo traditi.

A pochi sale l’afflusso dell’azione così forte,

che essi già si accalcano e fervono nella pienezza del cuore,

quando la seduzione al fiorire come mite aria della notte

a loro la giovinezza della bocca, a loro le palpebre, muove:

ad eroi forse ed ai presto all’aldilà destinati,

ai quali la morte giardiniera in altro modo le vene piega.

Questi vi urtano: al proprio sorriso

sono davanti, come la coppia di destrieri nei tenui

concavi quadri di Karnak al vittorioso re.

Prodigioso quanto stia vicino l’eroe agli eppur così giovani morti.

                                                                                    Il perdurare

non lo turba. La sua ascesa è esserci; costante

si toglie via ed entra nel mutato quadro stellare

del suo assiduo pericolo. Lì pochi lo troverebbero. Ma,

a noi l’oscuramente taciuto, d’improvviso entusiasta destino

lo trae col canto nella tempesta del suo più scrosciante mondo.

Eppure non odo nessuno come odo lui. Di colpo mi penetra

con la torrenziale aria il suo oscurato tono.

Poi, come mi nasconderei volentieri davanti alla nostalgia: Oh fossi io,

fossi io un fanciullo e potessi ancora diventarlo e sedessi

col sostegno di future braccia e leggessi di Simson,

come sua madre dapprima nulla e poi tutto generò.

 

Non era già eroe in te, oh madre, non iniziò

già lì, in te, la sua superba scelta? Migliaia tramavano nel grembo e

volevano essere lui,

ma vedi: egli afferrò e lasciò la presa –, scelse e poté.

E quando distruggeva colonne, così fu, allorché eruppe

fuori dal mondo del tuo corpo nel più stretto mondo, dove egli ancora

scelse e poté. Oh madri degli eroi, oh origine

di impetuosi torrenti! Voi voragini, in cui

in alto dal bordo del cuore, in lamento,

già le ragazze gettatesi, future vittime offerte al figlio.

Poi vi infuriò l’eroe attraverso permanenze dell’amore,

lo spinse fuori ogni, ogni battito del cuore a lui rivolto,

già distratto, stava egli alla fine dei sorrisi, – in altro modo. 

 

 

 

 

LA SETTIMA ELEGIA

 

 

Non più lusinghe, non lusinghe, voce

                                                           fattasi adulta,

sii natura del tuo urlo; ovvero urla-assi puro come l’uccello,

quando la stagione in alto lo leva, l’ascendente, quasi

                                                                      dimenticando,

che è un uccello in stentata crescita e non un solitario

                                                                                       cuore,

quando quella nel sereno lo partorisce, nei cieli interiori. Come esso, così

certo tu ambiresti, non di meno –, a che, ancora invisibile,

l’amica ti conoscesse, la quieta, in cui una risposta

lenta si desta e oltre l’udito si riscalda, –

al tuo ardito sentimento di lei l’ardente sentimento.

Oh e la primavera realizzi –, qui non v’è luogo,

che non porti il tono d’annuncio. Dapprima ogni piccolo

suono alto che interroga quello, con quiete ascendente, 

che un giorno di puro annuire in gran parte placa.

Poi i gradini verso l’alto, gradini-grido verso l’alto, al sognato

tempio del futuro –; poi il trillo, fonte,

che all’incalzante getto predilige già la cascata

in gioco di promesse…E, davanti a sé, l’estate.

 

Non solo tutte quante le mattine dell’estate –, non solo

come esse si mutano in giorno e dal principio irraggiano. 

Non solo i giorni, che delicati stanno intorno ai fiori, e sopra,

sugli alberi fatti, forti e potenti.

Non solo la preghiera  di queste dispiegate forze,

non solo le vie, non solo i prati nella sera,

non solo, dopo il tardo temporale, lo schiarire respirante,

non solo il sonno che giunge ed un presagire, la sera…

bensì le notti! Bensì le alte, dell’estate,

notti, bensì le stelle, le stelle della terra.

Oh un tempo esser morti, ed all’infinito conoscerle,

tutte le stelle: e allora come, come, come dimenticarle!                                        

 

 

Vedi, io chiamerei qui l’amante. Ma non solo lei

verrebbe…Da gracili tombe verrebbero

ragazze e resterebbero…Allora, come delimito,

come, il gridato richiamo? I tentati cercano

ancor sempre terra. – Voi bambine, una cosa di

questi luoghi, una volta sola afferrata, varrebbe per molte.

Non crediate, che il destino sia più, della paffutaggine dell’infanzia;

come spesso superate l’amato, respirando,

respirando in cerca di beata corsa, a nulla rivolte, in libertà.

 

Esser qui è magnifico. Voi lo sapevate, ragazze, anche voi,

voi che in apparenza rinunciate, sprofondaste – , voi, nei più biechi

vicoli delle città, suppuranti, o ai rifiuti

aperti sfoghi. Poiché un’ora era per ciascuna, forse nemmeno

un’ora intera, qualcosa, tra due lassi, a stento misurabile con

le unità del tempo – , poiché essa aveva

un’esistenza. Tutto. Le vene colme di esistenza.

Ora, noi dimentichiamo così  facilmente, ciò che il ridente vicino

non ci concede o ci invidia. Sino a vederlo

vogliamo innalzarlo, dove invece la più visibile gioia ci

si dona solo per riconoscerla, se noi al di dentro la mutiamo.

 

Nessun luogo, amata, sarà mondo, se non al di dentro. La nostra

vita vi entra in mutamento. E sempre più flebile

va svanendo il di fuori. Dove un tempo era una duratura casa,

si fa avanti, d’intralcio, l’immaginata struttura, che all’immaginabile

in pieno appartiene, come se ancora del tutto stesse nel cervello.

Ampi cumuli di forza si procura lo spirito del tempo, senza forma

come il teso impulso, che esso da ogni cosa evince.

Templi non ne conosce più. Questo, del cuore,

                                                                         sperpero

lo risparmiamo noi più in segreto. Sì, dove ancora una cosa desiste,

un tempo pregata, servita , prostrata –,

si conserva, così com’è, già dentro all’invisibile.

Molti non la scorgono più, senza però il vantaggio,

che essi la costruiscano poi all’interno, con statue e pilastri, più grande!

 

Ogni greve mutamento del mondo ha simili sacrificati,

ai quali non il precorso, e non ancora il successivo appartiene.

Poiché anche il successivo è lontano per gli uomini. Questo non deve

confondere noi; rafforzerebbe in noi la custodia

della forma ancora conosciuta. – Questo stava una volta tra uomini,

stava al centro del destino, nello sterminato, nel centro

del non sapere-verso dove, come essendo, e piegava

stelle a sé da cieli resi sicuri. Angelo,

lo mostro ancora a te, qui! nel tuo stare a guardare

è esso ritto, da ultimo salvato, ora finalmente in piedi.

Colonne, pilone, la sfinge, l’ambizioso punteruolo,

gramo dalla città in declino, o dalla straniera, del Duomo.

 

Non fu prodigio? Oh angelo, stupisciti, poiché noi lo siamo,

noi, oh tu grande, raccontalo, che noi simili cose agogniamo, il mio

                                                                                                 respiro

non basta per l’elogio. Così non abbiamo tuttavia

dimenticato gli spazi, questi che conservano, questi

che sono i nostri spazi. (Che devono essere terribilmente vasti,

giacché secoli non li sovraccaricano del nostro sentire ).

Ma una torre era alta, no? Oh angelo, lo era, –

alta, pur al tuo fianco? Chartres era alta –, e la musica

si propagava verso l’alto e ci sovrastava. Eppure anche solo

un’amante –, oh, sola alla finestra notturna……..

non ti arrivava al ginocchio?

                                                 Non credere, che io lusinghi.

Angelo, e pure ti lusingherei! Tu non vieni. Poiché  il mio

richiamo sempre è colmo di ripensamenti. Contro così forte

corrente non puoi incedere. Come un braccio

spezzato è il mio chiamare. E la sua mano aperta

verso l’alto per afferrare, resta da te

aperta, come rifiuto e monito,

l’inconcepibile, sconfinato. 

 

 

L’OTTAVA ELEGIA

Dedicata a Rudolf Kassner

 

Con pieni occhi, la creatura vede

l’aperto. Solo i nostri occhi sono

come ruotati e ben piazzati intorno a lei

come trappole, tutt’intorno alla sua libera uscita.

Ciò che sta di fuori, noi lo sappiamo dal volto

della bestia; poiché già il prematuro bimbo

rivoltiamo e lo costringiamo, a vedere

di spalle la figura, non l’aperto, che

nel viso della bestia è così profondo. Libera da morte.

noi soli la vediamo; la bestia libera

ha già dietro di sé la propria caduta

e davanti a sé Dio, e quando va, essa va

in eterno, come vanno le fontane.

Noi non abbiamo mai, non un solo giorno,

il puro spazio davanti a noi, in cui i fiori

senza sosta si schiudono. E’ sempre mondo

e mai nessun luogo senza non: ciò che è puro,

non sorvegliato, che si respira e

senza sosta si conosce e non si brama. Da bimbo

si perde nella quiete qualcosa di questo e viene

scrollato. Oppure quello muore ed è ciò.

Poiché vicino alla morte non si vede più la morte

e fisso si guarda al di fuori, forse con ampio sguardo di bestia

Amanti, non sarebbe l’altro, che

ostacola la vista, vi sono vicini e si stupiscono…

Come per sbaglio è aperto a loro

dietro all’altro….Ma al di sopra di lui

nessuno avanza oltre, e di nuovo gli diviene mondo. 

Sempre volti alla creazione, vediamo

su di lei solo il rispecchiarsi dell’aria aperta

da noi oscurato. Oppure che una bestia,

muta, ci trapassi con sguardo ammirato.

Questo si chiama destino: esser di fronte

e null’altro che questo e sempre di fronte.

 

Sarebbe coscienza della nostra specie nella

sicura bestia, che tira contro di noi

in altra direzione, ci trascinerebbe tutt’intorno

col suo vagare. Eppure il suo essere le è

infinito, inafferrato e senza sguardo

al suo stato, puro, così come la sua visuale.

E dove noi vediamo futuro, là, essa vede il tutto,

e se stessa nel tutto, per sempre sanata.

 

Eppure nella bestia dal circospetto calore sta

peso e fardello di una grande malinconia.

Poiché su di essa grava pur sempre, ciò che noi

spesso soverchia, – il ricordo

come se già una volta ciò, verso cui ci si spinge,

fosse stato più vicino, più fedele, e il suo contatto

di infinita delicatezza. Qui tutto è distacco,

e là era respiro. Dopo la prima patria

la seconda è per lei ibrida e dubbia.

Oh beatitudine della piccola creatura,

che sempre resta nel grembo, che di lei fu gravido;

oh gioia della zanzara, che ancora dentro saltella,

pur quando va a nozze: allora il grembo è tutto.

E vedi la mezza sicurezza dell’uccello,

che quasi di tutte e due sa, grazie alla propria origine,

come fosse un’anima degli Etruschi,

da un morto, che da uno spazio fu accolto,

se pur con la figura in riposo per coperchio.

E come sbigottito è qualcosa, che deve volare

e proviene da un grembo. Come da se stesso

spaventato, taglia l’aria, come quando una crepa

penetra in una tazza. Così sfreccia la scia

del pipistrello attraverso, della sera, la porcellana.

 

E noi: spettatori, sempre, ovunque,

al tutto rivolti e mai al di fuori!

Esso ci colma. Lo assestiamo. Crolla.

Lo assestiamo di nuovo e noi stessi crolliamo.

Chi allora ha girato noi, così che noi,

cosa che pure facciamo, siamo in quella posizione

di chi procede in avanti? Come colui che

sull’ultimo colle, che la sua intera valle,

ancora una volta gli mostra, si volge, si arresta, indugia –,

così viviamo noi e sempre prendiamo congedo.

 

 

LA NONA ELEGIA

 

Perché, quando si comincia, ossia il termine dell’esserci

comincia a giungere, come fosse alloro, un poco più scuro di tutto

l’altro verde, con piccole onde su ogni

lembo di foglia (come sorriso di una ventata) –: perché allora

dover essere umani –, e, il destino evitando,

aver nostalgia del destino?…

                                                      Oh, non, perché è gioia.

questo precipitoso vantaggio di una vicina perdita.

Non per curiosità, o per esercizio del cuore,

cosa che sarebbe anche nell’alloro…..

 

Ma perché esser qui è molto, e perché in apparenza

tutto ciò che è di qui necessita di noi, questo svanente, che

di rado riguarda noi. Noi, i più svanenti. Una volta

ognuno, solo una volta. Una volta e non più. E anche noi

una volta. Mai più. Ma questo

esserlo stati una volta, anche solo una volta,

esser stati terreni, non pare revocabile.

 

E così ci accalchiamo e vogliamo compierlo,

vogliamo contenerlo nelle nostre semplici mani,

nel più ricolmo sguardo e nel cuore senza parola.

Vogliamo diventarlo. – A chi darlo? Ancora meglio

tenere tutto per sempre…Ah, nell’altro rapporto

ahimè, che cosa si riceve di là? Non l’osservare, che qui

lentamente si apprese, nessun accaduto di qui. Nessuno.

Dunque i dolori. Dunque prima di tutto l’esser gravati,

dunque la lunga esperienza dell’amore, – dunque

a più alta voce l’inenarrabile. Ma più tardi,

sotto le stelle, che mai sarà: meglio sono loro inenarrabili.

Eppure il pellegrino non porta anche dal pendio dell’orlo di monte

una mano piena di terra nella valle, l’inenarrabile a tutti, bensì

una parola guadagnata, pura, blu e gialla

la genziana. Forse siamo qui per dire: casa,

ponti, fontane, portone, brocca, albero da frutta, finestra, –

al massimo: colonne, torre… ma dire, comprendilo,

oh dire così, come le cose stesse mai

al loro interno intesero essere. Non è l’astuzia segreta

di questa riservata terra, quando spinge gli amanti,

perché dal loro sentimento proprio chiunque resti incantato?

Soglia: cos’è per due

amanti, il fatto che la propria più antica soglia della porta

un poco consumino, anch’essi, dopo le tante precedenti

e prima delle future…., lieve.

 

Qui è tempo del narrabile, qui la sua patria.

Parla e riconosci. Più che mai

vi cadono le cose, le esperibili, poiché

ciò che le sostituisce scacciandole, è un agire senza immagine.

Agire tra croste, che volentieri esplodono, non appena

all’interno il trattare matura ed in altro modo si delimita.

Tra le asce perdura

il nostro cuore, come la lingua

tra i denti, che pur,

tuttavia, continua ad elogiare. 

 

Elogia all’angelo il mondo, non quello inenarrabile, con lui

non puoi vantarti di aver provato cose magnifiche; nel cosmo

dove egli più provante prova, sei un novello. Perciò mostragli

ciò che è semplice, che da stirpe a stirpi

                                                                                dona forma,

vive come uno di noi, accanto alla mano e nello sguardo.

Digli le cose. Resterà a sbalordirsi;  come tu restasti

dal cordaio a Roma o dal vasaio sul Nilo.

Mostragli, come può esser gioiosa una cosa, come innocente e

                                                                                       nostra,

come lo stesso dolore in lamento si decide puro a prender forma,

serve come una cosa, o muore in una cosa  –, e al di là

fugge beato il violino. – E queste cose viventi

di passaggio, comprendono, che tu le celebri; effimeri

ci ritengono cosa salvifica, la cosa più effimera. 

Pretendono, che noi li trasformiamo del tutto in invisibili cuori,

in – o infiniti – in noi! Chi inoltre si sia noi alla fine.

 

Terra, non è questo, ciò che vuoi: invisibile

in noi risorgere? – Non è questo il tuo sogno,

di essere una volta invisibile? – Terra! invisibile!

Cosa, se non mutamento, è il tuo pressante compito?

Terra, tu cara, io voglio. Oh credi, non vi sarebbe

per te più bisogno delle tue primavere, per conquistarmi a te -, una

ah, una singola è già troppo per il sangue.

Anonimo, mi sono deciso per te, sin da lontano.

Sempre fosti nella ragione, e la tua sacra irruzione

è la fidata morte.

 

Vedi, io vivo. Di cosa? Né infanzia né futuro

vanno calando… Esistenza in eccesso

mi sgorga dal cuore.

 

 

 

 

LA DECIMA ELEGIA

 

Che io un giorno, al termine dell’atroce veduta

giubilo e gloria elevi col canto a consenzienti angeli.

Che delle ben conficcate asce del cuore

nessuna manchi di morbide, dubbiose o

laceranti corde. Che il mio straripante volto mi

renda più luminoso; che l’umile pianto

fiorisca. Oh come diverrete voi allora, notti, a me care,

afflitte. Che io ancor più pro-ostrato, inconsolabili

                                                                       sorelle

non vi accettai, ai vostri slegati

capelli non mi arresi più slegato. Noi, dissipatori dei dolori.

Come li prevediamo in anticipo, nella triste durata,

o se magari non hanno fine. Essi eppure sono

il nostro fogliame dell’inverno, il nostro oscuro verde dei sensi,

una delle stagioni del segreto anno –, non solo

stagione –, sono posto, insediamento, giaciglio, terreno, dimora.

 

Certo, ahimè, come sono estranei i vicoli della città – dolore,

dove nella falsa quiete, fatta di soverchiamento,

forte, della forma dello scroscio del silenzio

si vanta l’acquaio: il rumore indorato,

il monumento che va sgretolandosi.

Oh come calpesterebbe un angelo, senza tracce, a loro il mercato del conforto,

che la chiesa costeggia, la loro acquistata pronta:

linda e chiusa e delusa come la posta di domenica.

Di fuori però sempre s’increspano: bordi del mercato annuale.

Culle della libertà! Tuffatori e giocolieri dell’ardore!

E luogo di tiro figurato della fortuna abbellita,

dove essa si dibatte dal bersaglio e si fa stridula

quando chi è più abile fa centro. Da plauso a puro caso

continua a volteggiare; corteggiare le baracche di quella curiosità,

tamburellare e strillare. Per adulti però,

è ancora qualcosa di particolare da vedere

come il denaro si moltiplichi,

                                                 per anatomia,

non solo per divertimento: la parte sessuale del denaro,

tutto, l’intero, il passaggio – , questo insegna e rende

fruttuosi…..

Oh ma subito da qui in poi,

dietro l’ultima tavolata, tappezzato con cartelloni

del “Todlos”, di quella birra scura, che pare dolce ai bevitori

quando essi vi accompagnano sempre fresche distrazioni da rosicchiare…,

appena nel retro della tavolata, appena lì dietro, è reale.

Bimbi giocano e amanti si tengono l’un l’altro, – in disparte,

seri, nell’erba misera, e cani hanno natura.

Essa ancora continua ad attirare il giovane, così che forse egli ami

un giovane lamento – donna…Qui dietro ad essa arriva egli

nei prati. Lei dice:

– Lontano. Noi viviamo là fuori…Dove? E il giovane

segue. Il portamento di lei lo muove. Le spalle, il collo –,  forse

è di nobili origini. Ma lui la lascia, torna indietro,

si volta, tituba…e perché mai? Lei è un lamento.

 

Solo i giovani morti, al primo stadio

dell’indifferenza senza tempo, quello del distacco,

la seguono amando. Ragazze

aspetta lei e vi stringe amicizia. Mostra loro silenziosa,

ciò che indossa. Perle del dolore ed i raffinati

veli della tolleranza. – Con ragazzini va tacendo.

 

Ma là, dove essi vivono, nella valle, uno tra i più antichi dei lamenti

del ragazzino si interessa, quando egli domanda: –  Eravamo,

dice lei, una grande stirpe, un tempo, noi lamenti. I padri

portavano avanti la miniera nella grossa montagna, presso gli umani

trovi a volte un frammento di levigato dolore dell’origine

o, da vecchio vulcano, in scorie pietrificata ira.

Sì, ciò proveniva da là. Un tempo eravamo ricchi.

 

E lei lo conduce leggera attraverso l’ampio paesaggio dei lamenti,

gli mostra le colonne dei templi o le macerie,

di quelle rocche, dei luoghi in cui il principe dei lamenti

un tempo, saggio, dominava. Gli mostra gli alti

alberi di lacrime e campi di malinconia in fiore,

(i viventi li conoscono solo come lieve ornamento del fogliame);

gli mostra le bestie del cordoglio, al pascolo, – e a volte

un uccello trasale e trascina oltre, volando rasente a

loro, per chi alza lo sguardo, l’immagine scritta del suo grido abbandonato. –

La sera lo guida alle tombe degli anziani

della stirpe dei lamenti, delle sibille e dei passati uomini.

La notte però incombe, così vagano più silenziosi, e presto

luneggia, su tutto

vegliante la pietra tombale.

Fraterna a quella del Nilo,

la sfinge in rilievo –: della riparata cavità

volto.

Ed essi si meravigliano davanti al capo da incoronare, il per sempre

silente  volto degli uomini

poggiato sulla bilancia delle stelle.

 

Esso non comprende il proprio sguardo, nella prima morte,

vertiginoso. Ma il loro guardare

fuori, dietro la linea del Pschent, scaccia la civetta. E lei,

vagando nel lento tratto lungo la guancia,

quella rotondità delle più mature,

disegna morbida nel nuovo

orecchio del morto, al di sopra di una foglia

due volte dispiegata, l’indescrivibile schizzo.

 

E più in alto, le stelle. Nuove. Le stelle della terra del dolore.

Lentamente le chiama per nome il lamento: – Qui,

vedi: il cavaliere, il bastone, e il più completo quadro stellare

la chiamano: ghirlanda di frutti. Poi, più oltre, sino al vertice:

culla; via; Il libro infuocato; bambola; finestra.

Ma nel cielo del Sud, puro come all’interno

di una mano benedetta, la ben risplendente ‘M’,

che significa le madri…….–

 

Eppure il morto deve andarsene, ed in silenzio lo porta il

vecchio lamento fino alla gola della valle,

dove riluce nel chiaro di luna:

la fonte della gioia. In reverenza

il lamento la chiama, dice: – Tra gli uomini

essa è trascinante corrente.

 

Stanno ai piedi del monte.

E lì lei lo abbraccia, piangendo.

 

Da solo sale egli là, sulle montagne del dolore dell’origine.

E non una volta il suo passo risuona dal sordo fato.

Ma loro ci destarono, i morti senza fine, una parabola,

vedi, essi indicavano forse gli amenti dei vuoti

noccioli, i penduli, oppure

intendevano la pioggia, che sullo scuro regno della terra

cade a inizio anno. –

 

E noi, che a crescente gioia

pensiamo, sentiremmo la commozione,

che quasi ci sconvolge,

quando qualcosa di gioioso accade.

12 a Rainer Maria Rilke – Le Elegie Duinesi, una traduzione

  1. Francesco Orioli dice:

    Mi ha colpito molto favorevolmente la traduzione dell’ultimo verso della Decima Elegia, con la scelta di “accade” invece che del “cade” che si trova solitamente.
    Esiste un dibattito critico sull’argomento?
    E – soprattutto – sul rapporto tra questi ultimi versi e l’opera nel suo insieme?

    Mi scuso se chiedo cose magari ovvie, ma sono molto ignorante di Rilke, pur essendo rimasto molto colpito dalla conclusione della Decima quando ho sentito i versi per la prima volta. Di qui il mio interesse e la ricerca che mi ha fatto trovare questo sito.

    A presto
    Francesco Orioli

    • admin dice:

      Gentile lettore, grazie per il Suo intervento.
      Per quanto riguarda la Sua domanda sulla connessione tra la decima elegia, nonché ultima, e quelle precedenti, in effetti essa dovrebbe rappresentare, specie nella concentrazione massima degli ultimi versi, il coronamento concettuale e stilistico dell’intero componimento poetico. Lo stesso Rilke, in una lettera a Lou Andreas-Salomé la definisce “molto magnifica” a testimonianza delle aspettative e degli entusiasmi con cui questa produzione si conclude.
      Il percorso progressivo dell’uomo verso la dimensione eterna ed autentica della morte come “infinita” si compie infatti in questa elegia, attraverso una serie di “seduzioni”, che da fisico-materiali divengono sempre più astratte nelle figure delle Lamentazioni, che col loro fascino erotico-estetico, i loro veli della pazienza e le loro collane di lacrime attraggono i “giovani morti” nel paesaggio mitico e mistico di una sorta di “paradisiaco” Aldilà.
      Le ultime riflessioni in particolare ipotizzano un nostro percepire il “cadere delle cose gioiose” che ho tradotto come “accadere” di esse, come se gli angeli, ovvero uomini già trapassati, “tornando indietro”, verso noi uomini che ancora, sulla Terra, ci immaginiamo solo gioie terrene in ascesa, ci potessero, quali nostri ideali interlocutori fin dalla prima elegia, comunicare quel cadere-accadere, della Morte non più quale Fine e caduta nel senso tradizionale bensì accadimento come Inizio, accesso ad una dimensione autentica ed infinita da vivere appieno, la quale rivelazione ci scuoterebbe interiormente, destando in noi una rara commozione sulla cui possibilità, lasciata aperta nella forma implicita della domanda (attraverso il condizionale “sentiremmo“), la poesia si conclude…

      In realtà, secondo la critica, queste forti aspettative verso l’ultima elegia, da parte dell’autore stesso come dei lettori, non trovano una piena risposta, in quanto troppe immagini umane, e troppo umane, forse, accompagnano il trapasso verso il regno dell’Origine, dell’Autentico, dell’Infinito, attraverso scenari eterei che necessiterebbero invece la massima astrattezza e impalpabilità.

      Per quanto riguarda la scelta traduttiva di accade per il termine fällt Le fornisco una duplice motivazione:
      – da un lato ho voluto ripristinare il significato un po’ arcaico, popolare, di “cadere” che anche in tedesco come in italiano, può venire usato per “accadere” (es: quest’anno la Pasqua cade in marzo….), perché tutta la elegia si mantiene, attraverso le immagini terrene e umane di cui sopra (che preludono al trapasso all’ultra-terreno) definite anche “volgari e scurrili” dalla critica, su una connessione continua tra l’uomo e la natura, sia dal punto di vista paesaggistico (le simbologie degli alberi, delle foglie, fino alla pioggia, alle stelle…) sia a livello di istinti fisico-sessuali (la fiera, gli spettacoli per adulti, l’accoppiarsi dei cani) che mi hanno fatto scegliere come adatta una terminologia naturalmente “parlata”;

      – d’altra parte ho voluto con il termine “accade” lasciar trasparire un po’ di luce “heideggeriana” nel linguaggio serrato e oscuro di Rilke, forte della tradizionale connessione tra pensare e poetare che assimila queste due figure portanti e determinanti del pensiero filosofico del ‘900. La tematica dell’Abschied in particolare, dell’Addio, che soggiace al termine “cadere” come a tutta la trattazione delle Elegie, attraverso la lettura di Heidegger della morte in connessione alla temporalità, è quella non di un commiato ultimo, come momento unico del trapasso ineluttabile, bensì come entrata in una dimensione temporale infinita, un evento prodigioso in cui la caduta come rovina delle “cose gioiose” è anche ascesa, accadimento autentico ed originario dell’essenza dell’Essere. La Poesia stessa è accadimento della verità dell’Essere, apertura e illuminazione, per Heidegger, pensando a poeti come Hölderlin e Rilke, e tramite il linguaggio della Dichtung si accede in modo esclusivo alla dimensione dell’autentico in cui l’ambivalenza duplice dei concetti raggiunge la massima levatura, tale che il cadere delle cose gioiose è anche il loro accadere, l’Abschied ha in sé l’evento della morte che come caduta non è dolore inconsolabile ma ascesa in una regione salvifica da vivere appieno, prima e oltre il commiato come momento unico e disperato, nella sua accezione tradizionale (“Sii prima di ogni addio”, come ci esorta Rilke nel Sonetto a Orfeo II). La duplicità dei due “opposti” del cadere come fine e dell’accadere come inizio, che si fondano reciprocamente e motivano nella loro unità la piena e totale presenza come essenza dell’Essere, (e siamo in pieno lascito heideggeriano ma possiamo trovarne le radici più antiche nella dialettica dei contrari da cui tutto si origina già tematizzata da Anassimandro), una volta percepita dall’uomo attraverso le parole degli angeli che se tornassero ”indietro” potrebbero comunicargliela, lo farebbe commuovere, sbigottire nella pienezza essenziale che lo pervaderebbe, come potesse per un istante innalzarsi tanto da scorgere, abbassando lo sguardo, l’eternità.

      L’argomento è più che vasto e complesso, a tratti inafferrabile, e richiede molta lettura e critica e dei testi originali. Ma il bello della scoperta che simili autori ci destinano è il dono più grande, non trova?

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  3. Lavinio dice:

    Complimenti per l’eccellente traduzione, poetica, sensibile e nello stesso tempo chiara e limpida nonostante l’oscurità dell’originale. Un’opera di gran lunga migliore di quella della traduttrice del volume di Poesie Einaudi -Gallimard che io possiedo. Varrebbe la pena averla in volume

    • admin dice:

      Grazie molte per il complimento, signor Lavinio. In realtà si tratta di un progetto editoriale ancora in corso, dopo svariate vicissitudini… Se dovesse risultarne una pubblicazione sarà il primo a saperlo. Grazie molte ancora!

  4. Davide M. dice:

    Ho per la prima volta letto le Elegie Duinensi grazie a questo tuo articolo e a quello che credo sia stato un impegnativo lavoro di traduzione. Ti ringrazio molto … a questo punto, tuttavia, non so se acquistare uno dei testi già pubblicati per poterle rileggere, oppure, se il progetto editoriale di cui accennavi è prossimo e, pertanto, se mi converrà attendere … Infinite grazie, ah, a proposito, una domanda, hai mai percorso il sentiero Rilke che inizia (o finisce) a Duino in prossimità di Trieste?

    • admin dice:

      Gentile Davide, sono io che ringrazio te, e mi scuso molto per il ritardo in questa risposta. In verità il progetto editoriale della mia traduzione di Rilke non ha mai visto la luce, questa versione on line è l’unica disponibile. Sarei felice di poterti stampare ed inviare il lavoro, se vorrai, ma si tratterebbe di una “edizione” veramente artigianale! Se può interessarti non hai che da scrivermi in privato dove lo vuoi ricevere.
      Non ho mai percorso il sentiero di cui parli, grazie mille per il suggerimento però, ora voglio farlo!
      grazie ancora, a presto

  5. Pingback: Il sentiero Rilke | looking for europe

  6. Carlo Rovelli dice:

    In un libro che sto publicando, vorrei citare un passo dalle Elegie Duinesi in questa traduzione. Come posso fare per la referenza? Grazie, carlo rovelli

    • admin dice:

      Gentile Carlo, per la citazione, che mi rende felicissima, puoi utilizzare questo blog, magari hai già una sitografia di riferimento per la tua pubblicazione, a cui posso “aggiungermi”! Non esiste infatti alcuna pubblicazione del ufficiale del lavoro.
      Fammi sapere di che cosa si tratta, sarei lieta di acquistare il tuo elaborato una volta pubblicato.
      Grazie mille e buon lavoro, a presto!

  7. Riccardo dice:

    Trovo molto bella questa versione. Si puo’ conoscere il nome del traduttore?

    • admin dice:

      Caro Riccardo,
      grazie mille, la versione qui tradotta di Rilke è opera mia, Federica Ceranovi, in realtà tutto quello che vedi su questo blog è una mia produzione individuale e libera. La traduzione in questione non è mai stata pubblicata su carta, purtroppo, dunque resta per ora un link sul grande mondo del web, grazie ai tanti lettori che apprezzano però, devo dire che sta vivendo di vita propria comunque, a distanza di molto tempo, e ciò e motivo per me di gratitudine e gioia, perchè questa piccola comunità come me ama Rilke e la sua poesia, per quanto la mia traduzine imperfetta possa renderle una minima giustizia.
      A presto!

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